SOCIETÀ

L'importanza dell'accesso ai dati per consentire il monitoraggio civico

Dal 22 febbraio scorso, primo giorno in cui il capo della Protezione Civile italiana ha iniziato a divulgare i dati sulla pandemia nel nostro Paese, quotidianamente abbiamo sentito parlare di numeri. Siamo nel periodo storico in cui i dati hanno acquisito un’importanza strategica, che siano essi personali o che riguardino la totalità della popolazione. Tra presidenti di Regione che quotidianamente mostrano a favor di fotografi e telecamere i numeri fino al costante aggiornamento dell’evoluzione della campagna vaccinale, oramai sappiamo districarci tra i dati della pandemia.

Vederli, analizzarli, saperli leggere è importante per capire l’evoluzione, per controllare che la nostra Regione stia utilizzando tutte le dosi di vaccino consegnate o anche solo per ipotizzare in quale “zona” si finirà. Avere a disposizione questi dati quindi, consente anche di fare un controllo civico sulla situazione. È proprio questo uno dei motivi che stanno alla base della richiesta di divulgare tutti i dati della pandemia in modo aperto. Sono disponibili delle aggregazioni sia a livello nazionale, che provinciale e regionale, anche in modo machine readable, ma molti altri sono ancora a disposizione solamente di Regioni e Istituto superiore di sanità.

La vicenda della Lombardia, che cercheremo di spiegare nel dettaglio in seguito, insegna che dare la possibilità a tutti di leggere anche i dati dei singoli comuni può essere utile per monitorare meglio la situazione e, nel caso, scovare eventuali discrepanze. Sappiamo, dal comunicato 8/2021 dell’Iss, che dal mese di maggio 2020 sono state inviate 54 segnalazioni di errori, incompletezze e/o incongruenze alla Regione Lombardia, e che “la percentuale di casi incompleti per la sintomatologia (assenza di informazioni nel campo “stato clinico”) è pari al 50,3% a fronte del 2,5% del resto d'Italia nel periodo 13 dicembre 2020-13 gennaio 2021”. Se questo database di scambio di informazioni tra Regioni e Iss fosse stato pubblico, probabilmente un monitoraggio civico avrebbe chiesto a gran voce delle delucidazioni alla Regione Lombardia. Questo non certo per puntare il dito su eventuali colpevoli, quanto per rendere ancor più trasparenti le motivazioni e le azioni che influiscono sulla vita di tutti noi.

Il caso della Regione Lombardia

Partiamo eccezionalmente dalla fine della vicenda: la Lombardia è rimasta per una settimana in zona rossa per un errore. Lo sbaglio è stato fatto nel complesso calcolo dell’Rt, complesso perché si basa su parametri differenti che le Regioni inseriscono in un database.

Scoprire però dov’è stato commesso questo errore non è semplice. Innanzitutto cerchiamo di capire come viene calcolato questo indice Rt che è uno dei parametri su cui poi l’Istituto superiore di sanità si basa per assegnare il “colore” alla Regione.

L’indice Rt

Detta in modo volgare e semplificato, Rt ci dice quante sono le persone che possono essere contagiate in media da una sola persona positiva, calcola quindi quanto viene trasmesso il virus. Questa però è inevitabilmente una banalizzazione e per capirla a fondo è necessario spiegare meglio come si calcola. Per farlo è fondamentale partire da R0. Questo parametro, come scritto da Monica Panetto sulle pagine de Il Bo Live, “è utile a valutare l’andamento di un’epidemia provocata da una malattia infettiva, nella sua fase iniziale in assenza di interventi. Rappresenta il cosiddetto “numero di riproduzione di base” cioè il numero medio di infezioni secondarie causate da ciascun individuo infetto in una popolazione che non sia mai venuta in contatto con un determinato patogeno, nel nostro caso il virus Sars-CoV-2. Questo parametro misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva e indica, dunque, il numero di individui che una persona infetta può contagiare”. Rt invece è il tasso di contagiosità dopo però l’applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi della malattia. Nel caso concreto della pandemia in corso, per calcolare l’Rt vengono prese in considerazione solamente le persone con i sintomi.

Rt è il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi della malattia

Il cambiamento nel database

Ma quindi dove è stato commesso l’errore? Il database su cui l’Iss si basa per prendere le decisioni è compilato dalle Regioni stesse. Nella fattispecie, per calcolare l’Rt esatto, si prendono in considerazione le persone sintomatiche e la data in cui sono comparsi i sintomi. È stato proprio qui che si è sviluppato l’inghippo. Secondo quanto riportato in un documento dell’Istituto superiore di sanità (documento che, a onor del vero, risulta non più raggiungibile) “il 20 gennaio 2020, la Regione Lombardia ha inviato come di consueto l’aggiornamento del suo DB. In tale aggiornamento si constata anche una rettifica dei dati relativi anche alla settimana 4-10 gennaio 2020. In particolare, si osserva una rettifica del numero di casi in cui viene riportata una data inizio sintomi e, tra quelli con una data di inizio sintomi, quelli per cui viene data una indicazione di stato clinico laddove assente”.

Per capire meglio queste dichiarazioni è bene osservare i dati riportati nella tabella sottostante e pubblicati sempre dall’ISS.

Il database su cui l’Iss si basa per prendere le decisioni è compilato dalle Regioni stesse

La Regione Lombardia con la modifica ha di fatto abbassato il numero di casi che si inseriscono nella colonna in cui si conteggiano i sintomatici, anche senza indicazione della gravità, spostando queste persone nella colonna in cui si inseriscono gli asintomatici o si notifica la guarigione o decesso, senza indicazione di stato sintomatico precedente. 

