SCIENZA E RICERCA

Oltre i lanciatori: la sfida della riutilizzabilità in orbita per i satelliti

Negli ultimi dieci anni la riutilizzabilità dei lanciatori ha trasformato in modo significativo il settore dell’accesso allo spazio. Il recupero e il riutilizzo dei primi stadi, reso operativo su scala industriale, ha contribuito a ridurre i costi di lancio e ad aumentare la frequenza delle missioni.

Oggi questa logica si sta progressivamente estendendo oltre la fase di lancio, coinvolgendo direttamente le infrastrutture in orbita. Il passaggio è tutt’altro che marginale: mentre i lanciatori rappresentano il punto di ingresso nello spazio, i satelliti costituiscono l’infrastruttura permanente su cui si basa l’intera economia spaziale.

La questione centrale non è solo tecnologica, ma industriale ed economica. Il modello dominante è ancora lineare: i satelliti vengono progettati, lanciati, utilizzati per un periodo limitato e infine dismessi. L’ipotesi di una riutilizzabilità orbitale introduce invece un cambio di paradigma, orientato alla gestione nel tempo degli asset piuttosto che alla loro sostituzione.

Il modello lineare dei satelliti e le sue criticità

La maggior parte dei satelliti operanti in orbita terrestre bassa (LEO, Low Earth Orbit) segue un ciclo di vita relativamente standardizzato: lancio, operatività per circa cinque-sette anni e successivo deorbiting. Questo modello comporta una serie di criticità strutturali.

Dal punto di vista economico, implica costi ricorrenti elevati legati alla necessità di sostituire continuamente le infrastrutture. Ogni nuova generazione di satelliti richiede investimenti significativi in progettazione, produzione e lancio, mantenendo un modello fortemente basato sul CapEx (capital expenditure).

Sul piano sistemico, la moltiplicazione dei satelliti contribuisce alla congestione delle orbite e all’aumento dei detriti spaziali. I dati raccolti da organismi internazionali come UNOOSA (United Nation Office for Outer Space) e i report dell’OECD evidenziano una crescita sostenuta del numero di oggetti in orbita, trainata in particolare dallo sviluppo delle costellazioni commerciali.

In questo contesto, il modello lineare appare sempre meno sostenibile nel lungo periodo, sia dal punto di vista economico sia da quello ambientale.

Dai razzi ai satelliti: analogie e limiti del confronto

Il successo dei lanciatori riutilizzabili offre una chiave interpretativa immediata, ma il parallelismo con i satelliti deve essere utilizzato con cautela.

L’analogia principale risiede nella possibilità di ridurre i costi attraverso il riutilizzo degli asset. Tuttavia, le differenze operative sono profonde. I lanciatori operano per tempi molto brevi e rientrano rapidamente nell’atmosfera, mentre i satelliti restano in orbita per anni, esposti a condizioni ambientali estreme, radiazioni e degrado dei materiali.

Inoltre, il riutilizzo dei satelliti richiede operazioni complesse di rendezvous e docking, che aumentano significativamente la difficoltà tecnica e i costi operativi. A differenza dei razzi, dove il recupero è parte integrante della missione, il servicing orbitale implica l’interazione tra sistemi indipendenti in un ambiente privo di infrastrutture fisiche.

Ne deriva che la riutilizzabilità orbitale non è una semplice estensione del modello dei lanciatori, ma un’evoluzione distinta, con tempi di maturazione più lunghi.

Tecnologie abilitanti del riutilizzo in orbita

Nonostante queste complessità, negli ultimi anni si è sviluppato un insieme di tecnologie che rendono plausibile il passaggio a un modello più circolare.

Tra queste, un ruolo centrale è svolto dall’in-orbit servicing, che comprende attività di manutenzione, riparazione e aggiornamento dei satelliti direttamente nello spazio. Programmi come quelli sviluppati dalla NASA nell’ambito dell’OSAM (On-orbit Servicing, Assembly, and Manufacturing) stanno sperimentando capacità avanzate di manipolazione robotica e assemblaggio in orbita.

Un secondo elemento chiave è il refueling orbitale, che consente di estendere la vita operativa dei satelliti rifornendoli di propellente. A questo si aggiungono le architetture modulari, che permettono la sostituzione di singoli componenti senza dover dismettere l’intero sistema.

Infine, alcune iniziative esplorano la possibilità di rientro controllato e recupero dei satelliti, aprendo scenari di riutilizzo più radicale. Tuttavia, queste soluzioni sono ancora in fase sperimentale e pongono sfide significative in termini di costi e affidabilità.

