SOCIETÀ

Afghanistan: la riconquista talebana avanza veloce

Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, che dovrebbe essere completato entro il prossimo 11 settembre, racconta due cose. La prima: l’attuale governo afghano, ma anche l’esercito e la polizia, senza il sostegno americano sono nulla, istituzioni impalpabili, come una pianta senza radici che al primo soffio di vento viene giù. E infatti i talebani ne hanno immediatamente approfittato, riconquistando nelle ultime ore città e distretti con una rapidità superiore alle peggiori previsioni. La seconda: vent’anni di guerra non hanno prodotto alcun risultato tangibile. Non un governo stabile e solido, non una democrazia alternativa all’integralismo islamico proposto dai talebani. Nessun progresso nel “processo di pace”, nel tentativo di “riconciliazione”, di trovare una sintesi per garantire un futuro diverso al paese che aveva dato ospitalità ai responsabili del più grave attacco terroristico della storia contemporanea, con a capo Osama bin Laden. Perciò l’Afghanistan era stato invaso (il 7 ottobre 2001, quasi un mese dopo l’attacco aereo alle Twin Towers di New York, con il lancio dell’operazione Enduring Freedom e il bombardamento aereo contro le basi di al-Qaeda e dei talebani). Eppure, vent’anni dopo, la guerra più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti si chiude con un fallimento. Non tecnicamente “persa”, ma di certo non vinta. E soprattutto inutile, nel senso che nessuno degli obiettivi primari è stato raggiunto. Ma in compenso è colossale il tributo di vite umane, come ha stimato il sito web indipendente iCasualities.org: 2450 i soldati americani morti (e altre 1144 vittime tra le forze alleate), circa 20mila i feriti. Agli afghani è andata peggio: 66mila morti tra le forze di polizia, 51mila talebani, oltre 47mila civili uccisi. Hanno perso la vita, nei vent’anni di guerra, anche 444 operatori umanitari e 72 giornalisti. Impressionante anche il costo della guerra: secondo il report pubblicato dal Watson Institute for International and Public Affairs della Brown University, gli Stati Uniti, da quando hanno invaso l’Afghanistan, hanno speso 2,26 trilioni di dollari (un trilione equivale a un miliardo di miliardi). «Si noti – scrive il Watson Institute - che questo totale non include i fondi che il governo degli Stati Uniti è obbligato a spendere per l’assistenza a vita per gli americani veterani di questa guerra, né include pagamenti di interessi futuri sul denaro preso in prestito per finanziare la guerra».

La resa degli Stati Uniti

Oggi, con il disimpegno americano ormai quasi completato, i talebani hanno già ripreso il controllo del Paese: oltre il 65%, secondo le ultime stime degli osservatori. Un ritiro voluto lo scorso anno da Donald Trump, che probabilmente sperava, con la mossa, di ipotecare una sua rielezione. Nell’accordo, firmato a Doha, in Qatar, dai negoziatori di Stati Uniti e talebani (rispettivamente il rappresentante speciale per la riconciliazione, Zalmay Khalilzad, e il mullah Abdul Ghani Baradar), ma senza la presenza di membri del governo afghano (che i talebani non hanno mai voluto riconoscere) c’erano evidenti fragilità. A partire proprio dalle trattative tra talebani e governo locale, per giungere a un “cessate il fuoco permanente e globale” e per definire una generica “condivisione del potere statale”. «Se i talebani e il governo dell'Afghanistan manterranno questi impegni, avremo un potente percorso per porre fine alla guerra e riportare le nostre truppe a casa», aveva dichiarato Trump. Le cose sono andate diversamente. Ma l’attuale presidente Joe Biden ha deciso di non invertire la rotta. Lo scorso aprile aveva detto: «Aspettare il momento ideale per partire è una formula per non partire mai». «Il destino di quella nazione è nelle mani dell'Afghanistan: non c’è molto che gli Stati Uniti possano fare per impedire ai talebani di riconquistare l’Afghanistan», ha dichiarato John Kirby, portavoce del Pentagono. «Sono profondamente preoccupato che i talebani siano sempre più dominanti, ma il presidente Biden è impegnato a porre fine alla presenza militare degli Stati Uniti nei tempi previsti». E per fugare qualsiasi dubbio residuo, alla domanda “gli Stati Uniti continueranno a dare sostegno alle forze governative afghane che resistono agli avanzamenti dei talebani”, ha risposto: «È la loro lotta. Continueremo a sostenere l’Afghanistan con le autorità che abbiamo dove e quando possibile». Da vedere se e per quanto tempo ancora l’amministrazione americana continuerà a pagare gli stipendi dei funzionari del governo afghano tuttora in carica. 

