SOCIETÀ

La fortezza Israele dopo il 7 ottobre 2023. Intervista con Francesca Caferri

Israele è un paese piccolo. Meno di dieci milioni di abitanti, poche ore di auto da nord a sud. Dentro questo spazio ridotto convivono società che quasi non si incontrano. Tel Aviv è laica, liberale, simile alle città europee, ma bastano venti minuti di auto per arrivare a Bnei Brak, capitale degli ultraortodossi: famiglie numerose, uomini che studiano la Torah invece di lavorare, una visione della vita molto conservatrice. Gli haredim sono circa il 14% della popolazione e hanno un peso elettorale decisivo. Un'altra mezz'ora di viaggio e si arriva in Cisgiordania, dove vivono i palestinesi e centinaia di migliaia di coloni che continuano a espandere il proprio controllo in modo violento. E poi ci sono i cittadini arabi di Israele, i palestinesi rimasti dopo la Nakba del 1948: un quinto del paese, con propri partiti alla Knesset, che non si sa se saranno ammessi alle prossime elezioni. 

Francesca Caferri, giornalista inviata di Repubblica, segue Israele da molti anni. Da poco è uscito il suo libro La fortezza Israele. Anatomia di un paese senza pace (Laterza 2026). L'abbiamo raggiunta in chiamata nei giorni scorsi mentre stava preparando la valigia per tornare in Israele, per l'anniversario del 7 ottobre, tre anni dopo il tremendo attacco di Hamas, che ha causato la morte di 1.200 persone e il sequestro di altre 251, di cui solo 168 sono state liberate vive. Abbiamo chiesto a Caferri di aiutarci a capire non solo gli impatti del 7 ottobre 2023 su Israele come paese, come società, ma anche di allungare lo sguardo a prima di quella data, per avere una fotografia più nitida della complessità della società israeliana che si trova a vivere quell'attacco, e a provare a guardare avanti, in prospettiva, per ragionare su come il paese si sta preparando alle elezioni del 27 ottobre prossimo, in un clima sempre più critico e meno democratico.

Il 7 ottobre 2023, ci spiega Caferri, questo paese è già spaccato. Dal dicembre 2022 governa la coalizione più a destra della storia di Israele, con Benjamin Netanyahu alleato dei partiti religiosi e dei suprematisti di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Ci sono manifestazioni di piazza che vedono centinaia di migliaia di persone protestare contro una riforma della giustizia considerata controversa. L'attacco di Hamas colpisce il fondamento stesso dello Stato: l'idea che Israele sia l'unico posto sicuro per gli ebrei dopo la Shoah. Il paese reagisce come ha sempre fatto, con la forza. Ma la risposta va oltre ogni proporzione. A Gaza i morti sono più di 70.000. Ci sono attacchi mirati contro i giornalisti, gli operatori sanitari, i bambini. La Striscia è chiusa ai giornalisti stranieri, gli aiuti entrano a fatica. Il cessate il fuoco, formalmente, arriva solo nell'ottobre 2025. 


Leggi anche:

Rompere il silenzio su Gaza: le principali società scientifiche riconoscono il genocidio

Le università e la guerra a Gaza. Mascia: “La ricerca promuova la pace”


Dentro Israele, intanto, la destra usa il trauma per stringere il controllo: boicotta Haaretz, attacca la procuratrice generale e i vertici dei servizi, mette le mani sulla nomina dei giudici. Ogni contrappeso, nei media o nei tribunali, diventa un nemico. Israele, dice Caferri, è sempre stata una democrazia solo per gli ebrei. Adesso sta diventando una democrazia solo per chi è d'accordo con il governo. Un ruolo lo hanno anche i media: per due anni e mezzo la televisione israeliana racconta quasi soltanto il 7 ottobre, le testimonianze, gli ostaggi, i lutti. Gaza resta fuori dallo schermo. E in Cisgiordania i coloni continuano a occupare territorio, in modo violento e con la protezione della polizia israeliana. Ormai di terra ai palestinesi ne rimane sempre meno.

C'è una parte di Israele che non si piega. Caferri la chiama il "fronte della pace". A metà degli anni Novanta, con gli accordi di Oslo, questa componente era maggioranza nella società israeliana. Poi, il 4 novembre 1995, un estremista ebreo uccide Yitzhak Rabin a Tel Aviv, e da allora il paese scivola sempre più a destra. Oggi questo fronte della pace vale forse il 10-15% della popolazione. Porta avanti un'agenda impopolare e la paga cara: c'è chi perde il lavoro, chi riceve minacce, chi viene aggredito. Gli attivisti di Standing Together vanno in Cisgiordania a fare presenza protettiva accanto ai palestinesi, e i coloni li picchiano impuniti. Però questa minoranza non molla e continua a dire, come facevano i tre grandi scrittori israeliani, ciascuno a modo suo, Amos Oz, David Grossman e Abraham B. Yehoshua, che l'occupazione corrompe Israele e che due popoli su una terra sola non hanno alternativa alla divisione.

Il 27 ottobre Israele vota. La Knesset eletta nel 2022 è la prima dal 1988 a completare il mandato senza scioglimento anticipato. Lo sfidante principale di Netanyahu è Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore, con il partito Yashar: un centrodestra più moderato, non una sinistra. Naftali Bennett e Yair Lapid corrono insieme. Caferri ci ricorda che Netanyahu, in trent'anni, ha dimostrato di saper costruire maggioranze come nessun altro. E anche l'inchiesta di Haaretz, pubblicata a inizio settembre e ripresa dai media di mezzo mondo, che rivela che il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe avvertito Netanyahu di un attacco imminente di Hamas giorni prima del 7 ottobre, non sposta di molto l'equilibrio. Netanyahu parla di notizia inventata e annuncia una querela. Chi sta con Bibi, conclude Caferri, sta con Bibi. La campagna elettorale si gioca tutta qui: da una parte il premier che rivendica le vittorie in Libano, Siria e Iran, dall'altra chi considera il 7 ottobre imperdonabile. 

© 2025 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012