SCIENZA E RICERCA

Europa, contro il coronavirus più ricerca!

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato, in maniera bipartisan, lo stanziamento di 8 miliardi di dollari per combattere la diffusione del SARS-CoV2. L’Amministrazione Trump ne aveva chiesti “solo” 2,5 miliardi, ma si è dichiarata entusiasta della decisione.

I fondi sono così assegnati: 2 miliardi di dollari ai Centers for Disease Control and Prevention, l’organizzazione cui negli USA è demandato il compito di sorvegliare, prevenire e suggerire gli interventi ritenuti più consoni al contrasto di malattie infettive e, dunque, delle epidemie.

Altri 3 miliardi di dollari sono destinati alla costituzione di un fondo pubblico per contrastare le emergenze e ai National Institutes of Health per la ricerca e lo sviluppo di vaccini, cure e diagnosi del coronavirus, che a tutt’oggi negli USA ha contagiato meno di duecento persone (meno di un decimo dei contagi in Italia). 

In totale, gli scienziati americani potranno attingere a un fondo speciale che conta 5 miliardi di dollari per le loro ricerche. Cui bisogna aggiungere 300 milioni di dollari destinati a far sì che, una volta sviluppato, un eventuale vaccino sia davvero universale e, dunque, somministrato a tutti gli americani, a prescindere dalla loro capacità di pagarlo. 

Per completezza di informazione diciamo che 1,3 miliardi andranno a sostegno degli americani all’estero che si trovano a dover fronteggiare gli effetti del contagio da coronavirus.

Aggiungiamo a questo il fatto che un privato – la Melinda and Bill Gates Foundation – ha lanciato un suo autonomo programma di ricerca finanziandolo con 100 milioni di dollari.

Non c’è dubbio, gli Stati Uniti stanno dimostrando, ancora una volta, di puntare in maniera molto concreta sulla scienza, dotando la ricerca di finanziamenti cospicui, abbondanti e attingibili senza eccessiva burocrazia. 

Giustamente ieri su Il Corriere della Sera l’immunologo Alberto Mantovani, direttore dello Humanitas, faceva notare che l’Unione Europea ha già lanciato due programmi di ricerca sul coronavirus per complessivi 55 milioni di euro (60 milioni di dollari, all’incirca). E altrettanto hanno fatto l’Agenzia nazionale per la ricerca in Francia e il Wellcome Trust nel Regno Unito.  

Il giustamente sta nel fatto che Mantovani rileva che «L’Italia deve essere in grado di promuovere un programma di ricerca scientifica importante per dare una risposta nel più breve tempo possibile agli interrogativi oggi in sospeso. So che il ministero della Salute e il Miur ci stanno già lavorando». Si sta lavorando a un programma che ancora non c’è. Speriamo – e siamo assolutamente confidenti, come peraltro lo stesso mantovani – che presto arrivi.

Tuttavia quello che salta agli occhi è l’assoluta incommensurabilità tra le risorse per la ricerca messi in campo in Europa (UE, ma anche Francia, Regno Unito e ne siamo certi l’Italia) e quelle messe in campo negli Stati Uniti. Nel nostro continente si parla dell’equivalente di qualche centinaio di milioni di euro, negli Stati Uniti di oltre 5 miliardi (5 migliaia di milioni). Detta in altro modo, l’Europa nel suo complesso si è detta disponibile a tutt’oggi di investire nella ricerca sul nuovo coronavirus non più del 2 o 3% di quanto faranno gli Stati Uniti. E di quanto, presumibilmente, sta facendo la Cina. Basti pensare che l’intero stanziamento dell’Unione Europea è poco più della metà dei fondi stanziati da Melinda e Bill Gates, ovvero da una fondazione privata americana.

In questo modo l’Europa ottiene due risultati negativi. Il primo è quello di fornire un contributo nella lotta a questa epidemia inadeguato sia rispetto alle risorse economiche del continente sia rispetto alle sue capacità scientifiche. Abbiamo grandi scienziati in Europa (e in Italia): mettiamoli in condizione di lavorare.

Ma in uno scenario più grande, ancorché meno drammatico, questo braccino corto dell’Europa anche in un momento di straordinaria urgenza dimostra che stiamo rinunciando a competere (in una competizione solidale) con le altre grandi potenze scientifiche (USA e Cina). Lasciando a queste ultime il campo dell’innovazione.

No, non è un bel segnale.

In primo luogo per chi è stato contagiato o sarà contagiato dal SARS-CoV2. E poi per noi tutti cittadini di un continente che dopo quattro secoli di monopolio pressoché assoluto, sta lasciando la scienza ad altri.    

 

 

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