Ma perché, oggi, ci troviamo in una simile situazione? Secondo l’analista Robert Burns, in un articolo pubblicato dall’Associated Press, «gli Stati Uniti hanno sottovalutato quanto la loro presenza come occupante alimentasse la motivazione dei talebani a combattere, a resistere». Mentre l’analista Carter Malkasian, su Politico, scrive: «Credevamo che fossero possibili la sconfitta dei talebani o la possibilità per il governo afghano di reggersi da solo: probabilmente non lo erano. Ciò non vuol dire necessariamente che avremmo dovuto abbandonare l'Afghanistan molto tempo fa. Significa che la strategia avrebbe potuto essere gestita meglio per evitare di spendere risorse per obiettivi che difficilmente sarebbero stati raggiunti. Si potevano spendere meno soldi. Si sarebbero potute perdere meno vite. Ma che l'America non avrebbe potuto fare molto di più che andare avanti per anni di fronte a un nemico implacabile è la coda insoddisfacente, a volte frustrante, della nostra guerra più lunga». Perché non basta essere più forti per vincere le guerre, come aveva già insegnato il Vietnam.

Le milizie islamiche alla conquista delle città

La cronaca di questi ultimi giorni racconta l’avanzata impetuosa delle milizie islamiche, da nord a sud, i combattimenti sempre più cruenti con le forze di sicurezza che non riescono più a contenerli (e continua a crescere il bilancio delle vittime, anche civili), la conquista per i talebani di città come Kunduz (roccaforte talebana prima dell’invasione americana, nel 2001), Takhar e Sar-e Pol in azioni praticamente simultanee: il che dimostra la pianificazione militare di quel che sta avvenendo. La settimana scorsa hanno preso il controllo di Zaranj, capoluogo della provincia di Nimruz, non distante dal confine iraniano. E poi Sheberghan, nella provincia nord-occidentale di Jawzjan, dove sarebbero stati liberati tutti i detenuti. E a nulla sono serviti i raid aerei americani lanciati nel tentativo di rallentare l’avanzata delle milizie islamiche. Di città in città gli insorti occupano gli uffici governativi, le caserme della polizia. E le violenze sono fuori controllo, con migliaia di civili in fuga, per non dire delle esecuzioni sommarie, dei rapimenti. Secondo l’Onu, nell’ultimo mese nei raid a Lashkar Gah, Kandahar, Herat e Kunduz sono stati uccisi 183 civili, e si tratta soltanto del conto delle vittime documentate. E i più piccoli non sfuggono alla violenza: secondo l’Unicef, che ha denunciato pochi giorni fa “l’incredibile escalation dei crimini contro i bambini in Afghanistan”, con un totale di 27 bambini uccisi negli ultimi giorni, venti dei quali (e 130 feriti) soltanto nella provincia di Kandahar. 

Poi c’è il tema della vendetta dei talebani verso gli afghani che in questi anni hanno lavorato per gli americani. A fine luglio Sohail Pardis, che aveva lavorato come interprete per l’esercito Usa, è stato fermato a un posto di blocco, costretto a scendere dall’auto e decapitato sul posto. Come lui, migliaia di afghani vivono nel terrore della rappresaglia. Proprio il mese scorso la Casa Bianca ha annunciato l’operazione “Allies Refuge”, un piano per trasferire gli afgani che in questi anni hanno lavorato al fianco delle truppe americane. I primi 700, con le loro famiglie, saranno trasferiti nella base militare di Fort Lee, in Virginia. Altri 4mila hanno già fatto richiesta analoga (e si valuta la possibilità di far trovare loro un rifugio in altri paesi, come il Qatar o il Kuwait), ma si stima che in tutto siano 18mila gli afghani, con famiglia a carico, che siano in attesa di aiuto dagli Stati Uniti. Hanno paura, hanno fretta. L’Afghanistan è ormai diventato un posto estremamente pericoloso. Al punto che le ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno invitato i rispettivi cittadini a “lasciare immediatamente l'Afghanistan, usando i voli commerciali disponibili”.

Quando cadrà Kabul?

