CULTURA

Vita e destino di Vasilij Grossman, un capolavoro del Novecento

«E improvvisamente il cinque marzo, Stalin morì. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato (…) Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori».

Solo uno scrittore come Vasilij Grossman in grado di penetrare i fenomeni della vita e andare dritto all’essenza della dittatura stalinista poteva scrivere una pagina di così bruciante e tragica ironia  da ricordare Gogol, ma di un Gogol passato attraverso le più grandi tragedie del Novecento come Gulag, il Lager e il Secondo conflitto mondiale. Di Grossman il lettore italiano, che ha ormai a disposizione i suoi libri maggiori, può leggere la recentissima biografia di Alexandra Popoff, Vasily Grossman and the soviet century, Yale University Press 2019, che ne racconta la vicenda biografica intrecciandola alla storia dell’Unione Sovietica. Una biografia che si affianca a quella di John e Carol Garrand, edita in Italia nel 2009 e che si giustifica per la novità di carte e documenti  tratti dagli archivi del KGB che riguardano il complesso rapporto dello scrittore con la censura comunista.

Grossman è stato il principe dei corrispondenti di guerra, memorabili i suoi pezzi da Stalingrado, ma  anche l’autore di un romanzo capolavoro, sequestrato nel 1961 dal KGB, Vita e destinoin  cui si istituiva un’analogia, forse per la prima volta e  pur nella diversità ideologica, tra nazismo e comunismo, due totalitarismi in grado di ridurre in cenere ogni libertà individuale. I romanzi di Grossman sono tra le testimonianze più profonde e articolate dello stalinismo, tuttavia la stessa  Popoff ricorda la scarsa attenzione che c’è in Russia per lo scrittore, troppo critico del  comunismo per piacere al neonazionalismo di Putin e al suo recupero e glorificazione del passato stalinista: «Grossman, howewer, is far less known in Putin’s Russia, where Stalin’s popularity, along with nationalism has been steadily on the rise».

Malgrado ciò  Grossman  non sarà mai un dissidente  anche se la sua adesione ideale  al progetto sovietico non gli impediva di riconoscere la mostruosità del regime. Mi pare sia proprio  questo che la Popoff voglia evidenziare, assieme al per il poco interesse in Occidente tra, gli anni ’60 e ’70, per  il caso Grossman. Infatti lo scrittore non era il dissidente ideale, come potevano essere il  Solzenicyn di Arcipelago Gulag o un’icona del dissenso come Alexander Zinov’ev, forse perché Grossman era troppo anfibio, a un tempo dentro e fuori dal sistema sistema russo, e del resto lo stesso scrittore diceva di dovere  tutto al comunismo: istruzione, carriera, successo come scrittore, anche se questo riconoscimento non gli ha mai fatto occultare la natura criminale della dittatura.

Alexandra Popoff ripercorre la vita di Grossman: dall’infanzia nella città ucraina di Berdichev, nato in una famiglia ebraica assimilata e favorevole alla Rivoluzione di ottobre, agli studi di chimica, dal lavoro come ingegnere nelle minier del Donbass, alle prime prove di scrittore con il romanzo Stepan Kolc’ugin, dall’amicizia con Gork’ij al giornalismo di guerra che lo rese celebre in tutta la Russia, e naturalmente fino ai durissimi anni del dopoguerra quando gli fu impedito  pubblicare il suo capolavoro. Ma sono raccontate benissimo anche le purghe degli anni ’30 che lo toccarono più o meno direttamente e che gli farà scrivere, anni dopo, che «tutti gli arrestati, famosi o sconosciuti, erano tutti innocenti»delle colpe attribuite loro dal Partito. Grossman vede sparire nel nulla scrittori conosciuti, come Osip Mand’elštam e Isaak Babel e meno noti come Ivan Kataev e Nikolaj Zarudin, ma anche la seconda moglie di Grossman fu arrestata e in seguito rilasciata. In quegli anni chi non voleva finire alla Kolyma, la regione siberiana dei campi di lavoro, doveva esercitare l’autocensura, il nicodemismo, l’arte del silenzio e del sussurro, e forse anche il silenzio poteva destare qualche sospetto, basti ricordare la poesia contro Stalin che aprì la strada del Gulag al grandissimo poeta Mand’elštam: «Viviamo senza più avvertire sotto di noi il paese/ a dieci passi le nostre voci sono gia bell’e sperse» .

Dal 1941 Grossman seguirà come giornalistal’Armata Rossa fino a Berlino nel ’45,  come corrispondente di Krasnaja Zvezda(Stella rossa) uno delle riviste dell’esercito e sarà uno dei primi giornalisti in Europa a scrivere del massacro nazista degli ebrei (la stessa madre di Grossman fu uccisa dai tedeschi a Berdichev nel 1941), anche se le autorità sovietiche riterrano sempre di dare risalto alle vittime sovietiche più che agli ebrei stessi (ma la storia dell’antisemitismo russo e poi sovietico e naturalmente assai complessa). Grossman non solo documenterà le battaglie di Stalingrado e di Kursk, ma arriverà a Majdanek e a  Treblinka nel settembre del 1944, da qui scrisse scrisse L’inferno di Treblinka, un memorabile reportage che sarà utilizzato come materiale al processo di Norimberga.

