SOCIETÀ

I trafficanti della natura

Quando pensiamo al contrabbando, è probabile che ci venga in mente la figura di un pirata o magari del classico gangster degli anni Venti, che tutto sommato poteva anche starci simpatico, visto che di solito riforniva di alcolici i locali nascosti che abbiamo incontrato nei film e nei romanzi come Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Se invece non siamo di indole particolarmente romantica, potremmo pensare al traffico di droga o di esseri umani, attività abiette e nel contempo, purtroppo, molto remunerative. Difficilmente invece assoceremo il termine "contrabbando" agli animali e tantomeno alle piante, e magari ci stupiremmo nello scoprire che il valore stimato di questa attività si avvicina ai 23 miliardi di dollari, il che porta questo traffico al quarto posto dopo quello di droga, armi ed esseri umani.
Per svelare i retroscena di questa attività illegale, il giornalista e divulgatore Rudi Bressa ha scritto il libro Trafficanti di natura, edito da Codice Edizioni nel 2023, e noi lo abbiamo intervistato per parlare di questo settore della criminalità forse meno conosciuto degli altri, ma dannosissimo per la biodiversità e anche per l'economia e per la salute.

Servizio e montaggio di Anna Cortelazzo

Chi conosce solo a grandi linee il problema del traffico di animali, potrebbe pensare che sia limitato alle specie esotiche come tigri, elefanti e rinoceronti. Leggendo il libro, invece, si scopre che oltre alle specie selvatiche più famose che abbiamo citato, ce ne sono molte altre: pangolini, serpenti, squali ma anche asini, cavallucci marini, anguille, uccelli di ogni tipo e, tra i vegetali, teak (Tectona grandis L. f.) e molte altre.
Un altro pregiudizio riguarda i luoghi dei traffici: ci si immagina che alcune specie siano disponibili soltanto in luoghi lontani ed esotici, mentre in realtà, come dimostrano anche le inchieste di Bressa, l'Europa e anche l'Italia sono luoghi tutt'altro che marginali per quanto riguarda la diffusione illegale di queste specie. " L'Europa - spiega Bressa - è un grande hub, una sorta di grande porto di transito, dove vengono importate ed esportate le merci che provengono dall'Africa e dall'Asia attraverso i grandi porti come quelli in Italia, Germania e Olanda. Poi c'è un altro aspetto da considerare, che è quello delle comunità straniere che si sono insediate in Europa e che hanno portano con sé le proprie tradizioni. Di conseguenza hanno portato anche una domanda di certi prodotti e sottoprodotti, per esempio quelli usati nella medicina tradizionale cinese. Per fare un esempio che racconto anche nel libro, nel 2018 la polizia della Repubblica Ceca ha trovato una comunità vietnamita dedita proprio al traffico di tigri e di parti di tigri, soprattutto per il consumo interno della comunità e poi anche per esportarle verso il paese il paese d'origine".

"L'Italia invece - prosegue Bressa - è sia un'importatrice ma anche soprattutto esportatrice se pensiamo al bracconaggio degli uccelli: siamo quarti per quanto riguarda il bacino del Mediterraneo come quantità di esemplari uccisi ogni anno, soprattutto per quanto riguarda i passeriformi. Insomma, l'Italia ha 8 hotspot, punti caldi, dove il bracconaggio è molto vivo. I passeriformi vengono utilizzati soprattutto per l'alimentazione, pensiamo al famoso poenta e osei che viene ancora venduta e si trova in molte aree del nord Italia come Bergamo, Brescia ma anche Veneto e Friuli. C'è poi tutta la tratta degli uccelli canori, come il cardellino: dal sud Italia partono le specie che vanno verso i paesi del nord Africa, dove ci sono degli appassionati che vogliono esattamente il cardellino siciliano perché ha un particolare tipo di canto. Quindi questa domanda esiste, anche se la vendita del cardellino preso in natura è assolutamente vietata. E poi ci sono i pesci di acqua dolce che vengono predati nelle acque del Po per essere venduti nei paesi dell'est".

Bressa ha fatto varie inchieste su questi argomenti, per esempio sulle tigri e sui rettili. Ma quali sono le istanze che portano alla realizzazione di questo tipo di lavoro? E come viene svolto?
"Io non ho mai lavorato da solo - precisa Bressa ma sempre collaborando sia con colleghi europei, soprattutto francesi e tedeschi, sia con colleghi sudafricani che fanno parte di una rete di giornalismo investigativo ambientale che lavora quasi esclusivamente sul traffico di specie. Cerchiamo di lavorare sul campo in maniera tale da entrare in contatto, se possibile, con dei potenziali bracconieri o comunque trafficanti di natura, come li chiamo poi nel libro, mentre in altri casi invece si lavora più sul web. Facendosi un giro in rete nei gruppi nei vari social network si vede come questo mercato esploda: è possibile trovare davvero di tutto ed è un lavoro un po' frustrante e a volte noioso, ma che poi ha bisogno anche di lavoro sotto copertura, come ho fatto anch'io per quanto riguarda il capitolo dedicato ai rettili che troverete poi nelle pagine del libro".

