CULTURA

Rememorying Toni Morrison

Nel 1989, alla richiesta di spiegare da dove era nato Beloved, Toni Morrison rispose che poiché non esisteva negli Stati Uniti un luogo in cui fosse possibile sedersi a pensare agli schiavi e rievocarne la presenza, era il suo romanzo a dover riempire quella mancanza di luoghi della memoria: “Non c’è una panchina lungo la strada… e allora, dal momento che non esiste, che io sappia, un posto così, doveva esistere questo libro.” Nel 2006 la Toni Morrison Society ha lanciato il progetto “The Bench by the Road,” per commemorare luoghi ed eventi importanti della storia della diaspora africana in un paese ancora riluttante a riconoscere il ruolo svolto dalla schiavitù nella fondazione degli Stati Uniti e nella formazione dell’identità nazionale.

Ma è il romanzo di Morrison, pubblicato nel 1987 e insignito del premio Pulitzer, ad aver costituito un fondamentale luogo della memoria per la diaspora nera nelle Americhe e per la revisione collettiva dell’immaginario nazionale del passato. Rememory è la parola con cui Morrison in Beloved indica, per bocca della protagonista Sethe, la capacità della memoria di eventi del passato di sottrarsi alla volontà di amnesia e assumere una esistenza concreta, indipendente da chi ricorda, continuando a manifestarsi come fantasmi di una storia traumatica anche a chi non la ha vissuta direttamente.

Geniale conio linguistico in cui l’idioma nazionale si innerva della creatività del Black English, cui Morrison ha conferito il massimo grado di prestigio letterario rendendolo allo stesso tempo espressione insostituibile della comunità nera e sostrato generativo della cultura statunitense, rememory è diventata una parola cruciale nel vocabolario del dibattito sulla (non) memoria della schiavitù negli Stati Uniti contemporanei. Incarnando la memoria della schiavitù in un personaggio fisico, la giovane donna Beloved, tornata a rivendicare il diritto del passato a essere riconosciuto dal presente, Beloved più di ogni altro romanzo contemporaneo ha contribuito a generare linguaggio e topoi della rappresentazione del passato schiavista nell’immaginario collettivo.

“I stood at the border, stood at the edge, and claimed it as central. Claimed it as central, and let the rest of the world move over to where I was.” Toni Morrison

Toni Morrison, prima donna nera a ricevere il premio Nobel per la letteratura, autrice di romanzi che scrutano la nostra condizione attraverso la lente e la lingua dell’esperienza afroamericana, scrittrice che rivendicava il suo essere donna e nera ma anche il suo diritto a decidere che cosa significhi essere donna e nera, è morta il 5 agosto scorso, all’età di 88 anni.

Innumerevoli sono state in tutto il mondo le testimonianze che ne hanno pianto la perdita e ricordato quanto la sua opera abbia cambiato il nostro modo di pensare l’umano – come ha scritto Alessandro Portelli sul Manifesto, infatti, quella di Morrison è “letteratura di battaglia, rivendicazione di umanità e strumento della sua ricostruzione” – ma una mi sembra particolarmente illuminante della capacità della sua scrittura di diventare un immaginario condiviso, una coscienza nuova. Il 14 agosto 2019, un quotidiano nazionale prestigioso quale il New York Times ha lanciato il 1619 Project, pubblicando un numero speciale del Magazine di cento pagine, in cui storici, giornalisti e scrittori danno il via a un’importante riflessione intorno all’inizio della storia degli Stati Uniti, di cui ricorre quest’anno il quattrocentenario. Non l’anno della Rivoluzione americana, il 1776, né quello dell’arrivo a Plymouth dei Padri Pellegrini, il 1620, consacrati nella memoria collettiva come momenti fondativi nella storia del paese, ma il 1619, l’anno in cui è arrivato nella colonia della Virginia il primo carico di africani, dando inizio a quella che sarebbe diventata un’istituzione al centro dell’economia, della storia, delle istituzioni politiche, dell’attività legislativa e della cultura degli Stati Uniti per 250 anni.

L’iniziativa del New York Times mette il 1619 a inizio della genealogia nazionale, il che significa “porre le conseguenze della schiavitù e il contributo degli americani neri al centro della storia che ci raccontiamo su chi siamo in quanto paese,” si legge nella nota introduttiva. A una decina di giorni dalla scomparsa di Morrison il 1619 Project ha testimoniato in modo inequivocabile l’enorme influenza che la sua opera come scrittrice, editor, attivista politica, docente universitaria e saggista ha avuto nel processo di ripensamento del passato nazionale e dei miti fondativi degli Stati Uniti. Perché il rifiuto della centralità dello sguardo bianco e della sua falsa universalità, lo spostamento del punto di vista e la messa al centro della periferia, sono stati il contributo ineguagliabile di Morrison alla letteratura e cultura degli Stati Uniti. E del resto del mondo.

Io mi sono messa al confine, al margine, e ne ho rivendicata la centralità. Ne ho rivendicata la centralità e ho lasciato che il resto del mondo si spostasse dove ero io

In un’intervista del 1998 con la giornalista australiana Jana Wendt alla domanda se avesse intenzione in futuro di scrivere romanzi in cui la presenza dei bianchi fosse sostanziale, con la sua caratteristica franchezza e capacità di far emergere il non detto Morrison aveva replicato: “Lei non si rende nemmeno conto di quanto sia razzista questa domanda, vero? Perché a un autore bianco nessuno chiederebbe mai ‘Quand’è che scriverà dei neri?’ Che lo abbia fatto o no, è la domanda stessa che deriva dal porsi al centro… Io mi sono messa al confine, al margine, e ne ho rivendicata la centralità. Ne ho rivendicata la centralità e ho lasciato che il resto del mondo si spostasse dove ero io”.

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