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Coronavirus e Spagnola: differenze e somiglianze

Nel 1957 l’Italia fu messa a letto per settimane dall’Influenza asiatica (secondo la classificazione usata dagli scienziati virus A/H2N2); nel 1968 l’Influenza Hong Kong (H3N2) solo nel nostro Paese provocò 20.000 decessi. Eppure – soprattutto in questi giorni, dominati dalle notizie sulla diffusione del Coronavirus – quando si pensa a un esempio di pandemia il pensiero corre soprattutto alla Spagnola (H1N1) che nel 1918 causò decine di milioni di morti in tutto il mondo. Un parallelo che però non convince lo storico della medicina Bernardino Fantini.

“L'ombra della Spagnola rimane sempre molto presente nell’immaginario collettivo, ma almeno per il momento le due epidemie sono molto differenti da diversi punti di vista”, spiega lo studioso, professore emerito presso l’università di Ginevra. “I due virus sono molto diversi tra loro in comportamenti, modi di trasmissione e pericolosità”. Altri aspetti sono invece simili: “ad esempio la reazione psicologica da parte della popolazione. Inoltre entrambi i virus si trasmettono attraverso le vie aeree e provocano soprattutto problemi alla respirazione e ai polmoni”.

Servizio di Daniele Mont D'Arpizio, riprese e montaggio di Elisa Speronello

Professor Fantini, che caratteristiche aveva la pandemia del 1918 e come mai fu tanto letale?

“Probabilmente alla base della Spagnola c'era una mutazione del virus dell'influenza, talmente importante da generare una malattia totalmente nuova, quindi senza alcuna immunità da parte delle popolazioni. Il secondo aspetto ugualmente importante è che arrivò alla fine di una guerra terribile che aveva indebolito la popolazione dal punto vista sanitario e alimentare; il virus poté inoltre diffondersi molto rapidamente perché le truppe e i lavoratori vivevano ammassati nelle trincee e nelle fabbriche. Una delle caratteristiche più sorprendenti di quella malattia era che – a differenza di tutte le altre influenze e anche del Coronavirus – non colpiva le persone deboli e fragili come i bambini e gli anziani, ma soprattutto gli adulti in piena salute, con un picco di mortalità intorno ai 40 anni”.

Rispetto ad allora che strumenti abbiamo in più, e quali sono invece le criticità?

“Sia dal punto di vista medico che da quello della sanità pubblica ci sono molti più strumenti: ad esempio anche a causa della tragica esperienza della Spagnola sono state create delle reti di sorveglianza per cui i nuovi virus vengono isolati e descritti relativamente in fretta, quindi le strutture di sanità pubblica sono molto più preparate. C'è poi una diffusione ampia, anche se ancora troppo limitata, della vaccinazione contro l'influenza, che è un altro un altro strumento in più molto efficace contro i virus. Sono poi cambiate anche le prese in carico cliniche, i cioè sistemi tecnologici di terapia intensiva, che oggi permettono di salvare molte persone. Le criticità sono sempre le stesse: l'arrivo di un nuovo patogeno in una popolazione comporta sempre il rischio di gravi conseguenze. Molto dipende dal grado di trasmissibilità e dalla letalità del virus, ma in ogni caso bisogna stare molto attenti perché se non contenute queste epidemie, come pure quella attuale, possono rivelarsi molto pericolose”.

Ogni volta che la popolazione umana entra in contatto con nuovi ambienti naturali è molto probabile che ci siano trasmissioni di nuovi patogeni

Le pandemie possono mettere in pericolo le società in cui viviamo?

“La paura ci ha sempre accompagnati: è una delle emozioni universali che tutti proviamo di fronte a un pericolo ed è di per sé un fatto positivo, nel senso che ci permette di fare attenzione e di muoverci con più cautela. Forse oggi più che di paura si dovrebbe parlare di angoscia: la paura è sempre indirizzata verso qualche cosa di concreto, mentre adesso c'è piuttosto una situazione di timore generalizzato verso il futuro, molto più profondo e difficile da controllare. Sia l’angoscia che la paura sono comprensibili ma vanno razionalizzati valutando esattamente i rischi nella loro effettiva dimensione. Credo che questo sia un aspetto estremamente importante: come ha detto l'attore Elio Germano quando a Berlino gli hanno dato l'Orso d'argento, la paura è più contagiosa del coronavirus e l'unico vero antidoto è la conoscenza. C'è bisogno di conoscere i rischi e agire di conseguenza senza farsi prendere dal panico, come purtroppo è successo in Italia specialmente negli ultimi tempi”.

Che insegnamento ci può dare la storia della medicina in una situazione come quella che stiamo affrontando?

“Intanto che di fronte a una nuova epidemia permangono alcune particolari reazioni emozionali tipiche: da una parte il timore, la paura e l'angoscia, dall’altra aspetti emozionali positivi come l'empatia e la solidarietà, il rafforzamento i legami interpersonali. Da questo punto di vista la storia ci insegna che in tutte le epidemie, dalle più antiche conosciamo fino alle più recenti, queste due emozioni opposte – una negativa e l’altra positiva – sono sempre presenti e vanno tenute sempre in considerazione. Un altro aspetto è che come in passato i metodi che stiamo utilizzando per contenere il Coronavirus sono quelli più tradizionali. L'isolamento dei malati, il mantenimento della distanza con il portatore del contagio, le quarantene e i cordoni sanitari hanno una lunga storia e continuano anche in mutate condizioni ad avere un ruolo estremamente importante. Forse però l'insegnamento più importante che non solo la storia della medicina ma anche più In generale la scienza ci possono dare è che la specie umana vive in un equilibrio instabile con il resto della biosfera. Facciamo parte della biosfera e abbiamo tra l'altro bisogno dei microbi, che sono anche dentro il nostro corpo e ci permettono di vivere, quindi dobbiamo comprendere che batteri e virus fanno parte della natura, evolvono come noi e ci sono sempre equilibri nuovi. Ogni qualvolta la popolazione umana entra in contatto con nuovi ambienti naturali è molto probabile che ci siano trasmissioni di nuovi patogeni. Dobbiamo forse passare a una visione più ecologica della nostra relazione con la natura e tenerne conto nelle nostre azioni”.

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