SOCIETÀ

Vaccino CoVid-19 in Africa: una sfida senza precedenti

È già accaduto negli anni ‘90 con il virus dell’Hiv prima e negli anni 2000 con quello dell’influenza aviaria H5N1. Si stima che 12 milioni di africani siano morti tra il 1997 e il 2007 in attesa che arrivasse un numero sufficiente di farmaci. L’Africa è sempre stata messa in fondo alla lista d’attesa per un vaccino o per cure farmacologiche adeguate. E la storia rischia di ripetersi per Sars-CoV-2. “Eppure l’economia globale dipende dalle materie prime, dal cibo e dalla forza lavoro del continente” denunciano i membri del direttivo del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie in Africa (Cdc africano). “L’Africa ha bisogno di una strategia coordinata per sviluppare, finanziare, produrre e distribuire vaccini a tutto il continente”.

John N. Nkengasong, direttore del Cdc africano con sede a Addis Abeba in Etiopia, e i suoi colleghi Nicaise Ndembi, Akhona Tshangela e Tajudeen Raji, da qualche mese stanno lavorando proprio a questo piano, di cui hanno riportato l’ossatura in un intervento pubblicato da Nature.

Test

Ad oggi in Africa risulta che più di un milione e mezzo di persone sia stata contagiata dal nuovo coronavirus e circa 40.000 decessi sono stati attribuiti a CoVid-19. Rispetto ad altri continenti l’Africa sembra essere stata colpita meno duramente dalla pandemia, per varie possibili ragioni su cui si è recentemente soffermata anche Alessia Melegaro. La popolazione è mediamente meno interconnessa rispetto a quella che vive nelle grandi metropoli europee o americane. L’età media è più bassa e il sistema immunitario degli africani è già stato esposto nel recente passato a numerose altre infezioni che potrebbero aver stimolato una maggiore protezione mmunitaria. È anche possibile che la diffusione del virus nel continente africano resti in larga parte sottostimata perché le strutture sanitarie non dispongono della potenza di tracciamento che hanno i Paesi ricchi: Marocco e Sud Africa sono quelli che hanno condotto più test in termini assoluti (rispettivamente 4,5 e 3 milioni), ma il numero di test per milione di abitanti resta ridotto (intorno ai 75.000, quando in Italia ne facciamo più di 200.000).

Della scarsità di test si lamentano anche i membri del Cdc africano: allo scoppio della pandemia “l’Africa è stata lasciata fuori dal mercato dei dispositivi diagnostici per rilevare Sars-CoV-2”. Per questo in aprile il Cdc ha lanciato Pact (Partnership to accelerate Covid-19 testing), un’iniziativa che ha permesso di effettuare, fino a inizio ottobre, quasi 15 milioni di test. Oggi Paesi come Kenya, Nigeria, Marocco, Senegal e Sud Africa sono in grado di autoprodurseli e la sola Etiopia ha raggiunto una capacità produttiva di 10 milioni di kit diagnostici (tamponi molecolari con amplificazione a Pcr) all’anno.

L’Africa è sempre rimasta in fondo alla lista d’attesa. Eppure l’economia globale dipende dalle materie prime, dal cibo e dalla forza lavoro del continente Membri del Cdc africano, John N. Nkengasong e colleghi

Effetti economici

Nonostante i numeri dei contagi africani non siano ai livelli di Europa e America, gli effetti economici della pandemia si sono fatti sentire ugualmente. La Banca mondiale ha stimato che il Pil dei Paesi sub-sahariani in media calerà almeno di un valore compreso tra il 2% e il 5%, configurando la peggiore recessione dell’ultimo quarto di secolo. La pandemia rischia di aggravare la condizione di quei Paesi alle prese con una crisi alimentare che quest’anno è stata resa ancora più allarmante dalla peggiore piaga di locuste vista negli ultimi 50 anni. Siccità e carestie sono attese specialmente nell’Africa dell’Est.

Vaccini

È pertanto fondamentale che una volta sviluppati i vaccini contro Sars-CoV-2 raggiungano in tempi brevi ampi serbatoi di popolazione come ad esempio l’India (che sta già preparando un piano sanitario ad hoc per il suo miliardo e 400 milioni di abitanti) e l’Africa.

A tal riguardo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations) e Gavi (l’alleanza globale per i vaccini) hanno lanciato insieme l’iniziativa Covax, il cui obiettivo è garantire una copertura vaccinale a tutti i Paesi, inclusi quelli del terzo mondo: “almeno il 20% delle fasce di popolazione più a rischio e il personale sanitario dovrebbero venire vaccinati contro Sars-CoV-2” scrivono Nkengasong e colleghi.

