Le Big Tech stanno cambiando i rapporti di forza nella ricerca scientifica
Kristina Alexanderson
Nell’immaginario comune, la ricerca scientifica viene svolta per lo più nei laboratori e nelle aule universitarie. Ma è davvero ancora così oggi?
L’innovazione tecnologica ha rivoluzionato la società e i comportamenti delle persone negli ultimi decenni e anche la ricerca scientifica ha risentito profondamente di questi cambiamenti. Lo scorso 14 maggio, in un convegno organizzato alla sede del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Roma, in ricordo di Gino Nicolais, il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica ha presentato un dossier intitolato Ricerca e democrazia ai tempi delle Big Tech: “Le Big Tech stanno controllando lo sviluppo della ricerca e della scienza” ha detto Rocco De Nicola, presidente del Gruppo 2003, in apertura dell’incontro. “Noi abbiamo preparato un dossier in cui mettiamo giù dei dati. Io prima ero preoccupato. Ora lo sono ancora di più”.
Il messaggio principale che emerge dall’analisi è che la ricerca scientifica si è spostata, e sempre di più si sta spostando, dal polo pubblico a quello privato. L’Intelligenza Artificiale è l’esempio più paradigmatico, ma certamente non l’unico.
Potenza di fuoco economica
Negli anni 2000 i più importanti modelli di AI nascevano da università nordamericane, quali Stanford, Toronto, Montreal e MIT, riporta il dossier. “Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel 2024 circa il 90% dei modelli di AI di rilievo proveniva da aziende private (una quota che nel 2025 supera il 90%) contro il 60% del 2023 e il 50% del 2015”.
La sola NVIDIA, la società che produce le GPU ad alte prestazioni che vengono usate per l’addestramento dei Large Language Models, ha una capitalizzazione superiore ai 5.000 miliardi di dollari, equivalente all’incirca al Pil della Germania. Assieme alle altre Big Tech (Google, Apple, Microsoft, Amazon e Meta) queste sei aziende raggiungono un valore superiore ai 22.000 miliardi di dollari, ovvero circa i tre quarti del Pil degli Stati Uniti, la prima economia mondiale.
Nel 2026, queste e altre Big Tech come Oracle, hanno complessivamente investito circa 700 miliardi di dollari nella crescita dell’AI: “il perimetro comprende data center, GPU e acceleratori, energia, rete, storage, cloud e infrastrutture a supporto”, specifica il rapporto. L’intero bilancio federale statunitense per la ricerca civile ammonta invece a circa 195 miliardi di dollari, ossia un valore dalle tre alle quattro volte inferiore. Da questa parte dell’oceano invece, la spesa media annuale del programma Horizon Europe, che finanzia la ricerca e lo sviluppo a livello comunitario, resta attorno ai 14,5 miliardi di euro l’anno.
La concentrazione non riguarda solo la potenza economica, ma anche quella di filiera: “La catena di fornitura è estremamente concentrata: pochi produttori, pochi cloud provider e pochi integratori definiscono tempi, prezzi e priorità di accesso”. Questo si traduce in un accesso limitato per chi non fa parte di questo gruppo ristretto: “Le conseguenze per la ricerca pubblica sono concrete. Anche quando esistono idee, dottorandi e competenze, senza accesso stabile a compute (potenza di calcolo), energia e dati, la frontiera sperimentale resta fuori portata. (…) Chi controlla modelli, benchmark e infrastrutture controlla anche una parte rilevante dell'agenda scientifica”.
Brain drain dall’accademia all’industria
Disponendo di maggiori risorse, economiche e infrastrutturali, le grandi aziende diventano anche un polo di attrazione per i giovani ricercatori più brillanti, cui l’accademia spesso riesce offrire solo una carriera precaria piena di incertezze. Se dal punto di vista individuale una posizione ben pagata è sicuramente un motivo di realizzazione, dal punto di vista del sistema della ricerca presenta alcune problematiche: “Il passaggio verso laboratori industriali modifica incentivi, tempi di pubblicazione, accesso ai dati, proprietà intellettuale e libertà di ricerca. In molte aree il lavoro più avanzato rimane interno alle aziende, non è replicabile e non diventa oggetto di valutazione tra pari”.
Nel 2024, quasi il 75% della spesa in ricerca e sviluppo nei Paesi OCSE (quelli classificati come “sviluppati”) è stato sostenuta dal settore privato. Rispetto all’anno precedente, la componente pubblica di questo investimento è addirittura calata di oltre il 4%, secondo i dati riportati nel dossier. In altri termini, il pubblico è sempre meno in grado di orientare l’agenda di ricerca, che invece viene controllata in larga parte dal privato.
Ricerca di base e ricerca applicata
A questo sbilanciamento verso il privato corrisponde uno spazio di azione sempre più ridotto per la ricerca di base. “In genere tendiamo a distinguere tra ricerca di base e applicata anche se a volte le due finalità vengono perseguite contemporaneamente” ha detto al convegno Gianfranco Pacchioni, professore di chimica all’università Bicocca di Milano e autore di Scienza chiara, scienza oscura (Il Mulino, 2025). “Però la scienza di base, quella che non ha motivazioni o finalità applicative, proprio per questa ragione è finanziata dagli enti pubblici, perché società e enti privati non si possono permettere di investire su attività che produrranno risultati tra 10 o 20 anni. La ricerca applicata invece può produrre delle ricadute in tempi molto più brevi ed è logico che possa essere di interesse del privato”.
