SOCIETÀ

Il loto d'oro: la poeticità del controllo sociale

Il nostro corpo non è solo lo strumento che ci permette il movimento e lo svolgimento di tutta una serie di funzioni che ci mantengono in vita, ma è anche il nostro più potente mezzo di comunicazione. Può essere allenato, ritoccato, abbellito, modificato e aggiustato: è un progetto in divenire che ci accompagna per tutta la nostra vita e ci permette di esprimere noi stessi.

La tinta per capelli o l’apparecchio per i denti sono solo alcuni degli espedienti che utilizziamo, senza porci troppi problemi, per migliorare e cambiare. Tatuaggi e piercing possono sembrare mode contemporanee, in realtà hanno origini antichissime: Ötzi, la mummia del Similaun, risalente circa al 3000 a.C. ha diversi tatuaggi e un foro all’orecchio.

Le modificazioni corporali oggi vengono associate all’estremizzazione individuale: impianti sottocutanei, inchiostro iniettato negli occhi, lingue tagliate e orecchie appuntite; sembra non ci siano limiti al modo in cui ognuno di noi potrebbe scolpire il proprio corpo seguendo il proprio estro. Tuttavia, alcune modificazioni corporali sono praticate nel mondo per sottolineare la propria appartenenza a una comunità (ad esempio tramite dei riti di iniziazione all’età adulta) si tratta di retaggi culturali le cui motivazioni originali possono essere diverse, ma spesso interconnesse.

La terminologia più corretta da adottare quando si parla di alcune pratiche di modificazione corporale è mutilazione: è il caso delle celeberrime Mgf, le mutilazioni genitali femminili, che continuano a essere una piaga in diversi paesi, causando traumi alle giovani, infezioni e incapacità di condurre una vita sessuale normale. Il continente maggiormente interessato è l’Africa con 27 paesi, inoltre si è a conoscenza della presenza del fenomeno in Yemen, India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele. Infine, sono stati segnalati casi sporadici di Mgf anche in paesi occidentali, limitatamente ad alcune comunità di migranti.

Le Mgf sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale Unicef

Il loto d'oro

Una pratica brutale e dolorosa che ha interessato l'Oriente e, in particolare, le donne cinesi fu quella del "loto d’oro" o dei "gigli d’oro". Dietro a questo nome grazioso si cela una realtà sconcertante: per soddisfare il canone di bellezza dei piedi estremamente piccoli, questi venivano piegati in modo che le dita, a eccezione dell’alluce, risultassero sotto la pianta del piede, costringendo lo stesso arco a incurvarsi innaturalmente. Il tutto veniva fatto alle bambine di età compresa tra i 4 e i 9 anni, il cui sviluppo ancora non era completo e, perciò, le ossa più malleabili.

Le dita si rompevano e per mantenerne la posizione si fasciava il tutto. Nonostante la meticolosa cura nel tagliare le unghie e nel pulire i piedi, rimuovendo la pelle morta e utilizzando delle sostanze per ammorbidirli, molto spesso le giovani donne contraevano delle pericolose infezioni e rischiavano la necrosi, nonché la morte. Non era raro che i piedi delle adolescenti venissero rotti nuovamente per procedere a delle fasciature ancora più strette. Tutto questo veniva affrontato per raggiungere la desiderata misura di 10 cm e calzare delle scarpe minuscole finemente ricamate, avendo così la possibilità di conquistare il cuore di un uomo ricco e di buona famiglia.

Per molte contadine, quella del matrimonio, era l’unica chance di elevarsi economicamente, anche a costo di enormi sofferenze e di camminare per il resto della loro vita ondeggiando. Si sarebbero affrancate dai lavori nei campi vivendo come nobili: purtroppo però non per tutte andò così, come raccontato dal documentario fotografico di Jo Farrell, che ha ritratto molte donne - ormai anziane - che continuarono a lavorare la terra nelle aree rurali fino ai giorni nostri.

Si narra che l’usanza nacque nel I secolo a corte dell’imperatore Li Yu, quando una concubina si fasciò i piedi per eseguire la Danza del loto in suo onore. I piedi di loto si diffusero prima tra la nobiltà e poi raggiunsero anche gli strati sociali più bassi, rappresentando l’apice della femminilità. La pratica venne proibita nel 1912, ma continuò nelle zone remote della Cina fino agli anni ’40, quando si instaurò il regime comunista le donne vennero forzate a rimuovere le bende e la pratica cadde in disuso collateralmente al duro lavoro che venne imposto alla popolazione, per il quale i gigli d’oro sarebbero stati d’intralcio.

La resistenza ad abbandonare tali pratiche nelle società che le adottano, ha un profondo significato sociologico, la cui analisi sarebbe superficiale se si fermasse al solo aspetto estetico. Il desiderio di compiacere la comunità e di appartenervi tramite i segni distintivi che la rappresentano, il protrarsi di tradizioni violente e dolorose non sono altro che la concretizzazione di un controllo sociale. Sopportare traumi fisici e psicologici – in quest’ottica – è prova di forza: dimostra quello che si è disposti a fare per la comunità o per il legame divino, è il collante sociale.

Una moglie che sopporta con pazienza e forza di modificare il proprio corpo per il marito, gli rende omaggio con la sua sottomissione. Una donna che accetta la propria ridotta mobilità, è legata per il resto della sua vita, metaforicamente e fisicamente, alla casa e alla famiglia.

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