SOCIETÀ

Giornata mondiale dell’alimentazione 2026, la fame cala ma non in Africa

Il 16 ottobre è la Giornata mondiale dell’alimentazione, una data che ricorda la fondazione, nel 1945, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). Ci arriviamo con il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World (SOFI) pubblicato a luglio dalla FAO assieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, con tutti i dati del 2025, di cui avevamo già parlato qui sul giornale. 


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Riassumiamo qui quei dati: per il terzo anno consecutivo i numeri assoluti della fame scendono. Erano 659 milioni le persone colpite nel 2024 e quasi 688 milioni nel 2022, il punto più alto dopo la pandemia. Oggi sono 645 milioni. Ma ragioniamo su questo dato: è il 7,8% della popolazione mondiale. Una persona su 13. Come se nelle aule di scuola dei nostri bambini ce ne fossero due che soffrono di fame cronica. Che vuol dire non mangiare abbastanza giorno dopo giorno, non crescere abbastanza, per una persona in età evolutiva, non riuscire a concentrarsi, non studiare, non lavorare. In pratica, non vivere.  

Aggiungiamo subito che non ci sono solo gli affamati cronici, che si stimano in termini di disponibilità di calorie quotidiane. C’è un numero ben più alto di persone, pari a circa un quarto della popolazione mondiale, e cioè 2,1 miliardi, che vive in uno stato di continua insicurezza alimentare, un dato che viene misurato sulla base della scala FIES (Food Insecurity Experience Scale), utilizzando metodologie qualitative, come le interviste. Di queste, 779 milioni sono in condizioni gravi.

Meno fame, sempre più disuguaglianze

Il dato della riduzione del numero delle persone affette da fame cronica nel 2025 indica un timido progresso, ma è subito ridimensionato nel confronto con dieci anni fa. Nel 2015, l’anno in cui l’Agenda 2030 fissa l’obiettivo “fame zero”, le persone affamate erano 50 milioni in meno di oggi. Se facciamo il confronto prendendo in considerazione l’aumento della popolazione mondiale in questi 10 anni, la quota percentuale rimane la stessa, l’8%. In pratica, in 10 anni, abbiamo fatto pochi progressi verso l’eradicazione della fame, il che non è affatto confortante, visto che l’obiettivo dell’agenda 2030 è oggi assai più vicino di 10 anni fa. 

Soprattutto, la fame ha cambiato geografia. 

In Asia la quota scende dall’8% del 2015 al 6% del 2025, e le persone sottonutrite passano da 359 a 292 milioni, grazie soprattutto all’Asia meridionale. Fa eccezione l’Asia occidentale, dove la fame cresce dal 9,3 al 13%, anche a seguito dei continui conflitti. Ad esempio, nello Yemen, in guerra da oltre dieci anni, secondo la FAO, tre persone su quattro vivono in condizioni di insicurezza alimentare. Erano meno della metà dieci anni fa. Quasi la metà dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica. Nelle sole aree controllate dal governo, le uniche analizzate dalla FAO, 5 milioni di persone sono in crisi alimentare acuta, mentre gli aiuti umanitari calano per mancanza di fondi. A Gaza, dove è in corso un vero e proprio genocidio a opera dello Stato di Israele, che da ottobre 2023 ha reso difficilissima l’entrata di aiuti umanitari mentre radeva al suolo, tra le altre, anche qualsiasi infrastruttura per la produzione, conservazione e distribuzione di cibo, lo stato di carestia è stato confermato nell’agosto del 2025, e anche dopo il cessate il fuoco di ottobre, tra aprile e giugno 2026, 1,2 milioni di persone, il 59% della popolazione, sono ancora in crisi alimentare acuta.

In Africa la situazione è peggiorata visibilmente: in dieci anni le persone che soffrono la fame passano da 196 a 309 milioni, una su cinque. Nell’Africa centrale si arriva quasi al 29%, una persona su tre. Nel 2010 l’Africa contava il 28% delle persone che soffrivano la fame a livello globale, oggi questo dato è pari al 48%, e per la prima volta supera l’Asia. 

America Latina e Caraibi sono al 4,8%, ma nei Caraibi la quota sale al 16,6%. In Europa e Nord America resta sotto il 2,5%, la soglia sotto cui il rapporto non stima i numeri.

Le proiezioni non sono incoraggianti. Nel 2030 tra 510 e 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame, il 56% in Africa. Prima del conflitto nella zona dell’Asia occidentale di quest’anno la stima era di 503 milioni: la crisi dell’energia e dei fertilizzanti, insieme ai tagli agli aiuti allo sviluppo, rischia di peggiorare questi dati.

