CULTURA

Le interviste per il Premio Strega 2021: Maria Grazia Calandrone

Quando un testo trasfigura da prosa a poesia? O viceversa quand’è che i versi si stringono dentro un racconto narrativo al punto da poter essere considerati un romanzo?

La domanda non ha risposta.

Però l’ultima fatica della poetessa Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte alle Grazie), è considerata un’opera narrativa sebbene, in alcune pagine, non ci saremmo affatto scomposti nel leggere le parole intervallate dagli a capo della poesia.

Per paradosso il libro si apre con un trafiletto di giornale, autentico. Paese sera, 10 luglio 1965: “La madre la lasciò e poi si uccise. Ora non è più abbandonata”. È la storia vera di Maria Grazia Calandrone, data in affido a Ione, la donna di cui racconta sopra e sottotraccia in questa sua prima prova “in prosa”, uscitale dalla penna con intensità ossimorica, perché insieme lieve, semplice, paratattica e tagliente, dolorosa, complessa.

“Sono figlia di Lucia, bruna Mamma biologica, suicida nelle acque del Tevere quando io avevo otto mesi e lei appariva da ventinove anni nel teatro umano. Sono figlia di Consolazione, bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa”, inizia così il racconto, e la storia dell’autrice, è, come spesso succede quanto la scrittura trasfigura in letteratura, la storia di tutti. Non solo perché Calandrone vi intesse riflessioni universali (“… la vita ci ignora, ignora soprattutto i pregiudizi e l’ovvio. Tutto cicatrizza a nostra insaputa”) ma soprattutto perché a parlare sono quei silenzi tra un paragrafo e l’altro, tra una frase e l’altra, che normalmente tacciono e lasciano il lettore riposare.

Fosse una romanziera pura si parlerebbe di scrittura “per sottrazione”, qui di certo si sente un procedere sincopato che apre squarci su brandelli di vita: “Mamma che passa la sera a pettinarmi perché ha letto che il riccio è una malattia del capello. Mamma che mi addormenta raccontandomi i miti greci. Mamma che mi cura col Piramidone e io ogni volta rido per il nome…” e chi legge perde i confini tra il detto, il letto e il vissuto.

C’è Blob-Fluido mortale, Pianto antico di Carducci, Anima mia dei Cugini di Campagna. C’è Emilio Salgari, Černobyl', Ti amo di Umberto Tozzi, e avanti così. In mezzo alla narrazione boe cronologiche guidano e avvicinano il lettore, cristallizzando il loro intero portato solo con l’essere nominate, senza espresse attribuzioni.

Alla prosa, in certi tratti, si sostituisce la poesia vera e propria, ma certo è difficile non sentire l’eco dei versi di Calandrone anche quando non sono tipograficamente tali.

Scrive: “Devo arrivare al cuore radiale della vita, all’infinito dentro le persone – e che lega persona a persona – e tutte queste creature, meravigliose e misere, all’eternità barbara e incandescente delle stelle”. Che ci sia riuscita?

La abbiamo intervistata.

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