CULTURA

La musica, uno specchio a volte rotto della società

28 gennaio 1985: una data memorabile, soprattutto per gli appassionati di musica; una data che, a detta di molti, rappresentò una svolta nella storia del pop. Quella notte, circa 40 artisti si riunirono per registrare un inno, un brano che resta attuale nonostante siano trascorsi più di tre decenni dalla sua pubblicazione: We are the world. A mostrare come quest’incontro di cantanti e musicisti abbia dato vita a qualcosa di immortale, è stato The greatest night in pop, un documentario uscito di recente su Netflix, il quale racconta, attraverso la viva voce di alcuni dei protagonisti, i motivi che hanno spinto i fautori dell’iniziativa a coinvolgere i personaggi musicali più famosi del momento, l’impegno di Michael Jackson e Lionel Richie nella composizione del brano e la palpabile energia che quella notte tutti percepirono.

Lo scopo dichiarato di riunire artisti del calibro di Tina Turner, Bruce Springsteen o Stevie Wonder, non fu solo creare un brano straordinario ed immortale, ma anche raccogliere fondi per fermare la carestia in Etiopia. In quel periodo le popstar credevano di poter salvare il mondo: la loro enorme fama e le loro sfrenate ricchezze li inducevano a pensare che con il denaro ed il grande pubblico che li supportava avrebbero potuto risolvere i problemi della società. Negli anni Ottanta furono diverse le iniziative dei cantanti a favore dei ceti meno abbienti e dei luoghi del mondo più svantaggiati: si pensi al Live Aid, un concerto svoltosi contemporaneamente al Wembley Stadium di Londra ed al Kennedy Stadium di Philadelphia il 13 luglio 1985, che mirava ancora una volta a raccogliere aiuti per la crisi in Etiopia. Come riportato in un articolo del Guardian, il concerto raccolse circa 140 milioni di dollari ed ebbe il merito di attirare l’attenzione sui gravi problemi dell’Africa, ma non mancarono le polemiche, soprattutto perché quell’evento restituì l’immagine di un continente distrutto, afflitto e dominato da conflitti, e di un Occidente che forniva aiuti con un atteggiamento di superiorità e paternalismo. Eppure, nonostante le più disparate polemiche e controversie, il proposito di migliorare il mondo attraverso la musica restava centrale per la maggior parte degli artisti di quel periodo.

“Per comprendere questa convinzione - afferma Leonardo Distaso, professore di estetica dell’università Federico Secondo di Napoli - “dobbiamo risalire agli anni Sessanta e Settanta. In quel periodo era più sfumata la netta distinzione tra pubblico e privato, politico ed apolitico, perciò le giovani generazioni, con le loro proteste, riuscivano ad incidere più profondamente sul proprio tempo, e la musica popolare aveva ancora qualcosa da dire”.

Ne è un esempio lampante Bob Dylan che, insieme a molti altri cantanti dell’epoca, diede con le sue canzoni il proprio contributo alla fine della guerra in Vietnam ed al cambiamento di alcuni comportamenti delle vecchie generazioni. Distaso sottolinea che, ovviamente, non sono state le canzoni da sole a dare vita a cambiamenti tanto epocali: gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta furono decenni di enormi mutamenti storici e sociali. Il ruolo della musica fu quello di recepire queste nuove istanze e di contribuire a consolidarle. Infatti, un grande evento musicale come il Live Aid dell’11 giugno 1988, svoltosi sempre al Wembley Stadium di Londra per il settantesimo compleanno di Nelson Mandela e per ricordare la sua prigionia, diede una spinta ulteriore alla fine dell’Apartheid in sud Africa, ma non avrebbe avuto alcun potere se non ci fossero state innanzitutto tendenze al mutamento a livello sociale.

“C’è un rapporto di interdipendenza tra espressioni artistiche ed istanze sociali”, dichiara Distaso. “In quel periodo, alcune di queste canzoni avevano la capacità di divenire il motore dei profondi mutamenti già presenti nella società, dando loro ulteriore slancio e vigore”.

