SOCIETÀ

L’Italia e gli obiettivi di sviluppo sostenibile: il rapporto Asvis 2022

Gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu, che dovrebbero indirizzare l’amministrazione a diversi livelli (comunitario, nazionale, regionale, comunale), trovano oggi nella guerra in Ucraina, nella crisi del multilateralismo e in altri conflitti che insanguinano il mondo dei seri ostacoli che ne pregiudicano la realizzazione.

A questi si aggiungono una ripresa dalla pandemia non ancora completata, il rischio di comparsa di nuove varianti di Sars-CoV-2 e le conseguenze socio-economiche che ne deriverebbero, l’aumento delle diseguaglianze tra Paesi, l’inasprirsi della crisi climatica e ambientale, e un’emergenza energetica che sta mettendo a dura prova la tenuta del tessuto sociale.

Il Rapporto 2022 dell’ Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), presentato il 4 ottobre all’apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile, fa squillare un forte campanello d’allarme sullo stato di avanzamento dell’Agenda 2030 a livello globale, ma anche a livello nazionale.

Il 2022 è stato un anno storico per la sostenibilità in Italia: la riforma degli articoli 9 e 41 ha introdotto, tramite la tutela dell’ambiente e della biodiversità, il principio di sviluppo sostenibile e quello di diritto delle generazioni future nella nostra Costituzione.

“Ciononostante costatiamo con amarezza che quest’anno sono stati fatti passi indietro” dichiara Marcella Mallen, presidente dell’Asvis, riferendosi agli effetti della guerra in Ucraina, ma anche ai diritti delle minoranze, tra cui quelli delle donne in Iran.

“Il 95% degli italiani è a conoscenza del concetto di sostenibilità”, spiega Mallen in riferimento a un sondaggio commissionato da Asvis a Ipsos. “Il 43% ha sentito parlare degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu, ma solo il 13% fa riferimento alla sostenibilità sociale”.

Se si guardano i dati di lungo periodo (dal 2010 al 2021) l’Italia mostra segni di miglioramento per la realizzazione di 8 dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030, sottoscritti il 25 settembre 2015 da tutti i Paesi membri dell’Onu: alimentazione e agricoltura sostenibile (Goal 2), salute (Goal 3), educazione (Goal 4), uguaglianza di genere (Goal 5), sistema energetico (Goal 7), innovazione (Goal 9), consumo e produzione responsabili (Goal 12), lotta al cambiamento climatico (Goal 13).

Si evidenzia un peggioramento complessivo per 5 Sustainable Development Goals (SDGs): povertà (Goal 1), acqua (Goal 6), ecosistema terrestre (Goal 15), istituzioni solide (Goal 16) e cooperazione internazionale (Goal 17). Mentre rimane sostanzialmente invariata la situazione per 4 SDGs: condizione economica e occupazionale (Goal 8), disuguaglianze (Goal 10), città e comunità sostenibili (Goal 11) e tutela degli ecosistemi marini (Goal 14).

“Nell’ultimo biennio però le cose non sono andate bene” sottolinea Marcella Mallen. Per 13 obiettivi gli indicatori dicono che il 2021 è stato sotto i livelli del 2019: in particolare gli indicatori ambientali mostrano complessivamente un netto peggioramento.

Per quanto riguarda la dimensione ambientale, infatti, monitorata da 11 obiettivi quantitativi, solo 1 obiettivo risulta in via di realizzazione entro il 2030, ovvero destinare almeno il 25% della superficie agricola a coltivazioni biologiche.

7 obiettivi registrano invece un progresso insufficiente: non si è fatto abbastanza per arrivare a ridurre, entro il 2030, del 55% le emissioni di CO2, raggiungere il 45% di rinnovabili, produrre 130 GW di rinnovabili, ridurre del 20% i consumi energetici, ridurre i superamenti di PM10 a meno di 3 giorni l’anno, azzerare il sovrasfruttamento della pesca e il consumo annuo di suolo.

3 obiettivi invece non solo restano indietro sulla tabella di marcia, ma registrano addirittura un peggioramento rispetto agli anni precedenti, più precisamnnte quelli che mirerebbero ad aumentare del 26% l’offerta del trasporto pubblico, raggiungere il 90% di efficienza idrica, ridurre del 20% l’uso dei fertilizzanti.

