SOCIETÀ

Chi vuole tornare a lavorare in ufficio?

“Niente sarà più come prima” è la frase più usata e abusata dell’era Covid. Al punto di diventare retorica e consunta. Ciò non vuol dire che, qualche volta, non possa tuttavia risultare reale. Può essere il caso della categoria abbastanza estesa di coloro che hanno un lavoro stabile e non manuale. Gli impiegati, si direbbe usando una parola antica. Condannati a un lavoro monotono e prevedibile, minacciati dalle “macchine”, stretti a un posto fisso da raggiungere in giornate fisse con metodi più o meno fissi: metro, autobus, automobile, chi poteva a piedi o in bicicletta. Diventati di colpo protagonisti di una rivoluzione, derivante dalla prigionia del Covid che ha impresso l’accelerazione ormai nota al lavoro a distanza: secondo una indagine della Banca d’Italia, il 33% dei dipendenti pubblici e il 14% di quelli privati hanno lavorato a distanza nella prima metà del 2020. Nel settore dell’informazione e delle comunicazioni la percentuale sale quasi al 59%, in banche, finanza e assicurazioni al 51.

Ma questi dati, relativi appunto ai mesi del lockdown, non ci dicono cosa sta succedendo ora, quanto lo smart working (anche se non sempre la definizione è appropriata, dato che il lavoro a distanza non sempre, anzi quasi mai, è stato riorganizzato con modalità e filosofia nuove) è diventato o può diventare la nuova normalità, ridisegnando il destino e le giornate dei lavoratori, sfidando i loro contratti, aprendo nuove possibilità e nuovi solchi dentro lo stesso mondo del lavoro. Ma alcuni indizi ci sono, e come spesso succede vengono dal mercato del lavoro più mobile, quello degli Stati Uniti.

USA: il più alto tasso di dimissioni nel settore privato 

Un primo indizio lo dà una indagine di Axios, secondo la quale una percentuale che va dal 25 al 40% di lavoratori sta valutando la possibilità di lasciare il proprio lavoro. Tra le motivazioni delle potenziali dimissioni di massa, un mercato del lavoro in evoluzione, probabilmente anche l’effetto di alcuni sostegni al reddito che ci sono stati durante la pandemia, ma soprattutto il fatto che i loro boss non vogliono continuare con il lavoro a distanza.

Commentando questi dati nella popolare trasmissione radiofonica The ring of fire, il giornalista Farron Cousins ha usato un’espressione: “un assaggio di libertà”. Insieme alle tante cose negative che ha portato il Covid 19 – per quanto riguarda il lavoro, in primo luogo il fatto di non averlo più se si era occupati in settori come turismo e ristorazione – c’è questo paradossale effetto positivo, di un senso di libertà nel periodo della perdita di libertà fondamentali, come quelle di muoversi e di incontrarsi. I sondaggi possono essere ingannevoli e lasciano il tempo che trovano.

Però questo è in qualche modo confermato dai numeri reali del mercato del lavoro americano, che secondo quanto riporta Quartz sta assistendo al più alto tasso di dimissioni volontarie degli ultimi due decenni nel settore privato. Dato contraddittorio con quelli della crisi economica e della incertezza che regna nei consumi: ma un segnale del fatto che il mercato del lavoro è al tempo stesso “troppo freddo e troppo caldo”, agitato da fattori imprevisti e imprevedibili, anche in questo caso da forze mai viste prima.

Siamo nel mezzo di una transizione: per le imprese, che faticano a prevedere cosa succederà, si trovano davanti a catene del valore interrotte (importazioni ed esportazioni di componenti delle quali si perdono a volte passaggi cruciali, delocalizzazioni e ri-localizzazioni in atto), vorrebbero avere molta flessibilità nel gestire questa fase (ed è quello che si teme adesso in Italia con lo sblocco dei licenziamenti) e al tempo stesso sono spaventate dalla flessibilità nelle modalità di lavoro sperimentata durante la pandemia. Ma la transizione è in atto anche per i lavoratori, o almeno quelli che hanno una possibilità di scelta. In particolare, coloro che hanno goduto nel periodo Covid di un doppio privilegio: mantenere il lavoro, e poterlo svolgere da casa.