A inizio ottobre erano 167 i Paesi che si sono ufficialmente iscritti all’iniziativa. Tra gli ultimi ad aver dato l’assenso, il 9 ottobre, è stata la Cina, anche se ancora non è chiara la modalità con cui parteciperà (se mettendo a disposizione soldi o vaccini). Colpisce invece l’assenza degli Stati Uniti.

Covax. Gavi, l'alleanza per il vaccino

Covax, scrivono i membri del Cdc africano, è una buona notizia per l’Africa, perché garantirà l’approvvigionamento vaccinale a prezzi accessibili, ma ciò non può fugare tutte le preoccupazioni. Tutti i Paesi ricchi infatti hanno già siglato accordi personali con le case produttrici di vaccini: gli Stati Uniti ad esempio hanno già messo sul tavolo dei contratti circa 6 miliardi di dollari con diverse aziende. Secondo un’indagine Oxfam, anche se le prime 5 aziende che sono entrate nella fase 3 riuscissero a ottenere un vaccino sicuro ed efficace, non si riuscirà a produrre dosi sufficienti a vaccinare la maggior parte della popolazione mondiale fino al 2022.

L’Africa infatti avrà bisogno di almeno 1 miliardo e mezzo di dosi, stimano i membri del Cdc africano: la popolazione del continente è di 1,2 miliardi e alcune tipologie di vaccino avranno bisogno di almeno due somministrazioni. Il costo delle infrastrutture necessarie alla distribuzione viene stimato tra i 7 e i 10 miliardi di dollari. I programmi di immunizzazione dell’Oms hanno portato in Africa milioni di dosi vaccinali per combattere tubercolosi, difterite, poliomielite, morbillo, epatite B, febbre gialle e altre malattie infettive. Ma in termini di numeri e capillarità di intervento, la vaccinazione per CoVid-19 è una sfida senza precedenti.

Bottiglie fresche di Coca-Cola si trovano persino nelle aree più remote dell’Africa. Il nostro sistema sanitario deve imparare da questi sistemi commerciali e persino associarvisi Membri del Cdc africano, John N. Nkengasong e colleghi

Tre pilastri

Per questo, secondo i membri del Cdc di Addis Abeba, la strategia vaccinale africana dovrà reggersi su tre pilastri. Il primo è quello di testare i vaccini in Africa, sia per dimostrarne l’efficacia sulla popolazione sia per mettere sin da subito in piedi le infrastrutture necessarie a raggiungere anche gli angoli remoti del continente. A luglio è stato inaugurato Concvact (Consortium for COVID-19 Vaccine Clinical Trial) per favorire il coordinamento tra produttori, istituzioni, finanziatori e siti di vaccinazione. Solo in Sud Africa sono in corso i test di 5 vaccini diversi.

Il secondo pilastro della strategia africana è quello finanziario e produttivo. Sul fronte finanziario la banca Afreximbank (Africa Export Import Bank) ha già impegnato un credito di 4 miliardi di dollari. Su quello produttivo sarà necessario stabilire sul continente case produttrici soprattutto nel caso in cui i vaccini dovessero essere liquidi o necessitassero refrigerazione (sarebbero problematici per il trasporto), o se il vaccino dovesse essere stagionale, dunque da ripetere ogni anno. Il Senegal e il Sud Africa producono già vaccini per la febbre gialla e la tubercolosi, che però sono basati su diverse tecnologie. Il Cdc africano ha individuato 8 compagnie le cui capacità produttive possono essere riconvertite per fabbricare il vaccino contro CoVid-19.

Il terzo pilastro riguarda la capacità di distribuzione. Innanzitutto sarà necessario snellire le procedure burocratiche delle agenzie regolative per armonizzare le decisioni. “Per raggiungere il 60% degli africani, i sistemi esistenti devono venire trasformati per raggiungere un vasto numero di adulti e dare priorità alle fasce di popolazione vulnerabili”. Poi si dovrà trovare il modo di raggiungere anche le aree meno connesse. “Ad esempio, bottiglie fresche di Coca-Cola si trovano persino nelle aree più remote dell’Africa. Il nostro sistema sanitario deve imparare da questi sistemi commerciali e persino associarvisi”.

Saranno inoltre necessarie tecnologie per tracciare questi spostamenti, ma soprattutto, concludono Nkengasong e colleghi, sarà necessario costruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadinanza, combattere la misinformazione e i sentimenti anti-vaccino. “L’Oms ha già un canale WhatsApp dedicato a contenere le inesattezze su CoVid-19. Intendiamo lanciare compagne continentali lavorando con le piattaforme dei social media e le agenzie di marketing. È essenziale anche il coinvolgimento di opinion maker, come politici, giornalisti, celebrità, leader religiosi, per diffondere informazione accurate, incoraggiare le vaccinazioni, per combattere l’infodemia”.

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