Sebbene la ricerca accademica, di base, negli ultimi decenni sia cresciuta moltissimo, il suo impatto non ha seguito la stessa traiettoria. Oggi nel mondo ci sono più di 15 milioni di ricercatori e ogni anno vengono pubblicati tra i 3 e i 4 milioni di articoli scientifici. Pacchioni si era occupato di questi numeri in un libro di una decina di anni fa, Scienza quo vadis, che è stato tradotto in inglese da Oxford University Press con un titolo eloquente: The overproduction of truth, la sovrapproduzione di verità, o di risultati.
Secondo Pacchioni infatti la ricerca accademica è diventata troppo autoreferenziale: troppo spesso è indirizzata alla carriera del ricercatore, che deve assicurarsi un posto a fronte di poche opportunità, e troppo poco alla crescita della società. “Un articolo sull’Economist di qualche anno fa sosteneva che le università stanno fallendo nello stimolare la crescita economica. Troppo spesso generano idee che nessuno sa come utilizzare. È una critica pesante che viene fatta all’accademia, che però ha un certo fondamento”.
A fronte di questo calo di impatto della ricerca di base, la crescita della ricerca industriale introduce più di qualche problema per la trasparenza e la condivisione della conoscenza scientifica: “per definizione la ricerca privata non è aperta, deve puntare a brevettare il prodotto della propria innovazione”.
Per un’azienda, l’ideale a cui tendere è quello di ottenere il monopolio nella nicchia di mercato su cui investe. Le Big Tech, che sono diventate grandi proprio grazie a strategie monopolistiche (motori di ricerca, social network, commercio online, sistemi operativi, eccetera), oggi però non stanno investendo solo in intelligenza artificiale.
Non solo AI
“Si parla giustamente molto di intelligenza artificiale e Google fa ricerca con le università in computer science, matematica, ma anche nelle neuroscienze, nella biologia, nella genetica e molto altro ancora” ha spiegato Pacchioni. “Vi racconto anche un aneddoto: io ho scelto di occuparmi di questo tema dopo che qualche anno fa, a un congresso dell’American Chemical Society, ero andato a seguire una conferenza sulla bioelettronica e lì chiacchierando ho conosciuto due ricercatori di Facebook e mi dissi ‘cosa c’entra Facebook con la bioelettronica’? Queste persone andavano in giro a conferenze, non presentavano nulla, ma raccoglievano idee”.
Se si guardano agli ambiti di investimento delle Big Tech, si può notare che hanno un enorme interesse nell’ambito della salute, ha mostrato Pacchioni. Ma quanta della ricerca che fanno viene poi condivisa e resa pubblica? Uno studio pubblicato qualche anno fa ha trovato dei dati interessanti: Amazon per esempio investe ogni anno più di 70 miliardi di dollari in ricerca (l’intera università italiana si regge su 9 miliardi di euro provenienti dal fondo di finanziamento ordinario), ma dalla sua nascita a fine anni ‘90 fino al 2019 ha pubblicato solo poco più di 800 articoli scientifici, di cui quasi il 90% co-autorati con ricercatori accademici. Al contempo però ha registrato più di 10.000 brevetti di cui solo lo 0.1% in condivisione con un’università. “Come a dire, pubblicare insieme, poco, sì. Brevettare insieme, no” ha commentato Pacchioni. “Queste società già dal 2010 hanno adottato una strategia molto precisa che punta al controllo dello sviluppo tecnologico”, anche acquisendo piccole start-up che si rivelano promettenti.
Uno dei casi più emblematici è quello di Google che ha acquisito AlphaFold, società britannica che è stata tra le prime a mostrare le straordinarie potenzialità dell’applicazione dell’AI allo studio di un campo molto importante della chimica: la struttura e il ripiegamento delle proteine. Mentre le sue prime due versioni erano pubbliche, la società ha deciso di non rendere accessibile la terza versione, AlphaFold3, quella più avanzata.
Il ruolo delle università
Mettendo sotto chiave le nuove conoscenze, oltre che i profitti che da esse derivano, le grandi società private si appropriano di un bene comune che è indispensabile per il funzionamento democratico della società, che dovrebbe garantire un accesso aperto e condiviso alla nuova conoscenza prodotta dagli avanzamenti scientifici.
“Purtroppo al momento né la classe politica né l’opinione pubblica sembrano avere gli strumenti per regolare o quanto meno controllare questi cambiamenti. È necessario avere un dialogo tra scienza, società e istituzioni e l’università sarebbe il luogo ideale in cui avere questo dibattito. Però non lo vedo, le nostre università sono distratte, sono concentrate su altri temi, forse giustamente, ma non c’è molta consapevolezza di questi problemi neanche tra i nostri colleghi”, ha concluso Pacchioni. “Finanziare la ricerca pubblica non è più solo una questione di competizione tra sistemi (quello pubblico e quello privato), ma è fondamentale per la difesa della democrazia”.