Ma siamo sicuri che lavorare da casa sia stato vissuto come un “privilegio”?

La situazione italiana

Qui le evidenze sono ancora poche per poter dare una risposta. In linea teorica, si può pensare alle lunghe battaglie – fino al 2020 perdenti – per una flessibilità gestita dal lavoratore e non solo a misura di impresa; soprattutto da parte delle donne, per una rimodulazione dei tempi e dei modi di lavoro che andasse incontro alle esigenze di conciliazione con la vita familiare e privata.

Torniamo a quelle indagini della Banca d’Italia citate all’inizio: tra le determinanti della probabilità di lavorare da remoto, lì vengono citati il settore, ovviamente; la localizzazione geografica (soprattutto il Nord e il Centro); la dimensione di impresa (soprattutto le grandi); ma la determinante principale è il genere, con le donne, soprattutto quelle con figli piccoli, nettamente in testa nella scelta del lavoro a distanza. E si può intuire che, date le costrizioni parallele dovute alle scuole chiuse, tutta la flessibilità in termini di conciliazione guadagnata sul versante del lavoro sia stata destinata a seguire i pargoli davanti al computer per le lezioni a distanza.

Anche qui, di motivi di preoccupazione e effetti avversi ce ne sono molti: il carico di lavoro a casa che diventa insopportabile, i confini tra tempi di lavoro e di non lavoro che sbiadiscono fino a scomparire, le difficoltà tecnologiche e persino fisiche (spazi in casa), i contratti indietro anni luce che non prevedono alcuna tutela, dalle attrezzature alla infortunistica al diritto alla disconnessione. La mancanza di regole e tutele, e l’inadeguatezza di quelle antiche, pensate per un altro mondo del lavoro, può portare all’esatto opposto della “libertà” di cui parla Cousins: come spiega nel suo pamphlet “Contro lo smart working” (Laterza, 2021) il sindacalista Savino Balzano. 

Eppure, il salto è stato fatto e la transizione inevitabile.

Passando dalle percentuali ai numeri assoluti, quei dati di Bankitalia ci dicono che quasi 3 milioni di persone hanno preso a lavorare a distanza nel primo lockdown. Secondo uno studio dell’associazione dei consulenti del lavoro, adesso sarebbero molti di più, oltre 7 milioni. In ogni caso, tanti. Difficile che tutti tornino allegramente al tran tran della vita precedente.

Nella pubblica amministrazione, è finito l’obbligo del 50% in smart working, ma è rimasta la possibilità di usarlo, fino al 31 dicembre 2021 e in deroga alle norme pre-esistenti, in attesa di nuovi accordi nazionali. Nel privato, molte grandi imprese hanno prorogato il lavoro a distanza: quasi tutte le elettriche (Enel e Terna in testa), le telecomunicazioni (Tim e Fastweb), molte banche, le assicurazioni. Istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, la Bce, la Fao. Secondo una indagine della Fondirigenti che considera anche gli autonomi, il 54% delle imprese continuerà a usare il lavoro a distanza. Con un prevedibile gigantesco impatto sulle relazioni industriali, sulla vita delle città, sui trasporti, sui consumi.

Quanto alle vite individuali, scommettere sull’effetto positivo dell’”assaggio di libertà” è azzardato: molto dipenderà – come sempre – dai rapporti di forza, ossia da quanto i lavoratori potranno pesare nella contrattazione della nuova normalità. La capacità di programmare delle imprese, e dunque dare una prospettiva certa per organizzare la propria vita, è un’altra componente fondamentale. Ma quel che è certo è l’apertura di un nuovo divario, tra chi è entrato in questa nuova normalità e chi, per le caratteristiche del proprio lavoro, ne è lontano: la divisione del mondo del lavoro tra operai e impiegati, che sembrava una caratteristica del Novecento in via di sparizione con la proletarizzazione dei colletti bianchi, torna in forme nuove. 

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