UNIVERSITÀ E SCUOLA

Oltre la lezione: la “conversione educativa” di Eric Mazur

Buongiorno”, dice Eric Mazur in italiano, mentre prendiamo posto presso lo storico Caffè Pedrocchi, da quasi due secoli punto di riferimento della vita intellettuale cittadina. Ordiniamo una tazza del tradizionale caffè con menta e cacao; tutto a Padova sembra portare il peso della storia, ma Mazur – che parla italiano e ricorda ancora l'anno trascorso all'Università di Genova – appare perfettamente a suo agio.

C'è una certa ironia nella sua visita; fra poche ore parlerà nell'Aula Magna dell'ateneo fondato nel 1222, poco distante dalla celebre cattedra dalla quale insegnava Galileo, costruita secondo la tradizione dagli studenti perché tutti potessero vedere e ascoltare il maestro. Un’immagine che per secoli ha incarnato una certa idea dell’insegnamento: il sapere che fluisce dal professore al pubblico.

Mazur ha passato gran parte della sua carriera a sostenere che quell'immagine, per quanto potente, è fondamentalmente superata. La sua conferenza, organizzata nell’ambito delle attività dell’Advances Learning Multimedia Alliance for inclusive academic innovation – ALMA, si intitola Confessioni di un docente convertito. Un linguaggio quasi religioso, e forse non è un caso.

Mazur spiega che da bambino si era innamorato di stelle e galassie dopo aver ricevuto un libro dal nonno; quando però anni dopo entrò all'Università di Leida – uno dei centri europei più importanti nello studio dell’astronomia – quella passione si spense rapidamente: “All'improvviso la bellezza scomparve; era tutto formalismo ed equazioni, formule alla lavagna, memorizzazione e calcoli”. Nel giro di poche settimane passò al corso di fisica.

Il test che cambiò tutto

Anni dopo, entrato nel corpo docente di Harvard negli anni ’80 del secolo scorso, riprodusse inconsapevolmente lo stesso modello educativo. Gli studenti lo apprezzavano: le valutazioni erano eccellenti, i risultati agli esami ottimi. Secondo ogni parametro convenzionale sembrava un insegnante di successo: “Pensavo di fare davvero un ottimo lavoro. Presto però questa sensazione si rivelò una completa illusione”.

Tutto ebbe inizio con un articolo scientifico. Dopo sette anni a Harvard, Mazur lesse in uno studio su una rivista scientifica che gli studenti che frequentavano un corso introduttivo di fisica, senza poi proseguire nella materia, non imparavano assolutamente nulla. Gli autori – Halloun e Hestenes, dell'Arizona State University – avevano elaborato un test semplice: non problemi standard ma domande su situazioni della vita quotidiana. Lo somministrarono all'inizio e alla fine del semestre, e i risultati erano statisticamente identici. Il corso non aveva prodotto alcuna differenza misurabile.


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La prima reazione fu lo scetticismo: Mazur diede per scontato che i suoi studenti se la sarebbero cavata meglio. Tuttavia sottopose il test alla sua classe; “Dopo trenta secondi una studentessa alzò la mano e chiese: ‘Professore, devo rispondere secondo quello che ci ha insegnato lei o secondo il modo in cui ragiono normalmente?’”.

La domanda lo scosse: “Come poteva essere? C'è un solo universo, una sola fisica”. Capì improvvisamente che molti studenti avevano imparato con l’unico scopo di passare gli esami: “Mi stavo concentrando sul trasferire informazioni invece di aiutare gli studenti a imparare”. Quella distinzione divenne il fondamento di tutto ciò che è seguito dopo: “Non si impara ascoltando ma facendo. Memorizzare e ripetere significa imparare”.

Il caos a volte insegna qualcosa

La svolta decisiva arrivò quasi per caso. Un giorno, mentre spiegava un problema a una classe di 250 studenti, notò sui loro volti una confusione totale. Spiegò una seconda volta, stavolta con un approccio diverso: la confusione si fece ancora più profonda. Sfinito, chiese agli studenti di discuterne tra loro. Ciò che accadde dopo lo sorprese: “Caos totale – racconta sorridendo –. Tutti cominciarono a parlare”. Nel giro di due minuti, molti erano però riusciti a capire: “Si potevano letteralmente vedere la meraviglia sui loro volti”.

