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Disturbi dell'alimentazione. Un aggravamento generale dei casi durante la quarantena

Il disagio psicologico dovuto alla reclusione, all'isolamento sociale e alla paura del contagio è una condizione che, per chi soffre di disturbi dell'alimentazione, può rivelarsi particolarmente difficile da vivere.
L'Istituto Superiore di Sanità, infatti, ha deciso di impegnarsi per affrontare questo problema a partire dalla mappatura dei centri in grado di offrire assistenza a chi soffre di disturbi come la bulimia, l'anoressia o il binge eating.

Abbiamo affrontato l'argomento con la professoressa Angela Favaro, direttore della Clinica psichiatrica e del Centro regionale per i disturbi dell’alimentazione dell'Azienda ospedaliera di Padova.

“Si tratta di un problema che può essere analizzato su più livelli”, spiega la professoressa Favaro. “Bisogna considerare, infatti, sia l'impatto che ha avuto la quarantena su questo tipo di pazienti, sia le possibili conseguenze del periodo in cui ci troviamo ora, cioè quello delle riaperture.

Le persone con questi disturbi hanno di solito un'alimentazione e uno stile di vita molto monotoni e controllati: spesso, infatti, mangiano solo determinati cibi, magari dietetici, e svolgono attività fisica più che altro come mezzo per controllare il peso. Hanno spesso anche delle difficoltà a livello sociale, che possono manifestarsi a volte con conflitti a livello familiare, a volte come vere e proprie forme di fobia sociale.
Le persone con disturbi dell’alimentazione hanno infatti spesso un'ansia sociale che rende difficoltosi e stressante qualsiasi tipo di incontro sociale, e che diventa particolarmente forte con persone sconosciute; ovviamente nelle situazioni in cui bisogna esporsi o confrontarsi fisicamente con gli altri, lo stress aumenta.

Durante la quarantena, le persone con disturbi dell’alimentazione si sono trovate a non poter più fare ciò a cui erano abituate: come per esempio svolgere un'attività fisica intensa o seguire la solita dieta. E quando i pazienti con questi disturbi sentono di non avere più il controllo del loro peso, del loro corpo e dell'alimentazione, sviluppano nuovi comportamenti patologici. Molti di loro, ad esempio, hanno ricreato una palestra in casa, iniziando ad allenarsi in modo ossessivo, e hanno ristretto ulteriormente l'alimentazione; oppure, nel caso di pazienti che soffrono di bulimia, restare in casa tutto il giorno ha accentuato il disordine nell'alimentazione e del ritmo sonno-veglia, che è spesso associato a questo disturbo.
Per le persone con obesità e disturbo da binge eating vale lo stesso discorso, nel senso che alterando ancora di più i ritmi della giornata, e limitando l'attività fisica, queste tendono ad aumentare di peso o ad essere ancora più sregolate nell'alimentazione. Alcuni pazienti che avevano raggiunto un peso stabile, quindi, hanno visto le proprie condizioni peggiorare di nuovo in questo periodo.

Quello che è venuto a mancare, per tutti loro, è stata la sensazione di avere la situazione sotto controllo. In più, si è aggravata la difficoltà sociale. Restare chiusi in casa e limitare i contatti con gli altri ha fatto sì che molti si abituassero a chiudersi ancora di più in loro stessi, e quindi adesso hanno ancora più difficoltà a confrontarsi con le altre persone. Perché uno dei fattori più importanti che aiutano a rendersi conto della propria situazione è proprio il contatto con le persone sane, le quali possono aiutare a mitigare alcune paure”.

In questa nuova fase dell'emergenza sanitaria, però, non ci troviamo più in condizioni di isolamento sociale. Dover tornare a confrontarsi con gli altri e con la vita di tutti i giorni può avere quindi delle ulteriori ripercussioni su questi pazienti. Come specifica la professoressa Favaro, infatti, “la quarantena, per certi versi, è come se fosse andata incontro alla loro tendenza a chiudersi verso il mondo. Siccome più evitiamo una cosa, più questa ci fa sentire in ansia, dover ritornare alla vita di tutti giorni può causare un senso di disagio e paura molto forte”.

C'è stato quindi un incremento delle richieste di aiuto, nei centri che si occupano di fornire assistenza a questo tipo di pazienti? E per quanto riguarda i nuovi casi?

“Ci sono molti casi nuovi”, commenta la professoressa Favaro, “anche se è ancora presto per dire se siano di più rispetto agli anni scorsi. Si tratta di qualcosa che stiamo ancora valutando, perché le richieste sono sempre molte e di solito tendono ad aumentare con l'estate. Stiamo raccogliendo i dati e poi li elaboreremo per confrontare i numeri con quelli degli anni precedenti.

Il nostro centro non ha mai smesso di lavorare, neanche durante la chiusura completa. Infatti abbiamo svolto visite in presenza a tutti coloro che l'hanno chiesto, e l'azienda ospedaliera ci ha fornito gli strumenti perché potessimo erogare comunque delle visite a distanza tramite video, in modo da non interrompere il lavoro con i pazienti.

Nonostante questo, però, c'è stata una diminuzione delle visite, perché le persone meno motivate si sono tirate spesso indietro, soprattutto chi si trova nella fase iniziale della malattia, in cui è convinto di non avere un problema. C'è stata quindi una flessione non tanto delle richieste da parte delle famiglie, ma del numero totale di visite. Ora stiamo riprendendo e notiamo che c'è molto malessere, a volte anche legato a problemi e preoccupazioni economiche”.

“Ciò che abbiamo notato finora”, aggiunge la professoressa Favaro, “è che più che un aumento di lavoro c'è stato un aggravamento generale dei casi che stiamo seguendo e una certa gravità dei nuovi casi. Coloro che avevano un problema alimentare, dunque, hanno risentito di questa situazione di quarantena. È stato un periodo che ha messo a dura prova tutti, e le persone più in difficoltà o che hanno necessità più rigide ne hanno risentito particolarmente”.

Cosa può fare chi sente che la situazione gli sta sfuggendo di mano, o si accorge di avere un problema? A chi può rivolgersi e che tipo di aiuto può trovare?

“Chi ha bisogno di aiuto può rivolgersi al centro più vicino. Nella regione Veneto esiste una rete di servizi per i disturbi dellalimentazione. Ci sono due centri regionali, uno a Padova e uno a Verona. C'è poi un centro per ogni provincia, perché le persone possano trovare aiuto il più vicino casa possibile, anche perché spesso sono necessarie terapie lunghe e continuative. Durante la quarantena alcuni centri diurni nella Regione sono stati chiusi (non il nostro day-hospital in Azienda Ospedale Università), però hanno continuato a funzionare sia i centri per i ricoveri riabilitativi, sia gli ambulatori in presenza e a distanza. I centri per i disturbi dell’alimentazione della Regione Veneto, inoltre, sono coordinati tra di loro, nel senso che utilizzano criteri di valutazione simili, si scambiano informazioni cliniche e restano sempre aggiornati per quanto riguarda le ricerche da svolgere e i progetti clinici da portare a termine”.

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