Desertificazione, siccità, degrado, antichi fenomeni anche italiani. Ora va peggio.
La Grande Muraglia Verde a Noukachott in Mauritania - ©FAO/Giulio Napolitano
Secondo tutte le ricostruzioni, definizioni ed esperienze scientifiche in Italia non ci sono deserti, ci sono significative aree secche, ci sono permanenti rischi di desertificazione (non solo in quelle aree). La situazione è stata relativamente stabile per migliaia di anni, con alcuni cambiamenti climatici più o meno ciclici e più o meno localizzati.
Nell’ultimo quarantennio pure dalle nostre parti assistiamo a qualche effetto dei cambiamenti climatici antropici globali (riscaldamento, quindi aumento delle temperature medie e modifica del regime delle precipitazioni, quindi soprattutto siccità più estese frequenti lunghe) e di cattive scelte di gestione del territorio (sovrasfruttamento, quindi dissesto e cementificazione, quindi soprattutto inondazioni più estese frequenti dannose), con conseguente aggravarsi e accelerarsi delle realtà e delle minacce di disastri e di degrado del suolo. I deserti, del resto, sono diversificati e articolati biomi, ove piove niente o poco, il suolo è sottile, meno varia è la complessiva biodiversità animale e vegetale. Sono circa un quinto del pianeta, in via di estensione. Nei tempi lunghi dei cambiamenti climatici non antropici e dell’evoluzione umana, ai deserti comunque ci si è adattati, spesso con pratiche nomadi o migrando.
Tra fenomeni naturali e impronta umana: le cause dell'inaridimento
La desertificazione è un fenomeno antropico, direttamente causato da comportamenti umani di gestione del suolo e dell’acqua, da sfruttamento eccessivo o inquinamento delle risorse, indirettamente molto connesso ai cambiamenti climatici (ovvero in un rapporto di causa effetto). Colpisce innanzitutto aree “predisposte”, vulnerabili, cioè quelle aree del pianeta dove piove meno, dove c’è stabile squilibrio nel ciclo dell’acqua, le aree definite secche, drylands: arid, semi-arid, and dry sub-humid areas. In queste tre aree l’indice di aridità, che si misura prevalentemente con il rapporto tra le precipitazioni atmosferiche e l’evapotraspirazione potenziale, la relazione percentuale fra acqua che viene e acqua che va non supera lo 0,65% (fra 0,05% e 0,20% è arido, fra 0,20% e 0,50% è semiarido). Sotto lo 0,05% si parla appunto di deserto, piovono meno di 100 millimetri per anno, il suolo è composto di sabbia per il 20% circa. La minaccia di desertificazione di un’area spesso si manifesta attraverso la ricorrenza di un evento che in teoria è diverso, straordinario e transitorio: la siccità.
La siccità non è sinonimo di aridità o di degrado, è una contingente carenza di precipitazioni, un periodo di tempo in cui non piove e l’acqua che non arriva può provocare disastri. Si verifica soprattutto laddove è maggiore l’indice di aridità, negli ultimi tempi sempre più ovunque. Occorre tener presente che i cambiamenti climatici contemporanei provocano diminuzione di precipitazioni solo in alcune aree, in genere quelle già secche. Ovvio che disastrose siccità (per frequenza e intensità) vi si concentrano. Ovvio che l’estendersi di un periodo di siccità può rompere equilibri già precari. Ovvio che più frequenti siccità in aree secche accrescano degrado del suolo e minaccia di desertificazione. Ovvio che siccità e inondazioni non sono alternativi, ma possono essere disastri successivi e ciclici in un’area dove la media annuale di precipitazioni resta però invariata (meno giorni di più intensa pioggia). L’Italia non fa eccezione. Ratificammo perciò subito il relativo accordo internazionale promosso nel 1992 e firmato nel 1994.
La diplomazia del clima
La Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione in quei Paesi che soffrono di gravi siccità, particolarmente in Africa (UNCCD) è la terza e fin da subito la più ratificata delle convenzioni di Rio 1992 (come noto, le altre due sono clima e biodiversità). Entrata in vigore nel 1996, proprio a Roma l’anno dopo ci fu la prima conferenza attuativa. In preparazione, nel 1994 fu organizzato un simposio ad Almeria in Spagna sul rapporto fra desertificazione e migrazioni, un nesso da allora sottoposto ad approfondimenti, verifiche, esemplificazioni (emersi anche nel secondo simposio, sempre promosso da UNCCD nel novembre 2006). All’attenzione dell’opinione pubblica si è ormai imposta la più complessiva questione del nesso fra migrazioni e cambiamenti climatici. E, certamente, la realtà e la minaccia di tante siccità e della crescente desertificazione del suolo risultano connessi al riscaldamento del pianeta, fra le cause e gli effetti conclamati del climate change. In larga parte si tratta di effetti lenti e irreversibili per comportamenti umani avvenuti in tutt’altra parte del mondo (rispetto a deserti e aree secche). Gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) hanno steso successivi rapporti (ratificati da quasi tutti i governi del mondo) che indicano le aree vulnerabili del pianeta ove già si verificano migrazioni forzate (di specie vegetali e animali, prima e ancor più che di gruppi umani).
