SOCIETÀ

Liberati ma non ancora liberi: il lungo ritorno degli Internati militari italiani

Erano più di seicentomila, eppure per decenni sono rimasti ai margini. La loro memoria è sopravvissuta soprattutto nelle famiglie, nei racconti dei reduci e nelle associazioni; solo lentamente si è fatta strada nella storiografia e nel discorso pubblico. Anche i riconoscimenti sono arrivati tardi: la giornata nazionale a loro dedicata è stata istituita soltanto nel 2025 e si celebra il 20 settembre, data in cui nel 1943 Hitler decise di negare ai soldati italiani catturati lo status di prigionieri di guerra. E ancora oggi gli Internati militari italiani (IMI) restano quasi in disparte nella narrazione dell’uscita dell’Italia dal fascismo e dalla guerra.

Eppure la loro fu una scelta. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, lasciati senza ordini da re, governo e alti comandi di fronte all'ex alleato tedesco, centinaia di migliaia di militari catturati dalla Wehrmacht rifiutarono di continuare la guerra al fianco dei nazifascisti. Avrebbero potuto tornare a combattere contro i loro stessi compatrioti, ma in grandissima parte dissero no. Un rifiuto pagato con la deportazione nel Reich, la fame, il freddo, il lavoro coatto e, per decine di migliaia di loro, con la vita. La stessa definizione di "internati militari" non era neutra: si trattava di una qualifica creata ad hoc dalla Germania nazista per sottrarre i soldati italiani alle tutele riconosciute ai prigionieri di guerra dalla III Convenzione di Ginevra del 1929, lasciando il loro trattamento largamente all’arbitrio delle autorità tedesche.

A Padova questa memoria ha trovato uno dei suoi luoghi più importanti: a Terranegra il Tempio nazionale dell'Internato ignoto e il Museo dell'internamento custodiscono documenti, oggetti, fotografie e testimonianze di quell'esperienza. Proprio qui il 22 settembre è stato presentato Ritorno. Il tormentato rimpatrio degli Internati Militari Italiani (Padova University Press, 2026) di Gastone Gal, secondo volume della collana Quaderni del CASREC – Saggi del Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea dell'Università di Padova. Con l'autore ha dialogato Filippo Focardi, direttore del CASREC; a seguire è stata ripresentata la mostra RITORNO! Gli Internati Militari Italiani tra storia, memoria e solidarietà, curata da Eloisa Betti e dallo stesso Gal.

“ Per centinaia di migliaia di militari italiani, nonostante il rifiuto di combattere con i nazifascisti, la fine della guerra non coincide con la libertà

La liberazione che non arriva

Costruito su centinaia di diari, memorie e documenti d'archivio, il libro sceglie volutamente una prospettiva dal basso, concentrata soprattutto sulla fase relativamente ancora poco studiata del ritorno. Per la maggior parte degli IMI la fine della guerra non coincide infatti con la libertà né con il rientro a casa: “Da militari erano già stati ridotti a internati – spiega Gal –; in seguito non vengono più considerati nemmeno prigionieri ma displaced persons, praticamente profughi. E ogni cambiamento di status significa condizioni di vita diverse”.

Invisi ai tedeschi come traditori, per gli Alleati restano i soldati di un Paese che fino a poco prima era nemico. Nel suo diario il sottotenente Arturo Trevisan annota l'ennesima angustia: “Anche questa umiliazione dovevamo, in un certo senso, subire: essere liberati da uno straniero. Infelice sorte la nostra”. Alcuni chiedono agli inglesi di poter tornare in Italia a combattere per la liberazione, ma scoprono che dovranno ancora aspettare: "Sono sempre e comunque degli sconfitti, e questa tragedia se la porteranno sempre appresso", sintetizza Gal.

Una percezione che stride con la portata della loro scelta e del loro sacrificio; "Si sono rifiutati di combattere con i nazisti sapendo di andare incontro alla vendetta, anche alla morte – ricorda Focardi –. In 50.000 muoiono durante la deportazione e l'internamento, eppure in Italia spesso verranno trattati da imboscati". Il libro di Gal non è però un martirologio; proprio i diari permettono di restituire l'esperienza degli internati nella sua complessità: l'attesa e la paura, ma anche la capacità di organizzarsi, le speranze, il desiderio quasi fisico di tornare. Nel loro limbo i soldati italiani ricostruiscono forme di vita collettiva: allestiscono spettacoli teatrali e giocano partite di calcio, scrivono e stampano riviste, discutono della democrazia che dovrà nascere dalle macerie.

Ci sono però luoghi in cui le condizioni diventano estreme: i Lazarettlager, campi-ospedale in cui vengono concentrati gli internati malati e non più in grado di lavorare. A Zeithain e a Fullen tubercolosi, denutrizione e mancanza di medicinali fanno centinaia di vittime: in questi due campi e in quello di Görlitz muoiono complessivamente oltre 2.200 italiani. Non un sanatorio, ma "una torbiera desertica e paludosa", scrive di Fullen il maggiore Beniamino Andreatta, ricordando i malati sprovvisti di coperte, sulla nuda terra o su pagliericci infestati da topi e cimici, ad attendere la morte senza cibo né medicine. E l'arrivo degli Alleati non ferma la strage: uomini consumati dalla tubercolosi continuano a morire anche quando il nazismo è ormai sconfitto.

