La via mongola alle terre rare
Una miniera
Il 9 luglio 2026 il presidente sudcoreano Lee Jae-myung è arrivato a Ulaanbaatar per una visita di Stato conclusasi con un forum imprenditoriale a cui hanno preso parte i gruppi industriali sudcoreani POSCO International, LS e GS: sul tavolo, riferisce il Korea Times, l'ampliamento della cooperazione bilaterale sulle catene di fornitura di terre rare e rame. È l'ultima tappa di una sequenza avviata meno di un mese prima, quando il 12 giugno POSCO International — il ramo commerciale e industriale del gruppo siderurgico sudcoreano, attivo nel commercio e nello sviluppo di materie prime su scala globale — ha firmato con la mineraria statale Erdenes Mongol un memorandum per lo sviluppo congiunto di rame, carbone e terre rare, come racconta il quotidiano economico Seoul Economic Daily. Erdenes Mongol non è un attore qualunque: gestisce direttamente otto miniere nel Paese e detiene 67 licenze estrattive e 17 di esplorazione, il che la rende di fatto il braccio operativo del governo mongolo in ogni grande progetto minerario.
Il breve mandato coreano alla guida di FORGE
Questa intensificazione dei rapporti bilaterali non è casuale, e per comprenderla bisogna tornare a qualche mese prima. Il 4 febbraio 2026 il segretario di Stato americano Marco Rubio ha riunito a Washington, insieme al vicepresidente JD Vance e ai segretari al Tesoro, agli Interni, all'Energia e al Commercio, i rappresentanti di 54 paesi e della Commissione europea per il Critical Minerals Ministerial, il vertice sui minerali critici a cui ha preso parte anche la Mongolia, accanto a Corea del Sud e Giappone. In quella sede Rubio ha annunciato la nascita del Forum on Resource Geostrategic Engagement, che raccoglie l'eredità della precedente Minerals Security Partnership, l'alleanza multilaterale lanciata nel 2022 da Washington con una dozzina di paesi alleati per coordinare gli investimenti nelle catene di fornitura minerarie. La presidenza del neonato FORGE è spettata alla Corea del Sud fino a giugno scorso.
Seoul ha dunque guidato per circa quattro mesi l'architettura diplomatica con cui Washington e i suoi alleati provano a coordinare l'accesso a rame, litio e terre rare al di fuori dei canali cinesi. È in quella stessa finestra, e nelle settimane immediatamente successive alla scadenza del mandato, che il canale bilaterale tra Corea del Sud e Mongolia si è fatto più concreto, con il memorandum POSCO-Erdenes Mongol di giugno e la visita di Stato di luglio: una sequenza che suggerisce come Seoul abbia usato la propria centralità nell'architettura multilaterale come leva per rafforzare in parallelo i propri accordi bilaterali con Ulaanbaatar.
Un dialogo trilaterale che precede il 2026
Il canale con la Mongolia, in realtà, non nasce con la presidenza coreana di FORGE. Il ministero degli Esteri di Seoul (MOFA) aveva avviato già nel giugno 2023 un dialogo trilaterale con Stati Uniti e Mongolia dedicato alla stabilizzazione delle catene di fornitura dei minerali critici, a cui hanno preso parte l'allora vice ministro degli Esteri sudcoreano Lee Dohoon, il sottosegretario di Stato americano Jose W. Fernandez e il ministro mongolo dell'Industria mineraria e pesante Ganbaatar Jambal. Gli sviluppi più recenti si collocano nel solco del settimo Comitato congiunto Corea-Mongolia, il meccanismo di consultazione bilaterale periodica tra i due governi, il cui obiettivo dichiarato è rafforzare la competitività industriale sostenibile di entrambi i Paesi attraverso la cooperazione sui metalli rari. Il MOFA ricorda inoltre che la Mongolia è l'ottavo produttore mondiale di molibdeno e che detiene giacimenti significativi di stagno, oltre alle terre rare.
