CULTURA

Il vento, anche a cento all’ora, è caldo e umido

Le ragioni per le quali un libro diventa un bestseller e si conferma anche a decenni di distanza dalla sua prima apparizione coinvolgono sempre elementi diversi. Ci sono motivi formali e letterari, ma anche contingenze sociali, mode culturali, situazioni politiche e fattori generazionali. Ci sono i libri che in una determinata epoca non si può non aver letto, o che per lo meno è difficile evitare; ci sono libri che diventano il simbolo di un'età o di una stagione. Zen and the Art of Motorcycle Maintenance (1974), di Robert Maynard Pirsig, presenta tutti i connotati di un libro di culto – con un destino non troppo distante da opere come Siddharta di Hermann Hesse, o Il giovane Holden di J.K.Salinger – e a questi unisce il fascino misterioso di un'opera solitaria per il suo autore, che è rimasto del tutto identificato con essa. Il suo secondo e ultimo libro, Lila, uscito nel 1991 e tradotto in Italia un anno dopo, non ripeté nemmeno lontanamente quel successo né suscitò un afflato simile.

A pochi giorni dalla morte di Pirsig (nato a Minneapolis nel 1928 e morto il 24 aprile di quest'anno), sui giornali e in rete si moltiplicano gli interventi, spesso venati da ricordi generazionali, che si interrogano sul successo di un libro che nei decenni ha attratto sia i lettori occasionali sia quelli più raffinati e consumati. Gli oltre cinque milioni di copie vendute nel mondo a partire dalla sua prima pubblicazione negli Stati Uniti, le cinquecentomila copie vendute in Italia (dalla prima edizione Adelphi del 1981 si è arrivati alla trentesima nel 2011) testimoniano un interesse che perdura nonostante l'aria culturale che si respira oggi sia ben diversa da quella degli anni Settanta e dei primi Ottanta. Certo, l'opera di Pirsig non si trova più sugli scaffali della gran parte delle case borghesi, come è accaduto in passato; tuttavia ancora oggi vende in Italia circa diecimila copie all'anno, cifra più che ragguardevole per i numeri dell'editoria nostrana.

Senz'altro il titolo ha avuto buon gioco nel favorire la diffusione del libro e ammantarlo di fascino. Rievocando il titolo dell'altrettanto fortunato libro di Eugen Herrigel, Lo Zen e il tiro con l'arco (1948), capostipite di una (fin troppo) lunga serie di pubblicazioni che abbinavano lo Zen alle pratiche più improbabili, Pirsig ha accostato quella nota tradizione del buddhismo giapponese a un'attività che sembra ben distante da tutto quanto è connesso alla filosofia e alla spiritualità. Lungi dal produrre diffidenza, la dissonanza cognitiva generata ha invece incuriosito sia coloro che non avrebbero mai preso in mano un libro sullo Zen, sia coloro che mai si sarebbero sognati di leggere qualcosa relativo alla meccanica dei motori. Il sottotitolo dell'edizione originale, An Inquiry into Values, non viene mai citato: esso conferisce però una chiave di lettura importante, poiché se la struttura del libro si presenta come una narrazione romanzesca, il racconto è spesso intervallato da riflessioni e argomentazioni di carattere speculativo.

Il viaggio in moto di un padre con il figlio undicenne Chris, dal Minnesota alle Montagne Rocciose fino all'oceano Pacifico, diventa l'occasione per riflessioni su quella che l'autore – che scrive in prima persona – chiama “Metafisica della Qualità”. Replicando stilemi classici, il viaggio assume la forma di un duplice percorso formativo: quello del figlio, con difficoltà relazionali, che impara a guardare il mondo con stupore e a non diffidarne; e quello del padre, con un passato segnato da crolli psichici, ricoveri e terapie con elettroshock, ora alla ricerca di una pacificazione interiore e di una riconciliazione con se stesso. La presenza della tradizione Zen, per come ce lo si potrebbe attendere, è assente; lo stesso Pirsig lo dichiara fin dalla nota iniziale al testo: “Quanto segue […] non va in alcun modo assimilato al vasto corpo di dati relativi alle pratiche ortodosse del buddhismo Zen. E neppure va associato troppo strettamente con la realtà pratica delle motociclette”. Una sottile (auto)ironia percorre molte pagine, e anche questo fattore ha probabilmente aiutato molti lettori a non sentirsi scoraggiati dalle lunghe digressioni su dialettica e retorica, in cui la dramatis persona che risponde al nome di Fedro (tratto da un famoso dialogo di Platone) interviene come alter ego dell'autore per sviluppare un agone dialogico tra identità distinte, talora scisse e talaltra intrecciate e cooperanti.

Uno dei motivi di fascino consiste anche nell'alternanza dei registri: si passa dal racconto puro, basato su elementi reali ma condita da felici invenzioni narrative, al discorso filosofico; dal libro di memorie autobiografiche al manuale di meccanica. L'impressione è che dietro le 400 pagine del libro si stagli una massa altrimenti ingestibile di fatti accaduti, di cui si avverte solo l'eco. Il viaggio in moto e l'interrogazione filosofica si saldano in unità, a costituire per l'io narrante il modo forse più autentico per venire a capo di se stesso e di una vita che ha lambito più volte l'orlo di un abisso. È in questo modo che un racconto on the road riesce – dopo innumerevoli altri romanzi, film, canzoni – a dare nuova linfa a un genere classico che riattinge ad archetipi, simboli, forme dell'immaginario americano, e che quasi si identifica con l'essenza della sua psicologia.

