SOCIETÀ

Il pregiudizio come ostacolo all’inclusione sociale

Uno degli ostacoli principali all’inclusione sociale è costituito inevitabilmente dal pregiudizio. Secondo una definizione classica dello psicologo statunitense Gordon Allport, il pregiudizio è un’antipatia fondata su un processo di generalizzazione che porta a giudicare negativamente gli individui appartenenti ad un determinato gruppo sociale. Ogniqualvolta guardiamo con sospetto o diffidenza una persona solo perché appartiene ad un gruppo che in generale giudichiamo negativamente, siamo sotto l’effetto di un pregiudizio. Questo ci porta a ignorare le caratteristiche individuali di quella persona, i suoi vissuti, le sue speranze, le sue emozioni, e a basarci solo sulla sua appartenenza di gruppo: visto che “loro” non mi piacciono, non mi piace nemmeno la persona che ho di fronte. È evidente che tali considerazioni e valutazioni costituiscano degli ostacoli spesso insormontabili all’inclusione sociale e all’apertura verso gli altri, con conseguenze negative per il benessere degli individui vittime di esclusione e per l’armonia dell’intera società. 

Sarebbe però semplicistico bollare i fenomeni pregiudiziali come sbagliati o addirittura patologici, auspicando quindi la loro cancellazione in seguito a un ripristino di modalità di pensiero corrette e salutari. In realtà, il pregiudizio si basa su processi psicologici assolutamente abituali, normali e, sotto certi aspetti, giustificati. Prima di tutto vi sono processi di natura cognitiva, legati alla categorizzazione – ovvero all’inserimento di singoli elementi in classi più ampie – e alla schematizzazione – l’organizzazione dei dati dell’esperienza in strutture cognitive. Tali processi sono fondamentali per poter interagire in modo efficiente con l’ambiente: il fatto di riorganizzare e semplificare gli stimoli che incontriamo quotidianamente consente di avere a che fare con insiemi omogenei e strutturati, invece che una moltitudine di informazioni sparse, portando quindi ad un notevole risparmio di energie cognitive. Se è utilissimo interpretare la realtà come composta da classi definite (le “mele”, le “case”, le “automobili”) in cui ricondurre i diversi stimoli che incontriamo, a livello sociale questo rischia di tradursi in un’eccessiva semplificazione: invece che interagire con singoli esseri umani, ci ritroviamo a pensare – spesso in modo automatico – in termini di italiani o migranti, cristiani o musulmani, eterosessuali od omosessuali, e così via. L’altra causa dei fenomeni pregiudiziali è costituita da processi di natura affettiva e motivazionale, legati alla volontà presente in ogni essere umano di difendere – o migliorare – il proprio livello di benessere. Il punto cruciale è che i gruppi sociali offrono agli individui che ne fanno parte molteplici risorse importanti per il benessere: la possibilità di avere un’elevata autostima (se il gruppo è percepito come positivo e capace), la rassicurante certezza che il proprio impegno e i propri sforzi porteranno ai risultati desiderati (se il gruppo ha potere, di tipo economico, politico o sociale), la sicurezza di vivere in un contesto sociale in cui ci sono regole comuni, chiare e rassicuranti (se il gruppo è dotato di norme sociali e culturali condivise). Tutte queste risorse, che rivestono un’importanza fondamentale per la vita comunitaria, tendono spesso ad essere definite su base comparativa: il nostro gruppo è positivo perché è migliore di altri gruppi, ha più potere perché altri ne hanno di meno, segue norme e regole che vengono percepite come più chiare, certe e “giuste” in confronto a quelle di altri gruppi, portatori di culture e norme differenti. Tali gruppi estranei vengono quindi considerati minacciosi proprio in quanto diversi: con la loro diversità rischiano di rompere gli equilibri su cui si basa lo status quo, minacciando la possibilità dei nostri gruppi di appartenenza di continuare a fornirci le suddette risorse.

Ci troviamo quindi di fronte ad una impasse. Da un lato i processi cognitivi e motivazionali che stanno alla base del pregiudizio sono assolutamente normali e non hanno nulla di patologico o problematico: tutti gli esseri umani categorizzano, schematizzano, cercano legittimamente di tutelare il proprio benessere e appartengono a gruppi sociali da cui ricavano vantaggi e risorse. Dall’altro lato, la presenza di pregiudizi e discriminazioni mina alle fondamenta la possibilità di vivere in una società pacifica ed armoniosa. Come uscirne? Abituandosi all’idea che è vero che gli altri possono essere diversi da noi, ma questo di per sé non costituisce necessariamente una minaccia. La diversità è ormai una delle caratteristiche della società. In quanto tale non dovrebbe essere rifiutata, ostacolata o, come sostengono alcuni, ignorata, ma dovrebbe essere accettata come un dato di fatto. Le persone sono diverse – nel colore della pelle, nella religione, nel vivere la propria sessualità – ma questo non dovrebbe essere percepito come un problema, almeno fino a quando si convive in un contesto sociale seguendo le regole di base della convivenza pacifica. Avendo in mente questa premessa, potremmo comunque notare il sorgere automatico nella nostra mente di logiche di tipo pregiudiziale, associate all’utilizzo di categorie, schemi e percezioni di minaccia, ma con un atto di consapevolezza potremmo cercare di non seguirle in modo automatico fino alle loro estreme conseguenze, limitandoci invece a constatare che la diversità esiste e cercando attivamente di ricondurre i nostri pensieri ed emozioni alle persone che abbiamo di fronte e non solo ai loro gruppi di appartenenza.

 I contenuti di questo testo sono approfonditi nel capitolo “Le barriere psicologiche all’inclusione e il loro superamento” del volume Diritti umani e inclusione, a cura di Laura Nota, Marco Mascia e Telmo Pievani (2019; Il Mulino). 

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