Riguardo alla dimensione economica, monitorata da 6 obiettivi, 2 registrano un progresso significativo: il primo riguarda l’economia circolare e più precisamente il riciclo dei rifiuti, in cui l’Italia ha numeri che la pongono tra i primi posti in Europa. Il secondo riguarda l’accesso alla rete Gigabit.

Non sono aumentati a sufficienza invece altri 2 obiettivi economici, ovvero la destinazione di fondi dedicati alla ricerca (l’obiettivo è il 3% del Pil, siamo a circa l’1,5% tra pubblico e privato) e non è stata ridotta abbastanza la quota di giovani che non studiano o lavorano (l’obiettivo è stare sotto il 9%).

Negli ultimi 5 anni c’è stato addirittura un peggioramento per l’obiettivo che mira a raggiungere il 78% del tasso di occupazione e per quello che mira a raddoppiare il traffico merci su ferrovia.

La dimensione istituzionale presenta un sostanziale stallo, stando al grado di realizzazione dei 3 obiettivi che la riguardano. È moderato il progresso relativo all’eliminazione del sovraffolamento nelle carceri, sono insufficienti gli sforzi relativi alla riduzione del 40% della durata dei processi civili e relativi ai fondi pubblici destinati allo sviluppo (si punta almeno allo 0,7% del Pil).

Eterogenea risulta invece la fotografia della dimensione sociale, monitorata da 10 obiettivi. 3 risultano avviati verso un significativo progresso: raggiungere il 33% dei posti nei servizi educativi per l’infanzia, ridurre del 16% le persone a rischio povertà, tenere sotto il 9% l’abbandono scolastico.

1 registra un progresso moderato (ridurre del 25% la probabilità di morire di malattie non trasmissibili) mentre 3 mostrano progressi insufficienti: dimezzare il gap occupazionale, dimezzare i morti per incidenti stradali, raggiungere la parità di genere negli occupati ICT. Altri 3 obiettivi sono invece in peggioramento: tenere sotto il 15% gli studenti con preparazione matematica insufficiente, ridurre la disuguaglianza nel reddito netto, raggiungere il 50% dei laureati tra i 30-34 anni (l’Italia ha tra le percentuali di laureati tra le più basse in Europa).

È tempo di nuovi modelli in cui le economie servano veramente le persone e non il contrario. Dobbiamo arrivare a un mondo in cui ciascuno di noi consumi davvero solo ciò di cui ha bisogno e ne sia consapevole Martina Ponti

“Occorre ribaltare il copione, flip the script, perché il mondo così com’è non funziona, ci porta a più conflitti tra Paesi e più devastazioni climatiche” sostiene Marina Ponti, direttrice della campagna per l’azione sugli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. “È un mondo che si allontana da una visione di società più vivibili, più pacifiche, più sostenibili. Siamo in un mondo in cui l’incertezza aumenta, ma è nei momenti di difficoltà che l’uomo ha portato avanti cambiamenti usando creatività e determinazione. È ancora possibile invertire la rotta. Il cambiamento è possibile e può avvenire in maniera rapida quando c’è senso di urgenza.

“Viviamo in un mondo che sfrutta risorse limitate garantendone l’esaurimento e lasciando miliardi di persone senza reddito, senza futuro. È tempo di nuovi modelli in cui le economie servano veramente le persone e non il contrario. Dobbiamo arrivare a un mondo in cui ciascuno di noi consumi davvero solo ciò di cui ha bisogno e ne sia consapevole. Una massa critica di persone vuole cambiare le cose. Ci sono campagne e azioni che chiedono la fine dei sussidi ai combustibili fossili, la fine della deforestazione, energia pulita e accessibile per tutti, lotta alle disuguaglianze sanitarie e sociali” ribadisce Marina Ponti.

“Ci auguriamo che lo sviluppo sostenibile sia al centro anche del nuovo parlamento e governo” dichiara Marcella Maran, “perché la prossima legislatura sarà quella fondamentale per la realizzazione degli obiettivi al 2030”.

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