Con il Giappone la cooperazione segue una traiettoria diversa e più lunga: affonda le radici nell'aggiornamento del 2022 delle relazioni bilaterali a “Partenariato strategico speciale per la pace e la sicurezza”, da cui è scaturito un piano d’azione 2022-2031 che, secondo la ricostruzione del Center for Strategic and International Studies (CSIS), think tank statunitense specializzato in politica estera, impegna esplicitamente Tokyo a garantire “una fornitura stabile e di lungo periodo di rame, terre rare e altre risorse minerarie mongole al Giappone”. In questo schema Tokyo metterebbe a disposizione le competenze di raffinazione tramite la Japan Organization for Metals and Energy Security (JOGMEC), l'agenzia pubblica giapponese che opera sotto il ministero dell'Economia, del Commercio e dell'Industria (METI) e coordina lo sviluppo di poli di lavorazione all'estero, mentre Ulaanbaatar fornirebbe la materia prima a monte, scrive il CSIS.
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Riserve enormi, capacità di lavorazione ancora minime
I numeri spiegano perché tre potenze di peso economico diverso si contendano oggi l'attenzione di un Paese di appena 3,4 milioni di abitanti. La Mongolia detiene riserve stimate in 31 milioni di tonnellate di terre rare, seconde solo a quelle cinesi, oltre a posizionarsi rispettivamente al secondo e al quarto posto mondiale per riserve di rame e carbone. Il CSIS colloca la stima economica del potenziale minerario complessivo del Paese — comprensivo di rame, fluorite, carbone e terre rare ancora in gran parte inesplorate — in una forbice tra 1.000 e 3.000 miliardi di dollari.
Su scala industriale, tuttavia, quello mongolo resta un apparato quasi esclusivamente estrattivo. Le licenze di Erdenes Mongol riguardano l'attività mineraria a monte, non la raffinazione a valle, che per le terre rare richiede impianti chimici altamente specializzati oggi concentrati in misura schiacciante in territorio cinese. È qui, secondo il CSIS, che si misura il vero collo di bottiglia della strategia mongola: trasformare i minerali grezzi in ossidi e metalli lavorati pronti per l'industria manifatturiera resta un passaggio che Ulaanbaatar non è ancora in grado di compiere da sola, e che nessuno degli accordi firmati nel 2026 ha finora colmato in modo strutturale.
La diplomazia del “terzo vicino” e il vincolo geografico
La spinta mongola verso Seoul, Tokyo e Washington si inserisce in quella che gli analisti chiamano “third neighbor policy”, una dottrina di politica estera adottata da Ulaanbaatar fin dagli anni Novanta per coltivare relazioni con potenze terze — Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Unione Europea — e bilanciare così la dipendenza pressoché totale dai suoi due unici vicini fisici, Russia e Cina. La corsa globale alle terre rare offre oggi alla Mongolia un'occasione storica per dare sostanza economica a una dottrina rimasta per decenni prevalentemente simbolica, sostiene il Lowy Institute, think tank australiano di politica estera.
Resta però un limite che nessun accordo diplomatico può aggirare: la Mongolia è un Paese privo di sbocco al mare, e le sue esportazioni minerarie devono necessariamente transitare via terra attraverso la Cina o la Russia prima di raggiungere un porto. Questa condizione è il cuore della “diplomazia mineraria di bilanciamento” mongola, spiega l'ISPI, think tank italiano di relazioni internazionali: Ulaanbaatar può firmare quanti memorandum vuole con Seoul, Tokyo o Washington, ma finché la logistica dell'export resta condizionata dalle infrastrutture ferroviarie e doganali controllate da Pechino, il margine di autonomia reale resta circoscritto. Il National Bureau of Asian Research, centro studi statunitense specializzato su Asia e Pacifico, osserva inoltre che la Cina resta, nonostante gli sforzi di diversificazione dei partner occidentali e asiatici, il principale mercato di sbocco per gran parte della produzione mineraria mongola già esistente: una circostanza che rende prematura, quantomeno nel breve periodo, ogni narrazione di rottura netta tra Ulaanbaatar e Pechino.
Una scommessa ancora da verificare
Tra la presidenza coreana di FORGE, il memorandum POSCO-Erdenes Mongol e il quadro di lungo periodo con il Giappone, i primi sette mesi del 2026 hanno prodotto per la Mongolia una fitta rete di impegni istituzionali che convergono tutti sulla stessa scommessa: trasformare riserve geologiche enormi ma ancora largamente sulla carta in una leva di autonomia strategica reale. Se questa rete si tradurrà in impianti di raffinazione operativi e corridoi logistici alternativi, o se resterà — come segnalano sia Lowy Institute sia ISPI — un insieme di intese quadro senza un seguito industriale altrettanto concreto, è una domanda che gli stessi centri studi consultati non si sentono ancora di sciogliere con certezza.