CULTURA

Che cos'è un mito?

La collana “la parola alle parole” edita a Napoli da Doppiavoce è arrivata al volume numero 10 passando in rassegna una serie di argomenti ciascuno legato ad una lettera dell’alfabeto. Questo decimo parte da M che è l’iniziale del tema di un libro molto bello e di coinvolgente interesse scritto da Rossana Valenti: M Mito è il suo titolo.

Mito non è una parola facile da definire, Che cosa è il mito o un mito?  Se facessimo una rapida indagine, con un campione di intervistati, non mi riesce facile immaginare le risposte. Ma darei abbastanza per scontato che non pochi, senza molto riflettere, assocerebbero questa parola ad un nome: un calciatore, un cantante, un attore, uno scrittore, un programma televisivo… Tanto per fare un esempio: “Maradona?” È un mito….

Verosimilmente sì, se si volesse “giustificare” il chiasso mediatico che, non solo a Napoli, ha ricordato il 60° compleanno di questo “eccezionale” calciatore. Ma Mito non è questo.

Mito, scrive Rossana Valenti, “è una di quelle parole che provengono da un lontano passato, e ancora si prestano a definire aspetti della nostra contemporaneità”. E, partendo dal “lontano passato”, ne ripercorre l’itinerario fino al lessico quotidiano avvertendo che oggi questo vocabolo ha “valenze profondamente diverse” da quelle che gli antichi gli avevano attribuito.

Quindi la ricerca e il racconto di queste valenze è il filo conduttore di questo itinerario, lungo poco meno di tremila anni, e costantemente alimenta e risolve la curiosità di chi legge. 

Tremila anni significa essenzialmente Greci e Romani e la ricostruzione del ruolo del Mito attraverso la lettura e la trascrizione dei “passi” significativi che ci viene donata è veramente coinvolgente. Nel senso che si vuole andare a vedere come andrà a finire: dalla Grecia a Roma; dai rapporti tra mito e filosofia, mito e spazio, mito e poesia, mito e folclore, mito e psicoanalisi, mito e fantascienza.

E va a finire che il Mito si va trasformando, subisce contaminazioni e la parola assume significati e contenuti che variano, appunto, nel tempo e nello spazio.

Dicevo che trattandosi di tremila anni i riferimenti principali sono greci e romani. Ma questo non vuol dire che c’è intesa o passaggio di testimone tra gli uni e gli altri e dagli uni agli altri. Cioè non c’è un “sistema unitario del quale si alimenterebbero i miti greci e quelli romani”. Anzi, ci avverte ancora Valenti, esistono “forti differenze tra la tradizione mitografica greca e quella romana, differenze che rimandano a due opposte visioni del tempo e della storia”. I Greci “colgono la realtà nella sua essenza, sub specie aeternitatis”; i Romani “sviluppano la categoria della temporalità, sub specie temporis”.

Insomma, due tradizioni parallele destinate a non incontrarsi. Ma che tuttavia si incontrano in un personaggio, Enea, “Ultimo dei Troiani, deve diventare il primo dei Romani”.

Anche per questo il lavoro di Rossana Valenti è coinvolgente. Come sempre coinvolgente è tutto quello che attiene al tempo che, magari per i fisici teorici che lo studiano non esiste, ma che necessariamente alimenta la storia assumendo ruoli e caratteristiche differenti a seconda degli approcci e delle concezioni delle diverse culture.

Insomma, il senso greco del tempo e quello romano danno anche differenti interpretazioni del Mito. Per cui “contrariamente a quanto avviene in Grecia, il mito a Roma si storicizza e assume il suo valore esemplare”. E questo passaggio, questa trasformazione così brevemente sintetizzata, alimenta pagine avvincenti di questo libro nelle quali ciascuno può riconoscere le proprie mediterranee radici.