L'amarezza del ritorno e l’accoglienza a Padova

La seconda parte del volume segue finalmente il viaggio verso sud. Si torna con camion e mezzi di fortuna, a volte a piedi ma soprattutto in treno, spesso sugli stessi vagoni che avevano portato i militari in Germania. Al Brennero nei diari irrompe la gioia, che però dura poco: Gal cita tra gli altri il diario del tenente Italo Bisello, rimasto a lungo chiuso in un cassetto per oltre 80 anni e ancora in gran parte inedito: alla richiesta di una giusta punizione per nazisti e fascisti si accompagna presto l'amarezza: "Ho offerto i sacrifici di 20 mesi per un’ideale patria che non trova la sua realizzazione, ed ora trovo che invece nessun riconoscimento, nessun ricordo, nessun accenno a queste migliaia di cani che siamo qui è o è stato fatto in Italia, dove anzi credo che saremo considerati ‘fessi’".

Il ritorno diventa così la chiave per comprendere l'intera vicenda degli IMI. Abbandonati dopo l'8 settembre da Re, governo e alti comandi e messi da parte anche dall'Italia democratica che sta nascendo. Hanno detto no al nazifascismo e sono vittime del sistema concentrazionario tedesco, ma sono stati anche soldati del re. Hanno compiuto una scelta coraggiosa, ma faticano a riconoscersi, e a essere riconosciuti, nella narrazione resistenziale che si va costruendo.


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A questo punto la storia generale incontra Padova, che nella primavera-estate del 1945 diventa uno dei crocevia del rientro. Gal è arrivato a questa vicenda quasi per caso grazie a Giovanni Ponchio, già preside dell’Istituto Barbarigo, e ad alcuni pannelli esposti presso la scuola paritaria e dedicati a monsignor Giovanni Nervo e all'accoglienza degli ex internati. Da lì è partita una ricerca negli archivi della settimanale Difesa del Popolo, della curia vescovile, del CASREC e persino della Democrazia cristiana. Il progetto si è progressivamente allargato fino a diventare il libro e a offrire la traccia per la mostra.

Al centro c'è proprio il Barbarigo, dove tra maggio e settembre viene organizzato un centro di assistenza che accoglie circa 1.500 ex prigionieri dei lager nazisti. Non si tratta del resto dell'unico luogo deputato a questo compito: nella caserma Romagnoli in via Chiesanuova, che durante la guerra aveva ospitato un campo fascista per internati civili jugoslavi, legato anche alla vicenda di padre Placido Cortese e delle sorelle Martini, passano altre categorie di reduci e profughi, tra cui circa mille ebrei sopravvissuti ai lager.

Gli internati si fermano di solito uno o due giorni prima di ripartire verso casa; i più malati hanno bisogno di cure più lunghe. Le esigenze restano comunque enormi per una città stremata e affamata: insegnanti, volontari, esponenti del mondo cattolico e soprattutto molte donne cercano senza sosta letti, vestiti, qualcosa da mangiare. Qui Gal recupera uno dei particolari più curiosi della ricerca: per raccogliere fondi si organizzano infatti soprattutto balli, guardati con diffidenza proprio dalla Difesa del Popolo e dagli ambienti democristiani in quanto occasioni di possibile promiscuità. Il bisogno di tornare a vivere è però incontenibile: mentre gli uomini rientrano dai lager, l'Italia ricomincia anche a ballare.

“ il rimpatrio è segnato da gioia e amarezza. A Padova il Barbarigo diventa uno dei centri dell’assistenza agli ex internati

Una memoria costruita dal basso

Da quella prima accoglienza nasce a Padova qualcosa di destinato a durare. Gli ex internati si organizzano, fondano associazioni, cercano un luogo in cui custodire i propri ricordi. Nel 1955 viene consacrato il Tempio nazionale dell'Internato ignoto, voluto dal parroco di Terranegra don Giovanni Fortin, sopravvissuto a Dachau, e nello stesso anno apre il Museo dell'internamento: "Un luogo per alcuni aspetti unico – sottolinea Eloisa Betti, docente di storia contemporanea presso il Dipartimento Spgi dell’Università di Padova – perché si tratta di una memoria costruita dal basso, attraverso l'impegno degli ex internati ma anche grazie alla collaborazione tra istituzioni civili e religiose".

Negli ultimi anni un ruolo crescente è assunto soprattutto dalle famiglie e dai figli; un passaggio tutt’altro che scontato: i traumi possono infatti produrre memoria ma anche silenzio e non tutte le famiglie riescono a portarne il peso. Per questo il lavoro non si chiude con un libro e una mostra. Il progetto ha già prodotto lo spettacolo Mai uno che si ricordi di loro di Donatella Allegro, che i promotori contano di riproporre il prossimo 27 gennaio. Ha anche riportato all'attenzione dipinti e disegni realizzati dagli stessi internati nei lager: immagini in cui la storia torna ad avere corpi, volti, mani. "Le generazioni passano – conclude Betti –: adesso tocca a noi tramandare questa memoria". Farlo oggi è forse come completare almeno in parte, ottant'anni dopo, quel lungo viaggio verso la libertà e la democrazia.

Negli ultimi anni un ruolo crescente è assunto dalle famiglie e soprattutto dai figli, con un passaggio tutt’altro che scontato: i traumi possono generare memoria ma anche silenzio, e non tutte le famiglie riescono a sostenerne il peso. Per questo l’iniziativa non si esaurisce in un libro e in una mostra: ne è nato anche lo spettacolo teatrale Mai uno che si ricordi di loro di Donatella Allegro, che i promotori contano di riproporre il prossimo 27 gennaio, e soprattutto ha riportato all’attenzione dipinti e disegni realizzati dagli stessi internati nei lager e custoditi presso il Museo: immagini in cui la storia torna ad avere corpi, volti, mani. “Le generazioni passano – conclude Betti –: adesso tocca a noi tramandare questa memoria”. Un compito che, ottant’anni dopo, può contribuire almeno in parte a completare quel lungo viaggio verso la libertà e la democrazia.

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