E oggi? Cosa può dire e fare ancora di concreto la musica popolare? Sembrerebbe che, ormai, le canzoni abbiano abbandonato i temi più caldi, come quelli politici, e che i testi riguardino solo argomenti leggeri e spensierati, allo scopo di far divertire ed intrattenere. Eppure ci sono alcuni cantanti che ancora cercano di esprimere il proprio punto di vista su ciò che sta avvenendo nella società, denunciando quelli che, a loro parere, sono gli aspetti critici che la caratterizzano. Recentemente Ghali, uno dei concorrenti dell’ultimo festival di Sanremo, ha fatto sul palco un appello per lo stop al genocidio, riferendosi chiaramente alla guerra in corso lungo la Striscia di Gaza, ed il testo della sua canzone lancia un duro messaggio contro i violenti conflitti che ancora imperversano in varie parti del mondo.

“Oggi, perché una canzone o una qualsiasi forma d’arte possano incidere concretamente sulla società - riferisce Distaso - bisogna superare diversi scogli, ed il più impervio è che non c’è più una coscienza collettiva, un pubblico che possa recepire in modo consapevole la spinta al mutamento che un’opera d’arte può contenere”.

La distinzione tra pubblico e privato, politico e apolitico è diventata fortemente marcata, ed ha portato ad un disinteresse generale, soprattutto tra i giovani, verso tutto ciò che riguarda la società ed il mondo che ci circonda. L’arte è intrattenimento, divertimento, deve distogliere dagli aspetti più problematici dell’esistenza, quindi si cercano distrazione e godimento.

“Il pubblico è attratto da altro, la coscienza collettiva manca perché non c’è consapevolezza; perciò, la denuncia sociale o la capacità di musicisti e canzoni di promuovere nuove istanze si perde nel mercato discografico e nell’industria culturale, cadendo nel dimenticatoio. Il prodotto passa veloce, si consuma in un istante e poi si dimentica, e tutto resta immutato nel mondo e negli individui”.

Eppure, ci sono realtà che cercano di plasmare le coscienze, che provano ad incrementare la consapevolezza di chi ascolta portando alla ribalta musicisti, anche di nicchia, che compongono brani sui diritti umani. È proprio questo l’obiettivo di Voci per la libertà, un’associazione fondata nel 2003 a Rovigo e poi cresciuta a livello nazionale, che ogni anno dà vita ad un festival volto proprio a celebrare l’importanza della libertà e dei diritti attraverso la musica. L’associazione collabora con Amnesty International e si basa sull’idea che la musica possa migliorare il mondo. Questa convinzione non riflette un ideale utopistico: come afferma Michele Lionello, direttore artistico dell’associazione, la musica di per sé non può fare nulla di concreto.

“La canzone popolare può, però, essere uno strumento di denuncia, un modo attraverso il quale porre l’attenzione su soprusi e prevaricazioni. Può divenire la colonna sonora di movimenti che fanno della libertà e del rispetto dei diritti i propri capisaldi”.

La musica, per Lionello, ha anche un altro potere: attraverso il suo linguaggio semplice e diretto riesce a coinvolgere anche persone, specie i giovani, molto lontane da certi temi, e quindi a sensibilizzare su argomenti poco noti o da cui si cerca di tenersi a distanza.

“Spesso facciamo convegni per addetti ai lavori ed utilizziamo un linguaggio specifico e settoriale. Le canzoni servono ad attirare l’attenzione di un pubblico più ampio sui problemi della società e del mondo”.

Riguardo la situazione della musica attuale, Lionello afferma: “Negli ultimi anni le canzoni sono più intime, il loro linguaggio è meno esplicito. Questo perché le etichette discografiche tendono a prendere le distanze da temi poco accessibili e scomodi, poiché spesso i diritti umani vengono strumentalizzati politicamente. Però, la critica è diventata più sottile e si esprime, ad esempio, attraverso l’ironia, come nei brani di Brunori Sas”.

In conclusione, la musica, come ogni forma d’arte, può avere un enorme potere: quello di smuovere pensieri e comportamenti, idee e modi di agire. Tuttavia, è necessario che ci sia una società pronta ad accogliere e recepire questi mutamenti. Infatti, come afferma Distaso: “Perché l’arte possa essere innovativa occorrono due fattori: un pubblico consapevole, che non si limiti a farsi intrattenere passivamente, ed un artista che riesca a divertire seriamente, un artista che sia capace di intrattenere con grandi idee. L’arte non deve fare un’apologia dell’esistente, ma porsi di traverso rispetto ad esso, mostrando i problemi, le contraddizioni ed il potenziale innovativo presenti in ogni società”.

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