Quel momento di apparente disordine divenne il fondamento di quello che sarebbe stato chiamato Peer Instruction, il metodo didattico che ha reso Mazur una delle voci più influenti nel dibattito sulla riforma dell'istruzione superiore. Invece di trattare gli studenti come destinatari passivi della conoscenza, l'approccio chiede loro di affrontare una questione, impegnarsi in una risposta, discuterla con i compagni e poi riconsiderare la propria posizione. Più che una fonte di risposte, l'insegnante diventa così una guida nell'incertezza, vero e proprio “progettista di domande”.

“Spesso i professori dimenticano quanto sia difficile un problema – continua –. Uno studente che lo ha studiato recentemente ricorda invece dove sono gli ostacoli”. Richiama quello che lo psicologo Steven Pinker ha definito la maledizione della conoscenza: “Quando sai qualcosa davvero bene spiegarlo è più difficile, non più facile”.

Questa consapevolezza ha portato Mazur a smettere di “insegnare raccontando” per iniziare a “insegnare domandando”. “Socrate lo faceva molto prima di noi, e quando leggi i dialoghi di Galileo vedi la stessa cosa: imparare attraverso le domande, la discussione, lo scambio”.  E c'è un gusto particolare nel fare questa osservazione a Padova: i Discorsi e Dimostrazioni Matematiche di Galileo, strutturati proprio come un dialogo, furono pubblicati nel 1638 a Leida, la stessa città dove ha studiato Mazur. Due città, un solo metodo, osserva lo studioso.

La lezione in Aula Magna

Poche ore dopo Mazur mostra concretamente cosa intende tenendo la sua lezione. Rivolgendosi a un pubblico composto in gran parte da accademici e docenti, non si limita a spiegare le proprie idee: le mette in pratica invitando la sala a fare esattamente ciò che chiede ai suoi studenti, ovvero smettere di ascoltare passivamente e cominciare a pensare.

“La conoscenza non può essere semplicemente trasmessa – spiega –, deve essere costruita nella mente di chi apprende”. Spesso una lezione tradizionale gli studenti trascorrono la maggior parte del tempo a copiare appunti, rimandano il lavoro più difficile: capire. “Se penso alla mia esperienza, la fisica che conosco non l'ho imparata in aula: l'ho imparata dopo, lavorandoci su. Spesso si impara nonostante il metodo”.

L'educazione, spiega, consiste di due fasi distinte. Se la prima è il trasferimento di informazioni, la seconda – assai più impegnativa – consiste nel dare a queste un senso. La didattica tradizionale dedica la maggior parte delle energie alla prima fase e lascia la gran parte della seconda agli studenti. Per questo Mazur è diventato uno dei primi sostenitori della flipped classroom, la “classe rovesciata” in cui gli studenti acquisiscono le informazioni prima della lezione attraverso letture, video o risorse digitali, mentre il tempo in aula è riservato alla discussione, alle domande e alle sfide concettuali. “In questo modo diamo agli studenti la responsabilità della parte più semplice: il trasferimento di informazioni. Gli insegnanti possono poi usare il prezioso tempo in aula per aiutarli ad assimilarle”.

Per rendere il concetto concreto, Mazur coinvolge il pubblico in un esercizio dal vivo. Viene posta una domanda, i partecipanti votano e poi discutono le risposte in piccoli gruppi, infine votano di nuovo. Molti cambiano idea dopo aver parlato con i colleghi. La sala si riempie di conversazioni, risate e dibattito. Per lui non è una distrazione: è apprendimento.

Oltre il Covid e l'intelligenza artificiale

Sono passati trentacinque anni da quando Mazur ha deciso di cambiare rotta, e in questo periodo a suo giudizio l'istruzione superiore è cambiata pochissimo. Due grandi discontinuità hanno nel frattempo riportato il problema al centro del dibattito, pur con risultati assai diversi.