Grossamn coglie precocemente il senso e la finalità del razzismo nazista grazie alla partecipazione a decine di interrogatori di ufficiali delle SS catturati dall’Armata rossa durante l’avanzata verso la Germania . Di questo aspetto del Grossman testimone della distruzione degli ebrei dell’Europa orientale l’autrice ne dà Arithmetic of brutality, uno dei capitoli meglio riusciti della biografia. La novità de L’inferno di Treblinka, scrive la Popoff, è quella di essere l’intreccio di più generi come «il giornalismo investigativo,il saggio storico e filosofico, e un requiem per le vittime». Indimenticabili, tra le pagine di guerra di Grossman, quelle in cui racconta che il suo ingresso in una Berlino apocalittica e la sua passeggiata nelle stanza della Cancelleria del Reich fin dentro l’ufficio di Hiltler, dove lo scrittore non potrà fare a meno di notare in, un angolo, un enorme mappamondo semidistrutto.

Gli anni del dopoguera sono gli anni in cui  Grossman scriverà i suoi capolavori, Vita e destinoTutto scorre, ma sono anche gli anni in cui lo scrittore ingaggia una contesa senza fine con la censura che lo costringe a una incessante revisione: mentre lo scrittore esalta la lotta contro il nazimo dell’anonimo popolo russo, il regime imponeva di sostituire ‘popolo’ con ‘Partito’, per fare un esempio. 

Il dopoguerra sarà dunque amarissimo per Grossman. Dopo la lunga stesura di Vita e destino,  la grande dell’autore fu quella cercare l’approvazione e l’imprimatur del Partito per il suo libro, forse fidando troppo nella svolta data da Chruščev nel 1956, dopo il "rapporto segreto" sui crimini dello stalinismo. Michail Suslov, capo della dogmatica marxista-leninista del  Cremlino gli scrisse che nel suo manoscritto si difendeva Trotsky, la religione, si isinuavano dubbi sul sitema sovietico, ed era molto più pericoloso del Dottor Zivagodi Pasternak e che se ne sarrebbe parlato tra «duecentocinquant’anni». Altra immensa ingenuità da parte di Grossman sarà quella di inviare una lettera a Chruščev in cui si rivendicava il «diritto di dire la verità». Una lettera che non avrà mai risposta - e del resto non poteva essere diversamente se come scrive la Popoff, Vita e destino ha questo significato: «The novel is structured to reveal similiraties between Hitlerism and Stalinism. Both regimes have rejected the notion of humanity».

Vita e destino fu sequestrato nel 1961, alcune copie dattiloscritte arriveranno clandestinamente in Europa e dopo una serie di vicissitudini il grande romanzo sarà pubblicato dalla casa editrice svizzera L’ Age d’homme nel 1980, sedici anni dopo la morte dello scrittore. In Russia il romanzo è stato pubblicato solo nel 1988.

Di cosa parla Vita e destino? È la cronaca della lotta di uomini e donne contro il nazismo e allo stesso stesso un ritratto della vita e della morte al tempo dello stalinismo; decine e decine  di figure attraversano il romanzo, che non è altro che l’intreccio dell’individuale con la Storia che si sviluppa capitolo dopo capitolo, in una lingua tersa e nitida dove al racconto si affiancano riflessioni universali, filosofiche e  storiche.  Una enciclopedia dei modi di esistere sotto un regime totalitario, dove è rappresentata tutta la scala dei sentimenti e delle possibilità umane: la cieca ottusità dell’ideologia, il sacrificio e la gentilezza del popolo russo, ma anche la volgarità e brutalità del cuore degli uomini. Come Tolstoi Grossman ha voluto rappresentare la vita travolta dalle  grandi forze della storia e nel medesimo tempo la sua lotta  per la sopravvivenza  e conservazione della libertà individuale: in questa lotta Grossman vede una bellezza e una verità indistruttibili.

Solo Grossman ha saputo raccontare la paura, l’intimidazione, le delazione, la meccanicità della burocrazia  e la pressione gigantesca che può fare il potere sugli individui, lo stesso Grossman nel 1953 firmò una lettera, alla fine mai pubblicata, in cui si accusavano ingiustamente alcuni medici ebrei, di complotto e sabotaggio nei confronti dei capi del partito e dello stesso Stalin, e su questo tornerà con orrore di sé in Tutto scorre.

Forse solo scrittori di questa grandezza ci fanno capire meglio l’anima dei russi sotto il comunismo, sottoposta alla continua oscillazione tra adesione e disgusto, critica e autocensura, frustrazione e tentativi di liberazione, come una volta scrisse Cechov, dello schiavo che è in noi.

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