Il tempo. E lo spazio? Col rapporto mito-spazio arriviamo sin dentro casa, per così dire. Perché, ci dice subito Rossana Valenti, “Il mito intrattiene fin dall’inizio un rapporto privilegiato con i luoghi, conferendo loro aspetto e caratteristiche che li rendono sacri e, nel contempo, conoscibili, familiari, spiegabili”. Partenopei, Petroniani, Ambrosiani. Perché si chiamano così napoletani, bolognesi e milanesi se non per aver associato la nascita delle loro città ad altrettanti miti quali la sirena Parthenope, San Petronio e Sant’Ambrogio?

Valenti considera vitale fin dalle origini della nostra tradizione culturale il rapporto tra geografia e mito. E per “esemplificare la portata di questo rapporto tra il mito e lo spazio” sceglie di fare riferimento al territorio dei Campi Flegrei. Una scelta splendida e molto convincente che perfettamente sottolinea l’esistenza e l’importanza di questo rapporto nelle terre ardenti che hanno alimentato una ricca letteratura perché, come scrive Polibio (citazione di Valenti, naturalmente) “Nessuna storia in tutta la mitologia appare più probabile di quella che viene narrata a proposito di questi luoghi che sono chiamati Flegrei”. I richiami bibliografici, il ricordo dei loro autori e le citazioni di passi in greco e in latino (con le opportune traduzioni in italiano, naturalmente) confermano abbondantemente questa affermazione.

E introducono ad un’altra conferma. Quella secondo cui è altrettanto naturale che poche altre se non nessuna storia come quelle legate al mito poteva trovare spazio nella poesia. Non tanto la “vicenda mitologica” quanto “il racconto di sentimenti e azioni e della complessa varietà dell’esperienza umana che il mito espone nella forma più suggestiva”. E qui la fanno da padrone Saffo, Omero, Ovidio, Plauto; qui si impara (lo dico per me) quale mito ha dato questo nome alla Via Lattea, chi è Sosia e come è entrato nel nostro quotidiano parlare; e qui giganteggia il mito di Eracle la cui figura spazia dalla poesia alle raffigurazioni “nelle residenze principesche italiane, spagnole e francesi, dal Quattrocento fino al Settecento”. Non solo poeti, dunque, per quest’ultimo mitico personaggio, ma anche pittori come Andrea Mantegna, Giulio Romano, Guido Reni.

Ma perché dopo le sue (manco a dirlo) mitiche dodici fatiche Eracle è rimasto per secoli così profondamente presente nel nostro immaginario? Perché, spiega Rossana Valenti, “Entrare in contatto con questo eroe e con i miti che lo raccontano vuol dire anche riscoprire le spinte culturali che hanno originato la civiltà europea, significa avvicinarsi ad un universo espressivo che non ha mai differenziato in modo netto tra sfera colta e sfera popolare, che non ha creato target  precisi di pubblico, perché il suo messaggio parlava a un’intera società, e se queste storie ancora, talvolta, ci toccano è perché ci sono appartenute”.

Mi sono soffermato molto su questo periodo e ho capito anche che cosa ha significato per me e potrebbe significare per molti altri “entrare in contatto” con questo libro.

Tra l’altro mi ha fatto (e fa) comprendere l’esistenza di quello che si potrebbe ritenere un “insolito” connubio tra mitologia e fantascienza. Due generi apparentemente agli antipodi mentre la fantascienza sa “rendere palpabile e diffusa nell’immaginario collettivo, l’oscura impressione di vivere in un’epoca disorientata, che ha perso i precedenti punti di riferimento. Passato e futuro, lungo questa linea, si incontrano, perché entrambi lontani dal presente e dai suoi minacciosi scenari: il primo, pre-industriale e pre-moderno, il secondo post-industriale e post-moderno, il primo “non ancora” tecnologico, il secondo “non più” tale, perchè la tecnologia ha determinato la sua stessa catastrofe.”.

In questa prospettiva, conclude Rossana Valenti, “il mito ci offre, sotto forme diverse ma comunque riconoscibili a uno sguardo attento, un racconto destinato a innervare ancora il pensiero e l’immaginario della nostra cultura”.

E io, come posso brevemente concludere un commento su questo libro che contiene tutto questo (e molto altro di più)?

Semplicemente: è un mito.

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