Ma la fine sembra ormai segnata: e ora le attenzioni internazionali si concentrano su Kabul, la capitale, sei milioni di abitanti. La domanda non è “se cadrà”, ma quando. Le stime iniziali (6-12 mesi) si sono ormai ridotte a 90 giorni, tre mesi, probabilmente meno. Poche ore fa i talebani hanno conquistato Ghazni, a 150 km dalla capitale. Solito schema: hanno preso possesso dell’ufficio del governatore, delle caserme della polizia, della prigione. E’ il decimo capoluogo di provincia occupato dagli islamisti in una settimana. Mentre i combattimenti continuano e si moltiplicano gli atti di terrorismo, anche nei confronti dei membri del governo ancora formalmente in carica: la scorsa settimana un’autobomba è esplosa nei pressi dell’abitazione del ministro della Difesa. Venerdì scorso, in un agguato, sempre a Kabul, è stato assassinato Dawa Khan Menapal, capo dell’agenzia di comunicazione del governo afghano ed ex portavoce del presidente Ashraf Ghani. Definire la situazione “incerta” è un eufemismo. Ma il presidente Biden continua a esortare i leader del governo afghano: «Devono unirsi, combattere per loro stessi e per la loro nazione», rimarcando come le truppe afghane siano ancora oggi più numerose di quelle talebane. Anche se è una forza spuntata: si stima che più di un terzo dei 162 velivoli delle Forze armate afghane siano fuori uso per mancanza di pezzi di ricambio e di meccanici in grado di ripararli: ritiro delle truppe vuol dire anche ritorno in patria del personale specializzato. 

L’inviato statunitense, Zalmay Khalilzad, è in queste ore nuovamente in Qatar, a Doha, per tentare di riallacciare un improbabile negoziato con i talebani, per "esortare i talebani a fermare l’offensiva militare e negoziare una soluzione politica", come si legge in una nota del Dipartimento di Stato americano. Ma negoziare “di schiena”, mentre si sta lasciando il paese, non è una posizione di forza, anzi. I raid aerei, per ammissione dello stesso Pentagono, andranno progressivamente a diminuire, fin quasi a cessare. Anche perché un conto è colpire basi talebane nelle zone più rurali e disabitate, ma la conquista delle città esporrebbe le azioni militari ad altissimi rischi di provocare vittimi civili. Anche l’indignazione, a parole, serve a poco: l'ambasciata Usa a Kabul ha criticato l’offensiva dei talebani sostenendo che le sue azioni per “imporre con la forza il suo governo sono inaccettabili e contraddicono l’impegno di sostenere una soluzione negoziata nel processo di pace di Doha”. La situazione è a tal punto tesa che la Russia ha schierato le sue truppe al confine, in Tajikistan e in Uzbekistan (le solite “esercitazioni militari”), perché è comunque bene tenere d’occhio un simile rafforzamento dei gruppi jihadisti). Mentre Putin avrebbe offerto a Biden, durante il recente bilaterale a Ginevra, la possibilità di usare due basi militari in Kirghizistan e Tagikistan per coordinare uno sforzo congiunto in Afghanistan.

La situazione è drammatica anche sul fronte degli sfollati. L’UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i Rifugiati, stima che dall’inizio dell’anno quasi 400mila afghani siano sfollati all’interno del paese, circa 244mila a partire da maggio. Ma molti altri civili rischiano di ritrovarsi intrappolati nei combattimenti senza riuscire a fuggire. Una delle principali vie di fuga è il confine con l’Iran, al valico di Milak: l’UNHCR ha chiesto al governo iraniano di continuare a tenerlo costantemente aperto, per non mettere a repentaglio migliaia di vite. Anche l’Unione Europea teme una nuova ondata di profughi. E intanto scoppia il caso dei rimpatri, bloccati dall’Ue proprio per la situazione attuale di estrema incertezza in Afghanistan. I ministri dell’interno di 6 paesi (Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Belgio e Grecia) hanno comunque inviato il 5 agosto una lettera al vicepresidente Margaritis Schinas e alla commissaria Ylva Johansson nella quale sostengono «l’importanza di rimpatriare chi non ha reali esigenze di protezione», pur riconoscendo la “delicata situazione alla luce del ritiro delle truppe internazionali”. Una posizione “inaccettabile” per Amnesty International. Ieri Germania e Olanda hanno deciso di fare marcia indietro, per almeno 6 mesi, e di bloccare così i rimpatri. Dal 2015, sono circa 570mila gli afgani che hanno chiesto asilo nell’Unione Europea.

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