La prima è stata il Covid. La didattica a distanza, sostiene Mazur, si è limitata a rendere visibili problemi che c’erano già, rendendoli però impossibili da ignorare. Quando però la pandemia è finita, quasi tutti sono tornati ai vecchi metodi.

Se l'intelligenza artificiale rende la conoscenza accessibile in ogni momento, ciò che diventa davvero raro è la capacità umana di giudicare, assumersi responsabilità e pensare in modo critico

La seconda discontinuità è rappresentata dall'intelligenza artificiale, e questa secondo Mazur non passerà in silenzio. La questione fondamentale è perché insegnare a uno studente a risolvere un problema se l'AI può farlo meglio, più velocemente e a costi minori? Negli Stati Uniti gli effetti sono già visibili: le assunzioni di neolaureati sono in netto calo, perché le aziende trovano più conveniente usare l'AI piuttosto che assumere un laureato inesperto. A questo riguardo la posizione di Mazur è netta: agli studenti dovrebbe sempre essere consentito di usare l'intelligenza artificiale, anche durante i compiti e gli esami.

“L'AI rende a basso costo la cognizione ‘abbastanza buona’ – spiega –. Quello che non può fornire è il giudizio, la responsabilità e la capacità di valutare il proprio output. Un essere umano può assumersi la responsabilità di una decisione, l'AI no”. Il compito dell'educazione diventa allora quello di coltivare proprio queste capacità: come usare l'AI in modo intelligente, interrogarla criticamente, assumersi la responsabilità di ciò che emerge. “Se continuiamo a insegnare le stesse cose nello stesso modo, produrremo laureati inferiori a uno strumento che costa pochi centesimi per ogni interrogazione”.

C'è una domanda che segue Mazur ovunque vada a fare questo discorso. Il vecchio sistema delle lezioni frontali era così inefficace? Non ha forse prodotto le persone che ci hanno portato sulla Luna? “La domanda contiene un'assunzione nascosta – risponde –: non sono state le lezioni a portarci sulla Luna, ma persone intelligenti e determinate, che sono riuscite a imparare nonostante le lezioni e non grazie ad esse”. Einstein, ricorda, una volta osservò come l'educazione sia ciò che rimane dopo che tutto ciò che si è imparato è stato dimenticato: “La maggior parte di quello che ti viene detto evapora; ciò che resta è costruito attraverso il tuo pensiero, il tuo sforzo personale di dare senso alle cose”.

E poi c'è lo spreco: quando Mazur iniziò a studiare fisica a Leida erano 120 iscritti al primo anno. Dopo un anno ne restavano undici: il resto erano andati a fare medicina, giurisprudenza o altro. “Erano incapaci di fare fisica? Non lo sappiamo. Erano semplicemente stati scoraggiati, come lo fui io dall'astronomia a diciassette anni”.

Al Pedrocchi ormai le tazze sono quasi vuote. La conversazione si sposta su ciò che, eventualmente, varrebbe la pena conservare del vecchio modo di insegnare. La lezione frontale, concede Mazur, può ispirare, creare il desiderio di sapere. Il veicolo principale dell'apprendimento, però insiste, è il fare: un lavoro guidato, attivo, partecipato. Dato l’imminente avvio dei mondiali, lo spiega in termini calcistici: i migliori allenatori di calcio non si limitano a far sedere la squadra e a spiegare gli schemi: “Mettono il pallone ai tuoi piedi, ti guardano sbagliare e ti aiutano a migliorare – sorride –. Mi vedo più come un allenatore che come un professore, una guida al tuo fianco che un saggio sul palco”.

Eric Mazur è Balkanski Professor of Physics and Applied Physics all'Università di Harvard, dove insegna dal 1984. È autore di Peer Instruction: A User's Manual (Prentice Hall, 1997) e fondatore di Perusall, una piattaforma di apprendimento collaborativo utilizzata da oltre cinque milioni di studenti in tutto il mondo.

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