Dalla camicia nera alla Resistenza: la medaglia d’oro all’Università di Padova e la memoria contesa del Novecento
Il 12 novembre 1945, appena pochi mesi dopo la Liberazione, veniva attribuita all’Università di Padova la Medaglia d’oro al valor militare per il contributo alla lotta antifascista; “Un riconoscimento legato all’assoluto protagonismo che l’ateneo assume nell’autunno del 1943, con figure come Concetto Marchesi ed Egidio Meneghetti", spiega Filippo Focardi, docente di Storia contemporanea all’Università di Padova e direttore del Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell'età Contemporanea (Casrec).
"Sappiamo ancora relativamente poco delle attività antifasciste e resistenziali negli atenei – continua lo studioso –. Padova rimane comunque un caso straordinario: in Europa risultano solo altri due simili, quelli delle università di Oslo e Praga. In Italia anche l’Università di Modena avanzò una richiesta analoga, che però non ebbe esito". Come scrive Giulia Albanese nel saggio pubblicato nel catalogo della mostra Lottare per la libertà, resistere a Padova (a cura di Eloisa Betti e dello stesso Filippo Focardi, Padova University Press 2025), quella medaglia rappresentò una vera rottura nella continuità di un’istituzione che fino a poco prima era stata in prima fila nell’adesione alle politiche di regime (comprese le leggi razziali).
"Padova con Carlo Anti rettore fu un’università ‘in camicia nera’, in prima fila non solo nella fascistizzazione della vita accademica, ma anche, dalla guerra d’Etiopia in poi, nell’attuazione e nella difesa della politica imperialista", continua Focardi. La cesura appare netta, se si mettono a confronto i primi anni Trenta con il periodo successivo al celebre discorso di Concetto Marchesi del 9 novembre 1943: "Da allora in poi passa da un ateneo pienamente allineato al fascismo a centro di cospirazione e di guerra e presidio di eroica resistenza, per usare le parole della motivazione della medaglia d’oro. Sembrano quasi due mondi opposti, e in parte lo sono".
La storia però non si lascia ridurre a contrapposizioni schematiche: "Bisognerebbe entrare di più nelle sue pieghe, cogliere anche le tonalità di grigio – avverte Focardi –. Un dato merita ad esempio attenzione: allo scoppio della Seconda guerra mondiale, a Padova come in altri atenei, si registra un aumento considerevole delle iscrizioni universitarie, anche per sottrarsi al fronte. L’esatto opposto di quanto avviene nella Prima guerra mondiale". Lo mostra la stessa biografia di Meneghetti: volontario e decorato nella Grande guerra, protagonista della Resistenza nel secondo conflitto. "Si potrebbe leggere questo cambiamento come un segnale di non allineamento alla politica bellicista del regime, ma è un terreno che va ancora studiato con grande attenzione".
Le vicende di ottant’anni fa continuano ad ogni modo a interrogare il presente: "In particolare al Casrec quello dell’anno che si sta chiudendo è stato un doppio anniversario: gli ottant’anni della Liberazione e quelli della Medaglia d’oro", continua Focardi. Un percorso avviato già nel 2024, con una rassegna cinematografica curata da Santo Peli, e proseguito con incontri, dibattiti e presentazioni di libri dedicati alla Seconda guerra mondiale e alla Resistenza. Tra le iniziative più rilevanti – tra ricerca, divulgazione e sperimentazione di nuovi linguaggi – il volume edito da Carocci, che ha coinvolto numerosi studiosi, la serie di podcast Ritratti della Resistenza veneta curati da Eloisa Betti e Alessandro Santagata in collaborazione con Il Bo Live, dedicati a tre figure chiave della Resistenza padovana, e il contributo scientifico al fumetto Il bisnonno fischiettava. Una notte nella Padova partigiana (BeccoGiallo – Il Bo Live 2025).
Il cuore simbolico e scientifico di questo percorso resta però la mostra Lottare per la libertà, resistere a Padova. Due gli allestimenti: uno in primavera, per l’ottantesimo della Liberazione, e uno al Palazzo del Bo, in Rettorato, in occasione dell’anniversario della concessione della Medaglia d’oro. Un’iniziativa divulgativa ma anche di ricerca: "Non ci siamo limitati a utilizzare materiali già noti, il lavoro d’archivio ci ha permesso di portare alla luce documentazione nuova su Egidio Meneghetti, tra cui le carte che mostrano come l’ormai ex rettore fosse monitorato dalla polizia anche negli anni Cinquanta, considerato un sovversivo proprio per il suo passato resistenziale. Eletto nel Comitato nazionale dell’Anpi nel 1952, rimase sotto osservazione della questura ben oltre la fine della guerra".
La partecipazione al suo funerale, nel 1961, restituisce la misura del suo prestigio. "Le fotografie mostrano una presenza impressionante, non solo di colleghi ma anche di studenti e cittadini", ricorda Focardi. Un segno del legame profondo tra università e città, che continua a produrre effetti nel presente: in occasione della prossima Giornata della Memoria la mostra sarà infatti esposta alle Scuderie del Comune di Padova.
Il lavoro sulla storia locale di quest’anno si inserisce in un contesto più ampio, segnato da profonde trasformazioni della memoria pubblica. "Negli ultimi trent’anni c’è stato un cambiamento radicale delle sue coordinate fondamentali – osserva Focardi –. Dopo il 1989 in tutta Europa si è infatti affermato un nuovo paradigma, incentrato da un lato sulla Shoah e dall’altro su una lettura antitotalitaria che tende a equiparare nazifascismo e comunismo. Un processo che in Italia si è intrecciato con la crisi politica degli anni Novanta e con l’idea, affermatasi già con il primo governo Berlusconi, che l’antifascismo fosse divisivo”.
In questo scenario la Presidenza della Repubblica ha svolto un ruolo decisivo: "Con Ciampi, e poi con Napolitano, si è afferma una visione neopatriottica, inclusiva e in qualche modo ecumenica della Resistenza, nelle intenzioni più adatta a tenere insieme il Paese – spiega Focardi –. Con l’elezione nel 2015 di Sergio Mattarella è però emerso progressivamente un accento nuovo, con un ritorno a una maggiore e più esplicita attenzione all’antifascismo". Cambia anche la lettura della Costituzione, intesa non solo come erede del Risorgimento, ma come cesura netta rispetto al fascismo e alla stessa Italia liberale: "È probabilmente una risposta a una minaccia diversa: quella di una deriva illiberale e antidemocratica che si profila oggi in Italia e soprattutto in Europa".
In questo senso, il fatto che la memoria della Resistenza sia ancora terreno di conflitto non è solo un problema: "È anche il segno di una memoria viva – conclude Focardi –. Una memoria che, proprio perché non resta chiusa nel passato, continua a parlarci del presente ".