Ci sono poi altre difficoltà, per esempio quelle legate alla raccolta dei dati, come è successo nel caso delle tigri:  "Noi - spiega Bressa - volevamo cercare di capire se ci fosse un traffico o meno, ma poi abbiamo visto che in Italia il Ministero dell'Ambiente, che dovrebbe avere tutto il database il controllo sui grandi selvatici che si trovano sul nostro territorio, in realtà non ce l'aveva e di conseguenza si è lavorato su richiesta dati tramite FOIA (Freedom of Information Act) per avere dati ufficiali e raccoglierli e confrontarli con altri dati raccolti da fonti aperte, e per la prima volta nel 2021 abbiamo avuto il numero di tigri presenti in Italia. Le stime andavano da 70 a 400, davvero un range enorme, mentre noi abbiamo calcolato che fossero almeno 161. Però non era un numero che proveniva dal Ministero, e questo dà molto da pensare su come poi vengono gestiti questi questi animali, sia per quanto riguarda il benessere sia per il loro futuro all'interno dei confini nazionali e delle strutture in cui si trovano". La mancanza di dati ufficiali, infatti, può favorire il traffico di animali, e anche per questo Bressa e il suo gruppo hanno realizzato una mappa ad accesso libero, wide eye, in cui hanno raccolto i dati su denunce e sequestri di varie specie distribuite nei territori interessati, in modo da avere presente, anche a livello visivo, la situazione globale. Questo lavoro è utile non solo per le forze dell'ordine, ma anche per altri giornalisti che si occupano di questi argomenti.

Un'altra criticità nelle inchieste è il fattore tempo, perché molte delle persone che le intraprendono sono freelance, e non sempre chi potrebbe finanziare questi lavori comprende la lunghezza del processo. Per fare un solo esempio, quando si agisce sul web è necessario costruire un'identità plausibile: se un giornalista piombasse in un gruppo dicendosi interessato ad acquistare delle specie illegali e avesse aperto il profilo due settimane prima, i trafficanti mangerebbero la foglia. In linea di massima si parla di lavori che vanno dai sei ai nove mesi.
Meno critico, almeno per l'esperienza di Bressa, è il fattore sicurezza: fuori onda ci racconta che durante l'inchiesta sui rettili, dopo aver avvicinato dei locali ed essere andato a bere con loro, è stato probabilmente scambiato per un membro delle forze dell'ordine, ma di fronte alle manifestazioni ostili gli è bastato defilarsi e non si è mai sentito realmente in pericolo.

Si dice che il battito d'ali di una farfalla possa provocare un tornado dall'altra parte del mondo. Il traffico di animali, anche quello legale, può avere anche conseguenze sulla salute umana e non solo sulla perdita della biodiversità e dei filoni filogenetici (il che implica la perdita di migliaia di anni di evoluzione), perché, come ha dimostrato anche il caso del Covid19 come specie siamo collegati all'ambiente che ci circonda nell'ottica del modello one health. "Più la pressione antropica - spiega Bressa - si spinge negli ecosistemi naturali, più c'è la possibilità di incorrere nello spillover, il passaggio dei virus batteri da animale a uomo. Si stima che ci siano milioni di virus e batteri che aspettano solo di trovare un nuovo ospite, e di conseguenza continuare ad aumentare la nostra pressione antropica sugli ecosistemi ci espone a problemi di salute che ancora non conosciamo. Il traffico illegale non fa altro che alimentare questo tipo di rischio, perché ci si addentra sempre più in habitat poco conosciuti o meno esplorati per trovare nuove specie da poter trafficare e su cui poter guadagnare".

E nonostante la buona volontà di alcuni paesi non è facile bloccare il traffico illegale di animali, perché il valore economico è ingente, e ci sono moltissimi interessi in gioco, anche quelli delle piccole comunità che di queste specie si nutrono. A livello politico è difficile trovare un equilibrio, e bisogna anche considerare che spesso le forze dell'ordine non vengono messe nella situazione di intervenire a causa della mancanza di risorse. "C'è da dire - precisa Bressa - che il nostro raggruppamento carabinieri del CITES (Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione) sta lavorando bene: io con loro ho collaborato parecchio e devo dire che c'è molto preparazione, che viene stimata anche all'estero a livello di Interpol e fanno molta formazione anche i colleghi dei delle nazioni africane, dove invece c'è bisogno di un salto tecnologico. Non è tutto nero o tutto bianco, ci sono anche delle aree di grigio dove si possono trovare anche delle notizie positive come quelle che riguardano il contrasto al traffico dell'avorio per quanto riguarda l'elefante africano e la caccia alle balene".


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