Dai dimostratori al mercato: industria e startup

Il passaggio dalle tecnologie dimostrative a un mercato strutturato è ancora in corso. Alcuni risultati concreti sono già stati raggiunti, come nel caso del Mission Extension Vehicle (MEV) sviluppato da Northrop Grumman, che ha dimostrato la possibilità di agganciarsi a satelliti in orbita e prolungarne la vita operativa.

Parallelamente, aziende come Astroscale e ClearSpace stanno sviluppando soluzioni per la gestione dei detriti spaziali e la sostenibilità orbitale, mentre una nuova generazione di startup sta esplorando modelli più ambiziosi di riutilizzabilità.

Tra queste, Lux Aeterna propone un’architettura di satellite progettata per il rientro e il riutilizzo, con l’obiettivo di superare il paradigma “usa e getta”. Si tratta tuttavia di un approccio ancora in fase iniziale, che dovrà essere validato sia sul piano tecnico sia su quello economico.

L’ecosistema industriale appare quindi in formazione, caratterizzato da una coesistenza di grandi contractor, programmi istituzionali e iniziative imprenditoriali emergenti.

Implicazioni economiche: dal CapEx al ciclo di vita

Il vero impatto della riutilizzabilità dei satelliti riguarda il modello economico della space economy.

L’approccio tradizionale si basa su investimenti iniziali elevati e su cicli di sostituzione periodica degli asset. L’introduzione del servicing e del riutilizzo apre invece la possibilità di passare a una logica centrata sul ciclo di vita, in cui il valore economico del satellite viene distribuito nel tempo.

In questo contesto stanno emergendo nuovi modelli di business, come il servicing-as-a-service, il refueling commerciale e il leasing di capacità satellitare. Queste soluzioni potrebbero ridurre le barriere all’ingresso per nuovi operatori e rendere più flessibile l’utilizzo delle infrastrutture spaziali.

Secondo diverse analisi, tra cui i report OECD e gli studi di think tank europei come ESPI, la crescita delle costellazioni e l’aumento della domanda di servizi satellitari potrebbero rendere economicamente sostenibili queste nuove modalità operative. Tuttavia, resta aperta la questione dei costi effettivi del servicing rispetto al lancio di nuovi satelliti, che in molti casi continua a rappresentare l’opzione più semplice.

Sostenibilità orbitale ed economia circolare

La riutilizzabilità dei satelliti si inserisce anche nel più ampio dibattito sulla sostenibilità delle attività spaziali.

L’aumento degli oggetti in orbita e il rischio crescente di collisioni stanno spingendo le agenzie spaziali e le organizzazioni internazionali a sviluppare linee guida per la gestione a lungo termine dello spazio. Iniziative come il programma Zero Debris dell’ESA e le raccomandazioni di UNOOSA mirano a ridurre la produzione di nuovi detriti e a promuovere pratiche operative più sostenibili.


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In questo quadro, il riutilizzo e il prolungamento della vita operativa dei satelliti possono essere interpretati come elementi di un modello di economia circolare applicato allo spazio. Ridurre la necessità di lanci frequenti e limitare la produzione di nuovi oggetti orbitali rappresenta una leva potenziale per contenere l’impatto ambientale delle attività spaziali.

Verso un nuovo paradigma (ma non ancora maturo)

La riutilizzabilità delle infrastrutture orbitali rappresenta una delle direzioni più promettenti dell’evoluzione della space economy, ma il passaggio a un modello industriale consolidato è ancora lontano.

Le tecnologie abilitanti sono in fase di sviluppo, i modelli di business non sono ancora pienamente definiti e il quadro regolatorio deve adattarsi a operazioni sempre più complesse in orbita.

A differenza della rivoluzione dei lanciatori, che si è affermata in tempi relativamente rapidi grazie a un chiaro vantaggio economico, la trasformazione dei satelliti richiederà probabilmente un processo più graduale, basato su sperimentazioni progressive e su una crescente integrazione tra settore pubblico e privato.

Il passaggio da infrastrutture “usa e getta” a sistemi progettati per essere mantenuti, aggiornati e riutilizzati è tecnicamente plausibile, ma resta da dimostrare su scala industriale. Se questa transizione dovesse concretizzarsi, potrebbe ridefinire in profondità il modo in cui vengono progettate, gestite e finanziate le attività spaziali nei prossimi decenni.

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