CULTURA

La biblioteca di Santa Giustina a Padova. Storia monastica e futuro dei libri

Spazio storico dedicato alla trasmissione della conoscenza e, ancora oggi, rifugio del silenzio dove viene custodito il sapere, la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Santa Giustina, nel complesso dell'abbazia benedettina che, a Padova, sorge accanto a Prato della Valle, è la prima tappa di un nuovo viaggio de Il Bo Live dedicato al racconto delle biblioteche di grande valore artistico, culturale, storico e architettonico (in questo caso, spirituale), luoghi dove vengono custodite raccolte librarie in grado di far dialogare passato e presente attraverso volumi cartacei da cercare tra gli scaffali e sfogliare lentamente, una pagina dopo l'altra. Un'esperienza lenta, che resiste, in questo tempo velocissimo, dematerializzato, digitalizzato.

La biblioteca 

Nel XV secolo l’abate Ludovico Barbo promuove una riforma monastica, matrice della congregazione di Santa Giustina, in seguito cassinese, destinando a biblioteca l'attuale sala San Luca. La presenza di uno scriptorium e una scuola interna di miniatura ne favoriscono nel tempo il prestigio, permettendo al patrimonio di crescere, anche grazie a donazioni di umanisti, studiosi, professori dell’Università di Padova. Sottoposta nell'Ottocento a destituzione e riconversione d'uso, da ospizio a caserma, con la perdita del patrimonio librario originale, la struttura ha riacquisito la sua vocazione nel Novecento. Il monastero riapre nel 1919, la biblioteca è ricostituita nel 1943 e nel 1967 è tra le biblioteche pubbliche statali.

“Luogo della documentazione dello scibile umano, la biblioteca si è specializzata in storia monastica, della patristica, storia ecclesiastica e della teologia”, spiega padre Francesco Trolese, abate emerito dell'Abbazia di Santa Giustina, direttore della biblioteca dal 1973, conservatore del Monumento Nazionale, intervistato da Il Bo Live.

Servizio di Francesca Boccaletto e Massimo Pistore

“ La nuova raccolta dei libri di Santa Giustina è stata avviata in memoria dell'antica storia del patrimonio librario dei monaci giustiniani, iniziata nel Quattrocento Francesco Trolese, abate emerito

“Nessun ordine monastico si è interessato più appassionatamente dei libri quanto quello Benedettino”, scriveva il bibliotecario e storico danese Sved Dahl nel saggio Histoire du livre (Parigi, 1933), sottolineando una predisposizione allo studio e alla cura del patrimonio librario. Del resto la relazione stretta con i libri e il lavoro dedicato alla loro conservazione è già dichiarata nella Regola, al capitolo 48, in cui San Benedetto assegna un ruolo centrale alla lettura, affiancandola alla preghiera e al lavoro manuale, sottolineando come queste attività scandiscano le giornate della comunità monastica: “L'ozio insidia l'anima; per questa ragione i monaci devono occuparsi del lavoro manuale in momenti ben precisi e dedicare altre ore, parimenti stabilite, alla lettura sacra (lectio divina)”.

La biblioteca "ha iniziato la sua attuale raccolta libraria nel 1943, quando l'abbazia è stata resa autonoma da quella di Praglia”, un momento storico, spiega padre Trolese. “La nuova raccolta dei libri di Santa Giustina è stata avviata in memoria dell'antica storia del patrimonio librario dei monaci giustiniani, iniziata nel Quattrocento”. Dopo il Concilio Vaticano II l’abbazia ha incrementato le raccolte librarie, “spinta anche dalla nascita dell’Istituto di Liturgia pastorale, collegato al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma, con diversi professori chiamati a insegnare proprio qui, a Santa Giustina”. 

Libri e spazi

Entrando da via Giuseppe Ferrari, una via quasi nascosta nel cuore di Padova, a pochi passi da Prato della Valle, “si inizia un percorso di conoscenza della storia del nostro istituto. Si raggiunge la portineria, si percorre un corridoio esterno sottostante un edificio monastico, per arrivare infine alla biblioteca con una grande sala di lettura che presenta, a scaffale aperto ovvero in libera consultazione, una serie di fonti documentarie di primo piano suddivise per settori del sapere umano". A descrivere gli ampi spazi della biblioteca di Santa Giustina è l'abate Giulio Pagnoni. "Alla prima sala di lettura seguono quattro magazzini, l'ala delle riviste e l'archivio antico del monastero dove sono conservati i codici più preziosi”. 

È un ricco e prezioso patrimonio librario quello custodito a Santa Giustina: “I volumi conservati sono circa 200.000 in oltre sei chilometri di scaffalatura lineare, in gran parte fissi ma con oltre un chilometro di scaffalatura compatta. Questo patrimonio è custodito in scaffali metallici che lo preservano da aggressioni di agenti chimici”, continua l'abate Pagnoni. 

Quando parliamo di volumi antichi, “subito pensiamo ai codici di imponenti dimensioni che venivano usati per la preghiera, ma esiste un patrimonio definito minore ma non certo per importanza: A Santa Giustina, infatti, conserviamo anche una piccola Regola di San Benedetto manoscritta: è così piccola da poter essere portata in viaggio, sistemata facilmente nelle tasche”. L'abate presenta anche l'Herbario Novo di Castore Durante, il Durando, opera che si offre come testimonianza che lega Santa Giustina all'Orto botanico di Padova. “L'area dell'Orto, compresa quella del Giardino della biodiversità, è stata ceduta allo Studium dai monaci di Santa Giustina nel 1545, a seguito di un accordo che traeva la sua origine da una competenza botanica da parte del monastero che possedeva l'orto dei semplici, dove venivano coltivate piante medicinali e officinali le cui virtù, nel tempo, sono diventate una vera e propria enciclopedia”.

“ Non dobbiamo pensare che la materialità del documento non sia più necessaria e che non sia più richiesta la conservazione classica. Esistono competenze di carattere calligrafico per la decifrazione di materiale manoscritto che non si possono sostituire Abate Giulio Pagnoni

La digitalizzazione 

“Da qualche tempo, anche all’interno delle biblioteche, è stato concretamente messo in atto uno sforzo di digitalizzazione per favorire anche la partecipazione e la diffusione di un documento, più o meno controllata, in tutto il mondo”, precisa l’abate Pagnoni. 

“Credo sia estremamente utile, soprattutto quando la riproduzione digitale viene accompagnata da una giusta indicizzazione che consente una ricerca molto fine. Non dobbiamo però pensare che la materialità del documento non sia più necessaria e che, soprattutto, non sia più richiesta la conservazione classica: esistono competenze di carattere calligrafico per la decifrazione di materiale manoscritto che non possono essere sostituite. Inoltre, è bene ricordare che non tutto può essere digitalizzato: il patrimonio minore, che non può essere digitalizzato per mancanza di fondi, rischia di diventare invisibile. Lo strumento digitale è potente ma non riesce a coprire tutta la documentazione”. Conservare il cartaceo resta fondamentale per la trasmissione della memoria.

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