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Mente, emozioni e invecchiamento. Cosa migliora le capacità cognitive dopo i 65 anni?

L'istruzione, il tipo di lavoro svolto e le attività che “allenano” la mente ci aiutano a mantenere efficienti le capacità cognitive durante la terza età. Ma non sono gli unici fattori che contano: anche il modo in cui riconosciamo ed elaboriamo le emozioni sembra fare la differenza. È quanto emerge da due studi condotti dal Laboratorio di Neuroscienze e Società della SISSA di Trieste e pubblicati sulle riviste Neuropsychology e Brain Sciences.

I due lavori hanno analizzato, da prospettive diverse, alcuni dei processi cognitivi che tendono a diventare meno efficienti con l’età: la fluenza verbale, cioè la capacità di recuperare rapidamente le parole giuste, e la memoria di lavoro, che ci permette di ricordare e utilizzare le informazioni necessarie a portare a termine compiti cognitivi complessi. Entrambe le funzioni sembrano essere associate a una buona riserva cognitiva, cioè all’insieme delle competenze che sviluppiamo nel corso della vita attraverso l'istruzione, il lavoro e le attività mentalmente stimolanti. Ma gli studi mostrano che anche la sfera emotiva influenza le prestazioni cognitive durante l’invecchiamento.

Per comprendere meglio questi risultati e capire come interpretarli, siamo andati alla SISSA di Trieste, dove abbiamo incontrato le prime autrici dei due studi, le ricercatrici Elisabetta Pisanu e Stefania Lucia.

“Conoscere gli aspetti coinvolti nel processo di invecchiamento è utile per individuare i fattori di rischio che possono rendere questa condizione difficile o disfunzionale”, spiega Pisanu. “Con l'età, alcune funzioni cognitive – come l’attenzione, la memoria o il linguaggio – tendono a diventare meno efficienti. Si tratta di un processo naturale, legato a cambiamenti fisiologici nella plasticità del cervello”.

Eppure, come anticipato, alcuni fattori possono aiutare a fronteggiare meglio questi cambiamenti e a mantenere una maggiore efficienza delle funzioni cognitive con il passare del tempo. Tra questi, troviamo la cosiddetta riserva cognitiva, che Pisanu descrive come una sorta di “zainetto che riempiamo nel corso della vita con tutte le esperienze e le attività che allenano il cervello”. “Tra queste, troviamo sia quelle legate al percorso di formazione e alla carriera lavorativa, sia quelle svolte abitualmente durante il tempo libero, come leggere il giornale, frequentare mostre, concerti, cinema o teatri, svolgere attività sociali, praticare sport, ricamare ecc.”, aggiunge Lucia. “Quanto più nell’arco della vita il cervello è stato stimolato cognitivamente, tanto più questo sembra aiutare anche con l'invecchiamento”.

Memoria di lavoro: riserva cognitiva e intelligenza emotiva la influenzano in modo diverso

Il primo studio, pubblicato su Brain Sciences con la prima firma di Stefania Lucia, ha coinvolto 45 persone anziane sane tra i 65 e gli 84 anni. “L’obiettivo era capire come la riserva cognitiva e l’intelligenza emotiva fossero associate alla capacità di svolgere un compito in cui le emozioni contano e indagare come l'informazione affettiva moduli i processi di aggiornamento e monitoraggio nella memoria di lavoro”, spiega Lucia.

“Abbiamo sottoposto i nostri partecipanti a un compito chiamato n-back, in cui veniva mostrata loro una serie di immagini. Dovevano confrontare quella che avevano di fronte con quella vista subito prima oppure – nella variante più difficile dell’esperimento – due immagini prima.

In una versione del compito, i partecipanti dovevano concentrarsi sull’espressione facciale delle persone mostrate nelle immagini, che potevano apparire felici, neutre o arrabbiate. Nell’altra dovevano invece giudicare l’età del volto, distinguendo tra persone giovani, di mezza età e anziane. I volti mostravano comunque delle emozioni, ma in questo secondo caso non erano rilevanti per svolgere l’esercizio”.

Dai risultati emerge come la riserva cognitiva e l’intelligenza emotiva influenzino entrambe la memoria di lavoro ma in modi differenti. “La prima è risultata positivamente associata all’accuratezza complessiva: le persone con una maggiore riserva cognitiva commettevano meno errori, indipendentemente dal carico del compito e dal contenuto emotivo”, prosegue la ricercatrice. “Al contrario, l’intelligenza emotiva non migliorava l'accuratezza, ma modulava selettivamente la velocità di risposta ai volti felici in funzione del contesto: chi aveva intelligenza emotiva più alta rispondeva più rapidamente quando doveva giudicare l'età del volto e più lentamente quando doveva valutarne l'espressione. Un profilo che suggerisce non un vantaggio generalizzato, ma una gestione flessibile dell'informazione emotiva a seconda di quanto sia rilevante per ciò che si sta facendo”.

Più in generale, il rapporto tra emozioni e memoria di lavoro sembra dipendere dal contesto. “Quando le informazioni emotive erano rilevanti per il compito (cioè bisognava memorizzare le espressioni dei volti), esse sembravano facilitare la prestazione di tutti i partecipanti; quando invece questi ultimi dovevano concentrarsi sull’età, le espressioni emotive diventavano irrilevanti e potevano diventare una fonte di distrazione”.

Fluenza verbale: cosa aiuta a trovare le parole giuste?

Il secondo studio – pubblicato su Neuropsychology – ha come prima autrice Elisabetta Pisanu e ha indagato la fluenza verbale, cioè la capacità di trovare rapidamente le parole necessarie a esprimere un concetto. “Si tratta di un processo più complesso di quello che sembra”, spiega Pisanu. “Per riuscirci bisogna recuperare dalla memoria le parole possibili, inibire quelle sbagliate, selezionare quella appropriata, mantenerla temporaneamente nella memoria a breve termine e poi pronunciarla, tutto nel minor tempo possibile”.

