SCIENZA E RICERCA

Il secondo figlio? Basta il primo

Nascono sempre meno bambini e l’Italia invecchia. Secondo un recente rapporto Istat nel corso di otto anni, dal 2008 al 2016, sono nati 100.000 bambini in meno. Nel 2016 si conferma la tendenza al calo della fecondità in atto dal 2010: il numero medio di figli per donna continua a diminuire. Le ragioni di questa situazione sono da ascriversi a diversi fattori. La crisi economica ha inciso sul calo delle nascite e la maggiore scolarizzazione ritarda sia l’ingresso nel mondo del lavoro che l’età del concepimento del primo figlio, che spesso rimane figlio unico. Esistono tuttavia altre considerazioni da fare. “Uno dei motivi per cui le coppie tendono a rimandare la decisione di avere un secondo figlio è l’effetto negativo che la nascita del primo ha avuto sul rapporto di coppia.

 

 

 

È importante per questo capire i meccanismi che determinano il deterioramento della relazione tra i partner. Ognuno dei genitori nutre delle aspettative riguardo la distribuzione dei compiti di cura del bambino e quando queste vengono disattese – spesso con uno sbilanciamento verso il carico di lavoro della madre – sorgono i conflitti”. A sottolineare questi aspetti è Francesca Luppi, che si è recentemente aggiudicata un finanziamento di 140.000 euro dall’università di Padova nell’ambito del progetto Stars@UniPd, proprio per approfondire queste tematiche. Lo studio, dal titolo EXParent - Expecting and Experimenting Parenting, inizierà a luglio.

“Avere un figlio è visto come un evento importante e piacevole, è un traguardo fondamentale – sottolinea la studiosa – ma è anche una grande sfida e può avere effetti negativi sul benessere dell’individuo e della coppia. Avere un figlio significa mettere in discussione le pratiche con cui la coppia e il singolo affrontano le sfide del quotidiano, significa avere un maggior carico di lavoro domestico, implica necessariamente dover ridurre la quantità di tempo libero e quella dedicata al lavoro”. Prima della nascita del figlio i genitori nutrono delle aspettative sulla divisione dei compiti di cura del bambino che tuttavia vengono normalmente disattese. “Viviamo in una società in cui ancora oggi, nella coppia, la donna è la persona più coinvolta dalle attività di cura del bambino e con maggiori responsabilità. Ciò significa che anche nelle coppie in cui c’è un’aspettativa di dividere equamente i compiti di cura del bambino, dopo la nascita del figlio in realtà è la donna a farsene carico in larga parte. E quando le aspettative vengono disattese i conflitti nella coppia aumentano”.

Se questo aspetto è indagato da tempo, ciò che ancora non è chiaro è come questa situazione possa influire sulla decisione di avere o meno un secondo figlio, con tutte le conseguenze che ciò determina più in generale sull’andamento demografico della popolazione. Su questi argomenti si concentrerà ora Francesca Luppi, giovane studiosa che da tempo si occupa di tematiche legate alla fecondità, alle politiche per la famiglia e per le madri lavoratrici.

Lo studio sarà condotto su 300 coppie in attesa del primo figlio. Saranno somministrati dei questionari attraverso cui capire quali sono le aspettative rispetto alla divisione dei compiti di cura prima della nascita del bambino e come invece vengono realmente suddivisi i compiti dopo la nascita. I genitori dovranno dire se questo ha peggiorato o meno il rapporto di coppia e se le intenzioni di avere un secondo figlio sono le stesse prima e dopo la nascita del primo figlio. Accanto a questo strumento di indagine tradizionale, il progetto prevede anche lo sviluppo di una app. Si tratta di un software installato su telefoni che saranno consegnati a un sottocampione delle 300 coppie, capace di riprodurre – come una sorta di tamagochi – le varie esigenze di un neonato a qualsiasi ora del giorno e della notte a cui i genitori dovranno saper rispondere. “Il padre e la madre nel corso della giornata dovranno risolvere dei compiti, alcuni più noiosi e altri più divertenti – illustra Francesca Luppi –. Il software registrerà come vengono distribuiti i task all’interno della coppia, restituendo ai genitori informazioni su come si stanno effettivamente dividendo il carico di lavoro e permettendo, in caso di insoddisfazione, una ridivisione dei compiti”. L’intenzione è di stimolare la comunicazione nella coppia e la cooperazione, riducendo le occasioni di conflitto. Inoltre avere informazioni sui genitori, sapere chi sono o che lavoro fanno, aiuterà a capire se esistono fattori (come il reddito o la scolarizzazione) che facilitano i partner nella collaborazione. E questo potrebbe anche ridisegnare le prospettive in termini di policy, riconoscendo che esistono coppie che hanno maggiore necessità di sostegno nelle pratiche di cooperazione.  

“Quando si parla di calo delle nascite, il tema della parità nella distribuzione del carico domestico è una parte del problema. In Italia come in altri Paesi in cui la fecondità è molto bassa, serve intervenire a livello culturale perché le coppie siano più consapevoli del fatto che assegniamo ancora alla donna maggiori compiti di cura dei figli rispetto all’uomo: ci si aspetta che sia l’uomo a provvedere alla famiglia e che la donna si prenda cura dei figli rinunciando alle proprie ambizioni lavorative”. La questione, tuttavia, non si risolve in questi termini. “È un problema anche di politiche. Si dovrebbe dare alle coppie l’opportunità di avere dei servizi gratuiti o facilmente accessibili ai vari strati della popolazione, che si prendano cura del bambino nelle ore in cui entrambi i genitori lavorano e con una certa flessibilità”.  

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