Il prezzo di una dieta sana e gli sprechi di cibo

Quest’anno il rapporto è dedicato anche al costo di una dieta sana. Un lusso, parrebbe, visto che nel 2025 non possono permettersela 2,69 miliardi di persone, quasi un terzo dell’umanità. Il problema, quindi, non è tanto quanto cibo si produce, ma chi può accedervi. Tanto più che la capacità produttiva alimentare è aumentata in gran parte del mondo, ma parimenti è aumentato lo spreco di cibo, che oggi è pari a circa un terzo del totale del cibo prodotto. Anche in questo caso, le cose non sono così semplici come a prima vista parrebbe. 


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Negli ultimi anni diversi studi e rapporti FAO, Eurostat, OCSE hanno potuto evidenziare che ci sono perdite e sprechi in diversi punti della filiera, a partire dalle perdite in campo, dai prodotti non raccolti, già attorno al 10% nella sola Unione Europea, e poi magari non conservati adeguatamente lungo la filiera, che dunque faticano ad arrivare perfino ai mercati di prossimità, un dato che invece diventa più critico in molti paesi africani. Ci sono poi tutti gli sprechi associati ai processi di trasformazione, che ancora in larga parte non sono circolari e dunque non sono disegnati per considerare gli output di un processo come materia prima utile a un altro processo. 

E poi c’è l’enorme spreco associato alla concentrazione del sistema di grande distribuzione (grande distribuzione organizzata, GDO), dove poche aziende controllano la grandissima parte dei supermercati su scala globale. In questo caso lo spreco non è necessariamente dentro la GDO, ma tutto attorno: standard estetici rigidi che impongono requisiti di forma, taglia, colore, per esigenze di packaging e di esposizione sugli scaffali, per cui prodotti raccolti perfettamente commestibili ma "imperfetti" sono scartati ancor prima del trasporto. Oppure variazioni di ordine dei volumi di acquisto, che costringono sia i produttori che gli intermediari a smaltire eccedenze di beni deperibili senza necessariamente avere un preavviso congruo che consenta di individuare alternative. Influiscono anche le modifiche dei prezzi sui mercati finanziari, quando non le vere e proprie speculazioni, come aveva ben dimostrato un'ampia inchiesta giornalistica coordinata dal consorzio Lighthouse Reports - opportunamente intitolata The hunger profiteers - a pochi mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, quando il prezzo del grano è stato tenuto gonfiato senza precedenti e intere riserve sono state lasciate marcire. E via dicendo. L’aver ‘industrializzato’ la filiera agro-alimentare la rende assai meno flessibile ed elastica, e questo genera necessariamente spreco in diversi punti del processo. 

Infine, ma certo non perché sia meno importante, c’è tutto il tema del rapporto tra produzione alimentare e crisi climatica. Da un lato, l’aumento della siccità e della desertificazione in molte zone del mondo ha enormi impatti sulla produzione e sulla perdita di alimenti. Così come hanno un forte impatto gli eventi estremi come le inondazioni che negli ultimi anni si sono succeduti ripetutamente in molte parti del mondo. L’altra faccia della medaglia è che il sistema agro-industriale pesa moltissimo sul bilancio delle emissioni di gas climalteranti in atmosfera: secondo le stime IPCC, che riprendono diversi studi, più di un terzo delle emissioni sono dovute proprio alla produzione e soprattutto alla trasformazione e distribuzione del cibo sul pianeta.


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Lo slogan scelto dalla FAO per la Giornata di quest’anno è “Innovate today. Nourish tomorrow”. L’innovazione di cui parla l’organizzazione non è solo tecnologica: comprende i saperi tradizionali, le cooperative, la consulenza digitale a chi coltiva, mercati e distribuzione più efficienti, la riduzione degli sprechi. Le soluzioni sono tante e composite, e vanno da reali interventi sulle filiere per renderle più circolari, a introduzione di tecnologie che non necessariamente standardizzate ma necessariamente adeguate sia ai territori che alla coltura e al mercato, fino a interventi regolatori contro lo spreco, a incentivi per il recupero di cibo, e molto altro. Chiara Nobili, ricercatrice del laboratorio innovazioni filiere alimentari dell’ENEA, ne ha indicate diverse ai microfoni di chi scrive, durante la puntata di Radio3 Scienza di mercoledì 14 ottobre. L’obiettivo è garantire a tutte e a tutti un cibo sufficiente, vario e sicuro senza consumare il pianeta. La tecnologia, però, da sola non redistribuisce nulla.  

La questione è, come spesso accade, fondamentalmente politica. Non serve produrre più cibo con l'uso di tecnologie sofisticate, come purtroppo spesso sentiamo dire anche negli ambienti scientifici e accademici, se poi questo cibo non arriva a chi ne ha bisogno. Non serve intensificare le produzioni se poi una parte consistente dei raccolti va perduta prima ancora di entrare nella filiera distributiva. La questione dello spreco, così come il soddisfacimento di un diritto essenziale come è l’accesso alla nutrizione, dovrebbero essere assolute priorità delle agende politiche di tutto il mondo. Ci permettiamo di osservare che non pare sia così. 