Con l’età, questo processo tende a diventare meno rapido ed efficiente. Per studiarlo, le ricercatrici hanno coinvolto 38 giovani adulti e 44 anziani sani, sottoponendoli a tre diversi compiti di fluenza verbale: fonemica, semantica ed emotiva.

Più nel dettaglio, i partecipanti dovevano produrre, in un lasso di tempo limitato, il maggior numero possibile di parole che iniziassero con una determinata lettera (nel compito fonemico), che appartenessero a una determinata categoria, come “animali” o “frutta” (nel compito semantico), oppure che avessero a che fare con una determinata emozione, come “amore”, “rabbia” o “frustrazione” (nel compito emotivo). Quest’ultima sfida, precisa Pisanu, serviva a “gettare un ponte tra la sfera cognitiva e quella emotiva”.

I partecipanti anziani hanno ottenuto risultati mediamente peggiori rispetto a quelli giovani anche su lassi di tempo molto brevi, di soli dieci secondi. Eppure, le esperienze cognitivamente stimolanti accumulate nel corso della vita sembravano fare la differenza. “Le persone anziane con un’alta riserva cognitiva riuscivano meglio in tutti e tre i compiti, ottenendo performance addirittura paragonabili a quelle delle persone giovani”, continua Pisanu. “Al contrario, quelle con bassa riserva cognitiva ottenevano risultati significativamente peggiori”.

E anche in questo caso le emozioni hanno fatto la differenza. Le ricercatrici hanno valutato, attraverso un questionario, le strategie utilizzate dai partecipanti per regolare le proprie emozioni, concentrandosi in particolare su chi tendeva a sopprimerle.

“Dalla letteratura scientifica emerge come la soppressione delle emozioni – cioè la tendenza a inibire la manifestazione esterna delle emozioni che si stanno provando – rappresenta una strategia di regolazione emotiva che a lungo andare può diventare disfunzionale”, spiega Pisanu. “Nel nostro studio, questa tendenza è risultata associata a una prestazione peggiore nel compito di fluenza emotiva, probabilmente perché l'impegno profuso nell’inibire le proprie emozioni può rendere meno efficiente anche la cognizione impedendo quindi di recuperare le parole dotate di una carica affettiva”.

Cognizione, emozione e il futuro della ricerca 

“Spesso si tende a pensare – e anche a studiare – emozione e cognizione in modo separato, ma in realtà sono strettamente connesse: le emozioni influenzano la cognizione e viceversa”, osserva Pisanu. “A volte, per esempio, le difficoltà nella concentrazione non dipendono da problemi prettamente cognitivi, ma da uno stato di ansia o tristezza. Per questo, volevamo studiare in modo scientificamente e metodologicamente corretto l’interazione tra emozione, cognizione e invecchiamento, per capire come possono influenzarsi reciprocamente”.

I risultati di entrambi gli studi sono coerenti con quello che in letteratura viene chiamato positivity bias: la tendenza delle persone anziane a privilegiare gli stimoli positivi rispetto a quelli negativi. “I nostri partecipanti anziani tendevano a rispondere in maniera più rapida e accurata alle emozioni positive – sia nel compito lessicale, sia in quello basato sulle immagini – rispetto a quando dovevano confrontarsi con emozioni negative come tristezza e rabbia”, prosegue la ricercatrice.


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“Il passo successivo sarà quello di indagare il substrato neurale che spiega le differenze di performance che abbiamo osservato”, spiega Lucia. “Per farlo, stiamo lavorando a un esperimento in cui i partecipanti svolgono gli stessi compiti cognitivi mentre vengono sottoposti a risonanza magnetica funzionale”.

Un’altra direzione della ricerca prevede di spostare l’attenzione dall’invecchiamento fisiologico a quello patologico. “Gli esperimenti condotti finora hanno coinvolto persone anziane sane, cioè prive di malattie neurodegenerative diagnosticate”, continua Lucia. “Sarebbe quindi interessante studiare gli stessi meccanismi nei casi in cui l’invecchiamento è accompagnato da una patologia, per approfondire il ruolo della riserva cognitiva e delle emozioni nel modulare le difficoltà cognitive associate al decorso della malattia”.

A coordinare le ricerche è la professoressa Raffaella Rumiati, direttrice del Laboratorio di Neuroscienze e Società della SISSA di Trieste, che guida questo lavoro nell’ambito del programma Age-It – Ageing Well in an Ageing Society, il Partenariato Esteso sull’invecchiamento finanziato dal PNRR.

“L’Italia è uno dei Paesi con la popolazione più anziana al mondo, insieme ad altri, tra cui il Giappone”, ha ricordato Rumiati a Il Bo Live. “L’aumento della longevità è naturalmente un grande successo, ma pone anche sfide importanti per il sistema sanitario e, più in generale, per l’organizzazione della società.
Non si tratta soltanto di vivere più a lungo, ma di capire quali fattori permettano di mantenere il più a lungo possibile una buona salute fisica, cognitiva ed emotiva e quindi autonomia e qualità della vita.

Age-It è nato proprio per affrontare questa sfida su scala nazionale, riunendo università ed enti di ricerca italiani, istituzioni come ISTAT e INPS e soggetti privati. La sua natura fortemente interdisciplinare permette di affrontare l’invecchiamento da prospettive biomediche, neuroscientifiche, psicologiche, sociali ed economiche. Il nostro lavoro sulla riserva cognitiva e sul ruolo delle emozioni nell’invecchiamento si colloca pienamente in questa prospettiva”.

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