C’è una crisi della salute mentale in accademia?
Foto: Illitch/Unsplash
Nel mondo accademico potrebbe essere in corso una crisi della salute mentale, che colpisce soprattutto i giovani ricercatori. Questa è la conclusione della più ampia e completa analisi della letteratura scientifica sull’argomento, condotta da Aljoscha Dreisoerner e altri ricercatori dell’Università di Vienna sotto la guida dello psicologo Urs Nater, e pubblicata sulla rivista Nature Human Behaviour. Lo studio ha esaminato 148 articoli scientifici che indagavano diversi aspetti legati alla salute mentale tra dottorandi e ricercatori postdottorali. I dati aggregati estratti da tutti questi lavori rappresentano le opinioni di circa 140.000 giovani ricercatori di varie discipline e da diverse parti del mondo.
Un disagio psicologico diffuso
L’analisi statistica di tutti questi dati indipendenti restituisce un’immagine piuttosto preoccupante: raggruppando i risultati di tutti gli studi analizzati, emerge che quasi un terzo dei ricercatori intervistati (il 29,9%) dichiara di vivere un elevato disagio psicologico, la cui severità è stata descritta, in media, con un punteggio di 33,9 punti su una scala da 0 a 100. I sintomi più diffusi sono quelli depressivi, riportati dal 29,8% dei partecipanti, e quelli legati all’ansia, riportati dal 29,7%. Si tratta di percentuali nettamente superiori a quelle della popolazione generale della stessa età: la diffusione dei sintomi depressivi è tra due e tre volte più alta, e quella dei sintomi legati all’ansia è addirittura tra tre e cinque volte più alta.
Ma il disagio psicologico tra i giovani ricercatori non si manifesta solo come depressione e ansia. Lo studio rileva livelli elevati anche per i disturbi dell’alimentazione (28,3%), l’abuso di alcol (22,9%), la tendenza a procurarsi lesioni (18,6%) e le idee suicidarie (18,8%).
Un problema sistemico
Per comprendere quali fattori possano contribuire ad aggravare la salute mentale dei giovani ricercatori, gli studiosi hanno indagato se vi fossero fattori individuali o demografici che potessero influire su questi risultati. In particolare, gli psicologi dell’Università di Vienna hanno testato l’ipotesi che fattori come il genere, l’età, il livello della carriera, il Paese d’origine, l’etnia, la presenza di disturbi della salute mentale potessero rappresentare fattori aggravanti, ma nella maggior parte dei casi non è stata individuata un’associazione tra questi fattori e il disagio psicologico. La conclusione a cui questi risultati hanno condotto è tanto lineare quanto problematica: il disagio psicologico tra dottorandi e postdoc non è limitato ad alcuni sottogruppi specifici, ma riflette un problema più ampio e sistemico nel mondo accademico. Ciò è confermato dal fatto che questi sintomi sono distribuiti in modo abbastanza ‘equo’, a prescindere dal genere, dalla disciplina di riferimento e dal livello di carriera in cui un individuo si trova.
A conferma che i motivi dell’elevato disagio psicologico in accademia siano strutturali e non dipendano dalle condizioni dei singoli vi è non solo la modesta associazione statistica tra alcune caratteristiche individuali e la presenza e la gravità dei sintomi. Per comprendere le origini del fenomeno, infatti, bisogna osservare i meccanismi di funzionamento del mondo accademico.
Incertezza lavorativa e iperproduttività sono tossiche
Uno dei fattori sistemici più citati in relazione a quella che potremmo ben definire una crisi della salute mentale in accademia vi è, ad esempio, il paradossale fenomeno della crescita dei posti di dottorato e, al tempo stesso, della diminuzione delle posizioni permanenti disponibili in ambito universitario. Di conseguenza, scrivono gli studiosi, la maggior parte dei ricercatori si trova a dover lavorare in condizioni di grande precarietà, con contratti a breve termine che significano incertezza lavorativa, continui spostamenti e insicurezza economica.
Nonostante le possibilità di raggiungere una posizione stabile in accademia siano strutturalmente in calo – anche per via del generale fenomeno di riduzione dei finanziamenti pubblici alla ricerca – la capitolazione del mercato del lavoro accademico alle regole di un’economia neoliberale, che spingono ad aumentare costantemente la produttività per migliorare le proprie metriche, costringe chi si trova in una posizione precaria a lavorare moltissimo e in un clima di forte competizione, con conseguenze come la perdita di una distinzione netta tra tempo di lavoro e tempo di riposo, la riduzione dei periodi di stacco dal lavoro stesso e il senso di colpa nel farlo. Secondo gli psicologi, “presi nel complesso, questi fattori strutturali causano un notevole carico psicologico, e probabilmente contribuiscono agli alti livelli di ansia, stress e disturbi del sonno che sono così diffusi tra i giovani adulti in accademia”.
Leggi anche:
- Tagli alla ricerca: una preoccupante tendenza paneuropea
- La riforma a pezzi della governance accademica mina l’autonomia delle università
Contrapporre risposte strutturali
Se accettiamo l’ipotesi che la crisi della salute mentale in accademia non dipenda da fattori individuali, ma sia una conseguenza indesiderata dell’organizzazione del sistema stesso, dobbiamo chiedere che le soluzioni adottate siano altrettanto strutturali.
In primo luogo, scrivono gli studiosi, le istituzioni accademiche dovrebbero investire risorse per fornire servizi di supporto psicologico adeguati in termini di qualità e di possibilità di accesso. Al tempo stesso, sarebbe importante che anche chi svolge un ruolo di supervisione dei giovani ricercatori, ricevesse, “come parte dei requisiti di sviluppo professionale”, una formazione specifica sulla qualità delle attività di mentoring, sulla definizione delle aspettative, sulla capacità di offrire spunti efficaci, sulla corretta comunicazione e sulla capacità di riconoscere da subito i segnali di disagio.
In più, le università farebbero bene a mettere in luce il divario tra il numero di persone che ottengono un dottorato di ricerca e quelle che, realisticamente, potranno perseguire con successo la carriera accademica (in media, solo il 10% di chi completa un dottorato diventa professore universitario), offrendo fin da subito informazioni chiare a chi intraprende questo percorso e formando i giovani ricercatori anche per carriere fuori dal mondo accademico.
Infine, i ricercatori sottolineano come tutto il mondo accademico – giovani compresi – dovrebbe lavorare per ridurre lo stigma legato ai problemi di salute mentale legati alle condizioni lavorative. Un primo passo per raggiungere l’obiettivo è parlare di questi temi, sia tra pari che con i propri supervisori, cercare aiuto individualmente e in gruppo, e pretendere cambiamenti strutturali, come più trasparenza e meno tossicità.