Certo, se del testo si ricordano soltanto frasi come “la vera motocicletta a cui state lavorando è una moto che si chiama voi stessi”, oppure il fatto che Pirsig parta in moto dichiarando di avere “più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito”, è facile credere di avere tra le mani una delle tante opere scaturite dallo stile New Age che si diffuse dagli Stati Uniti. Così come ricordare il numero da primato di rifiuti (ben 121) collezionati da Pirsig, prima che la casa editrice William Morrow & Co. accettasse di pubblicare il suo libro, ha più a che vedere con il bisogno di miti fondativi circa le iniziali difficoltà di un successo che non con le qualità specifiche dell'opera. Ma per chi non fosse già un attento lettore di Platone, Kant o Hegel, alcuni passaggi hanno potuto incidersi con forza e lasciare un'impronta, se non addirittura dischiudere una possibile vocazione nella mente di giovani lettori:

“Egli notò che, benché normalmente la Qualità sia associata agli oggetti, talvolta le sensazioni di Qualità si verificano senza la loro presenza. Questo, sulle prime, lo aveva indotto a pensare che forse la Qualità era soggettiva, ma d'altra parte il piacere soggettivo non era quello che lui intendeva per Qualità. La Qualità fa diminuire la soggettività. La Qualità fa uscire da se stessi, rende consapevoli del mondo circostante. La Qualità è l'opposto della soggettività.

Alla fine Fedro si rese conto che la Qualità non poteva essere collegata singolarmente né al soggetto né all'oggetto: la si riscontrava solo nel loro rapporto reciproco. La Qualità è il punto in cui soggetto e oggetto s'incontrano. Fuochino. La Qualità non è una cosa. È un evento. Fuochetto. È l'evento che vede il soggetto prendere coscienza dell'oggetto. E dato che senza oggetto non ci può essere soggetto – sono gli oggetti che creano nel soggetto la coscienza di sé – la Qualità è l'evento che rende possibile la coscienza sia dell'uno che degli altri. Fuoco!” (pp. 235-236).

Transitando da un ambito all'altro, Pirsig è capace di spostare e coinvolgere l'attenzione del lettore attraverso la descrizione di moto e riparazioni:

“Riparando una macchina, saltano sempre fuori delle cose – pezzi di qualità scadente, un dito sbucciato, un gruppo rovinato accidentalmente e “insostituibile” – che prosciugano l'enthousiasmos e lasciano talmente scoraggiati che vien voglia di piantar lì tutto. Io chiamo queste cose “trappole per l'enthousiasmos”.

Ce ne sono cento tipi diversi, forse mille, forse milioni. Quello che mi trattiene dal pensare di essere cascato in tutte è che ogni volta ne scopro di nuove. La manutenzione della motocicletta diventa frustrante. Irritante. Manda in bestia. È questo che la rende interessante” (p. 293).

Il messaggio infine risulta chiaro. Non si tratta né di sofismi logici né di manuali tecnici da avvolgere in salsa New Age, ma cooperare a un vivere comune:

“Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto. Questo perché le tue decisioni, fatte tenendo conto della Qualità, cambiano anche te. Meglio: non solo cambiano te e il lavoro, ma cambiano anche gli altri, perché la Qualità è come un'onda. Quel lavoro di Qualità che pensavi nessuno avrebbe mai notato viene notato eccome, e chi lo vede si sente un pochino meglio: probabilmente trasferirà negli altri questa sua sensazione e in questo modo la Qualità continuerà a diffondersi. È così che il mondo continuerà a migliorare” (p. 341).

Dunque le due dimensioni della ricerca e dell'apprendistato si intrecciano, si sovrappongono, si confondono: l'aspetto ideale e spirituale da un lato, quello tecnico dall'altro, sono due lati di una stessa medaglia. Anche se vi sono occasionali fraintendimenti nell'attribuire alcuni pensieri a grandi autori del passato da parte di Pirsig, o se vi sono cadute di stile nella narrazione e passaggi logici meno stringenti di altri, l'economia complessiva del testo rimane valida e resiste alle mode del tempo. Nonostante il fatto che il lettore, nella Postfazione, scopra un epilogo tragico (il figlio Chris muore ventitreenne, ucciso durante una rapina nel 1979), dalle pagine continua a riverberare il respiro ampio dei paesaggi americani, la pulsazione viva della ricerca d'identità, di salvezza, di liberazione.

“E continuiamo per la nostra strada attraversando Ukiah, Hopland e Cloverdale e addentrandoci nella regione del vino. Il motore che ci ha fatto attraversare mezzo continente continua a girare e girare, ronzando nel suo oblio, consapevole solo delle sue forze interne. Attraversiamo Asti e Santa Rosa e Petaluma e Novato, lungo l'autostrada che si fa sempre più larga, sempre più animata, piena di auto, di camion e di autobus carichi di gente. Di lì a poco ai margini della strada compaiono le case, le barche e il mare della baia di San Francisco” (p. 392).

Marcello Ghilardi

NdR. Il titolo dell’articolo è tratto dall’inizio del libro di Pirsig, il cui incipit è questo: “Senza togliere la mano dalla manopola sinistra vedo dal mio orologio che sono le otto e mezza. Il vento, anche a cento all’ora, è caldo e umido”.

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