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La nuova geografia della siccità: dalla Pianura Padana al Mezzogiorno
In base ai parametri climatici globali l’Italia è un paese “affetto” da minaccia di desertificazione, da rischi di degrado del suolo nelle aree secche, sapendo che le aree secche erano anticamente quasi solo quelle del sud, un terzo del paese: Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna. La specifica convenzione ONU fissa teoriche regole e ipotetici piani d’azione, la prima conferenza delle parti del 1997 si svolse poco tempo prima dell’approvazione del primo Programma Nazionale di lotta alla siccità e alla desertificazione (PAN), ancora abbastanza sensato, sebbene tenuto poco in considerazione. Il fatto è che una analisi scientifica recente e accurata mostra che ormai (anche per i fenomeni descritti sopra) ben oltre il 50 per cento del nostro territorio nazionale è esposto a rischi di degrado e di desertificazione, a causa di fattori climatici e di pressioni antropiche; oltre alle cinque regioni “tradizionali” anche vaste aree delle altre regioni, soprattutto di Campania, Lazio, Abruzzo, Molise, Toscana, Marche, Umbria, Emilia Romagna; ripetuti fenomeni siccitosi interessano aree di città e di pianura anche di regioni padane. Sotto questo punto di vista l’attuale estate 2026 mostra un’ulteriore accentuazione e accelerazione.
Una donna in cammino nel deserto in Africa
Si è appena chiusa a Ulaanbaatar in Mongolia la diciassettesima conferenza delle parti (COP) della UNCCD, ne abbiamo già segnalato l’importanza nel contesto aggiornato della situazione dell’ecosistema globale, di alcuni ecosistemi locali e dell’Italia. Per ragioni istituzionali ho partecipato alle prime nove COP: dopo l’Italia, Senegal, Brasile, Germania, Svizzera, Cuba, Kenya, Spagna, Argentina; partecipato in quei quindici anni a innumerevoli conferenze e panel in materia; presentato report e powerpoint a simposi e seminari.
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Vediamo alcune essenziali differenze con le altre due convenzioni globali (cambiamenti climatici e biodiversità) sulle quali abbiamo spesso concentrato l’attenzione: la UNCCD è inevitabilmente l’unica convenzione che nella definizione contiene la motivazione di “lotta” attiva (to combat) e una priorità continentale (Africa); le conferenze delle parti si tengono non annualmente bensì ogni due anni; i paesi che ratificano la convenzione vengono sostanzialmente distinti fra “affetti”, “affetti” e poveri, non affetti e ricchi (di acque e denari), ricchi e in parte comunque “affetti”.
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Non a caso, dunque, veniva dall’Africa il primo e longevo segretario della UNCCD, esperto dell’Onu e delle conflittuali negoziazioni internazionali, iperattivo diplomatico, da uno splendido paese povero, senza mare e ai confini del deserto del Sahara, vi abbiamo già accennato. Chi se ne occupa deve essere vissuto esperto di acque (il ciclo più che la vastità degli oceani) e soprattutto di territori; si tratta di contrastare vari comportamenti umani pubblici e ufficiali di disattenzione allo spreco dell’acqua potabile e al degrado del suolo; vi abbiamo talora accennato. Accanto alle lentezze e alle contraddizioni dei progetti dell’Onu, vengono chiamate in causa varie competenze scientifiche e tecniche.
Gestione dell'acqua e consumo di suolo: le vere priorità del Paese
Il suolo si degrada e inaridisce perché arriva meno acqua, ma anche per erosione, artificializzazione, contaminazione, acidificazione, inquinamento, incendi, salinizzazione. Le aree secche sono già più aride e fragili, per definizione. Nel quasi mezzo millennio egemonizzato dagli Stati e dal capitalismo industriale, l’attività agricola si è progressivamente sempre più estesa o trasferita ad aree secche o con pendenze eccessive. È stato calcolato che oltre il 70% dei 5,2 miliardi di ettari di aree secche con suoli agricoli sono degradati. L’Italia non fa eccezione, casomai in negativo: la decennale cementificazione del suolo in modo evidente e disastroso sta provocando gravi dissesti, calamità innaturali, morti feriti delocalizzati, danni economici (spesso gestiti da macchine emergenziali proprio con i fondi ordinari non spesi per la prevenzione e il riassetto). Il degrado del suolo rende l’ecosistema più vulnerabile ai cambiamenti, per esempio agli eventi meteorologici estremi. Alle medie latitudini, a ridosso delle coste mediterranee, non solo in aree secche ma anche in aree umide, hanno e avranno ancor più luogo in futuro fenomeni siccitosi in numero più alto e a intensità più grave, con effetti già evidenti per le specie migratorie di uccelli, per le rese agricole (già in calo), per i conflitti relativi alla scarsità e alla concorrenza idriche.
In base ai parametri sociali globali l’Italia è un paese ricco e dovrebbe contribuire alla “lotta” innanzitutto con fondi e tecnologie verso i paesi “affetti” poveri. In passato lo ha fatto solo parzialmente e negli ultimi anni quasi niente. Sono stati purtroppo via via smantellati progetti e finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo, anche nel campo della lotta alla desertificazione, soprattutto verso i paesi africani, i più fragili assetati affamati, quelli più in ritardo nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. Da circa un quarantennio alcuni di noi, ecologisti libertari, ritengono che il riassetto idrogeologico del paese sarebbe la prima grandissima opera pubblica di un governo di svolta. Non è andata così, nemmeno quando brevemente ci abbiamo provato, soprattutto per la logica delle emergenze e la guerra delle competenze (“chi” deve fare, prima o dopo, invece di “cosa” contribuire a fare subito). Le priorità restano: manutenzione diffusa dei cicli vitali del suolo (a partire da quello dell’acqua); riconversione e gestione in un’ottica di bacino idrografico e di sostenibilità urbana; valorizzazione delle biodiversità anche paesaggistiche e culturali come risorsa economica e sociale; riduzione netta e disincentivo talvolta vincolante di consumo di suolo, di mega opere edilizie, di fonti non rinnovabili; lotta integrata e competente alle siccità e alla desertificazione.