E così, come ormai facciamo spesso, abbiamo selezionato alcune risorse per ampliare le nostre fonti di informazione e il nostro sguardo su una delle questioni più complesse e urgenti del mondo contemporaneo. Per ragionare anche sulle possibili soluzioni nel rispetto dei diversi contesti, delle preferenze culturali e anche colturali. Avere cibo a disposizione è chiaramente un diritto, ed è una priorità. Ma anche poter scegliere cosa coltivare e cosa mangiare dovrebbe esserlo.

La fame. Martín Caparrós (Einaudi, nuova edizione 2022). Uno dei libri necessari per capire cosa vuol dire convivere con la fame. Il giornalista argentino viaggia tra Africa, Asia e America, nelle aree più povere e nelle periferie del pianeta, e ascolta chi la fame la vive ogni giorno. La sua tesi è netta: la fame non è una fatalità, è il risultato di scelte politiche ed economiche di cui il mondo ricco porta la responsabilità. Il libro ha vinto il Premio Terzani nel 2016.

I sovrani del cibo. Alessandro Franceschini e Duccio Facchini. Altreconomia, 2024. Chi decide che cosa mangiamo e a quale prezzo? Un’inchiesta sulle poche multinazionali dell’agroalimentare, controllate da grandi fondi speculativi, che fanno profitti record mentre la fame resiste, e su come restituire il controllo del cibo a contadini e consumatori.

I signori del cibo. Stefano Liberti (minimum fax, 2016). Un’inchiesta risultato di due anni di indagine lungo quattro filiere globali: la soia che sostituisce la foresta amazzonica, i grandi pescherecci che svuotano gli oceani per il tonno in scatola, gli allevamenti industriali di maiali negli Stati Uniti e in Cina, il pomodoro raccolto in Puglia da braccianti ghanesi che prima lo coltivavano nelle loro terre. Qui sotto, Liberti, impegnato da anni a raccontare storie e approfondimenti sulla filiera alimentare, presenta i contenuti di questo suo libro in una conversazione con il desk italiano della Commissione Europea. 

Raj Patel economista e saggista, ricercatore presso la Lyndon B. Johnson School of Public Affairs dell’Università del Texas ad Austin, membro del panel internazionale di esperti sui sistemi alimentari sostenibili (IPES-Food) ha scritto diversi libri sul tema della filiera agro-alimentare. In questo video, registrato durante il festival di Internazionale a Ferrara, nel 2019, spiega le disuguaglianze e le incongruenze del sistema agroalimentare partendo dalle crocchette di pollo fritto per arrivare ai meccanismi produttivi del capitalismo e al perché in questo sistema alcune vite valgono meno di altre.

Oligopoli nel piatto: come dieci giganti controllano la carne e il latte italiani. Un’inchiesta di Francesca Cicculli e Paolo Riva per IRPIMedia, pubblicata a luglio di quest’anno, sugli effetti della concentrazione delle aziende nelle filiere agroalimentari. Un solo dato, come anticipo: In Italia, appena dieci aziende della trasformazione controllano il 38,1 per cento delle filiere di carne, latticini e uova, per un valore di 17,2 miliardi di euro. Nel solo settore della carne, le prime cinque aziende gestiscono oltre la metà dell’intero mercato nazionale

Thin Ink è la newsletter di Thin Lei Win, giornalista nata in Myanmar ha lavorato come reporter in molti Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa occupandosi di sistemi alimentari e crisi climatica. Oggi è basata in Italia, e guida la redazione sui sistemi alimentari di Lighthouse Reports, progetto europeo di giornalismo d’inchiesta collaborativo. 

Food Tanks Lists. Una sezione del sito di Foodtank, la più importante non profit americana che si occupa del modo in cui produciamo e consumiamo cibo, in un’ottica di sostenibilità e a sostegno della transizione verso una agricoltura meno impattante sul piano ambientale e orientata al coinvolgimento e valorizzazione delle culture contadine. La sezione cura una serie di playlist di libri, fotografie, scritti e via dicendo su temi monografici relativi al mondo agricolo

Cooked. Serie americana scritta e raccontata dal giornalista e saggista Michael Pollan, esperto di sistemi alimentari, e nata dal suo libro che porta lo stesso titolo, tradotto in italiano da Adelphi nel 2014, Cotto. Racconta la storia della preparazione del cibo attraverso i quattro elementi: fuoco, acqua, aria e terra. La serie parte da un’idea semplice: cucinare è un bisogno umano primario, e tornare in cucina significa recuperare tradizioni e capire meglio cosa mangiamo.

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