Parametri che, come scrive l’Istituto Superiore di Sanità, “riducono in modo significativo il numero di casi che hanno i criteri per essere confermati come sintomatici e pertanto inclusi nel calcolo dell’Rt”.

Come si vede dalla tabella sottostante, in base ai diversi dati cambia di molto anche l’indice Rt. Con i dati inseriti dalla Regione Lombardia nel database il 13 gennaio il valore medio era calcolato di 1,4, con i dati sovrascritti poi il 20 gennaio l’Rt si è abbassato a 0,88 come valore medio. Questo cambiamento di Rt, pur mantenendo un “rischio Alto di una epidemia non controllata e non gestibile”, inevitabilmente ha portato anche ad un cambiamento nelle restrizioni, facendo passare la Lombardia da zona rossa ad arancione.

Il cambiamento è avvenuto, come si legge nel verbale della riunione della Cabina di regia del Ministero della Salute del 22 gennaio scorso, in seguito alla “richiesta della Regione Lombardia di rivalutare la classificazione del rischio relativo alla settimana 4-10 gennaio 2021, in seguito ad un nuovo invio di dati il giorno 20 gennaio 2021 con revisione anche retrospettiva da metà dicembre 2020 dei campi dati relativi alla “data inizio sintomi” ed allo “stato clinico” che determinano una riduzione del numero di casi notificati dalla Regione stessa come sintomatici.

La Regione Lombardia quindi sarebbe stata a conoscenza dell’errore e della necessità di modifica, per due motivi. Il primo è che sarebbe stato proprio il DG Welfare della Marco Trivelli a sollecitare, tramite mail pubblicata dal TG3, l’Istituto Superiore di Sanità a ricalcolare l’indice, chiedendo “a seguito delle odierne interlocuzioni, che venga eseguito un calcolo dell’indice RTSintomi recependo le modifiche definite a livello tecnico relative al conteggio dei pazienti guariti e deceduti”. Il secondo è che le segnalazioni di errori, incompletezze e/o incongruenze inviate dall'Iss alla Regione Lombardia sarebbero state, dal mese di maggio 2020, 54. Tra queste anche l'ultima mail mostrata dal TG1, in cui si ricorda “il problema dei dati con data inizio sintomi e mai uno stato clinico a conferma di questo”, il dato sarebbe stato modificato solamente il 20 gennaio.

Quindi, cercando di ricapitolare il tutto, fino al 13 gennaio, nonostante alcune sollecitazioni dell’Iss, nel database riferito alla Regione Lombardia, risultavano esserci molti più sintomatici di quelli che in realtà c’erano. Questo perché, come si legge in un comunicato dell’Iss “la Lombardia, ha segnalato dall’inizio dell’epidemia nell’ultimo periodo, una grande quantità di casi, significativamente maggiore di quella osservata in altre regioni, con una data di inizio sintomi a cui non ha associato uno stato clinico e che pertanto si è continuato a considerare inizialmente sintomatici, in accordo con la procedura sopra descritta”.

Come si compila il database

Ma come si compila questo database? Ogni volta che viene rilevato un caso clinico, scrive l'Iss, viene compilato il relativo campo “stato clinico” nel quale viene indicato il grado di severità dei sintomi, da paucisintomatico a severo e, quando possibile, anche la data della loro insorgenza.

Presenza di sintomi e data di insorgenza sono le due variabili che definiscono i soggetti da considerare per il calcolo di Rt. Può capitare, anche se è raro, che alla data di inizio sintomi non sia associato uno stato clinico e in questo caso i pazienti vengono inizialmente considerati sintomatici perché si riconosce il dato fornito dalla Regione come indicativo della presenza di sintomi in assenza di altre informazioni (ed è questo il caso di cui parliamo che riguarda la Regione Lombardia).

Nel caso in cui invece il campo “stato clinico” non venga mai compilato e così nei successivi aggiornamenti del database fino a quando sia documentata la guarigione o il decesso, il caso si considera asintomatico nonostante la presenza di una data di inizio sintomi. Non è infatti plausibile che ci sia una data di inizio sintomi di una persona senza alcun sintomo documentato fino alla guarigione o alla morte.

Infine vengono anche considerati asintomatici i rari casi in cui vi sia una data inizio sintomi ma il caso sia dichiarato nello stato clinico “asintomatico” in quanto i due dati sono in chiara contraddizione.

La divisione in zone 

La modifica dei dati quindi, avrebbe erroneamente portato la Lombardia in zona rossa per una settimana. La divisione in zone di diverso colore in Italia è stata introdotta con il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri de 3 novembre 2020. In quella data, con entrata in vigore poi il sei novembre, abbiamo iniziato a sentir parlare di “zone” di diversi colori: giallo, arancione e rosso. La tonalità, come oramai abbiamo imparato a conoscere, determina anche il livello di restrizioni che verranno poi applicate. Senza dilungarci troppo possiamo dire che in ogni “zona” è previsto il coprifuoco dalle 22 alle 5, salvo naturalmente comprovati motivi di lavoro, necessità e salute, la riduzione del trasporto pubblico al 50% e la sospensione delle attività di sale giochi, sale scommesse, bingo e slot machine, oltre che di piscine, palestre, teatri e  cinema.

In area arancione poi, oltre a ciò sono vietati anche gli spostamenti in entrata e in uscita da una Regione all'altra e da un Comune all'altro, salvo comprovati motivi con la raccomandazione di evitare spostamenti non necessari nel corso della giornata anche all'interno del proprio Comune. Bar e ristoranti poi sono chiusi 7 giorni su 7, (consentito l'asporto fino alle ore 22). La zona rossa è quella con i divieti più stringenti. Non si può infatti spostarsi nemmeno all'interno del proprio Comune, in qualsiasi orario, salvo che per motivi di lavoro, necessità e salute.

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