SOCIETÀ

Twitter annaspa e Mastodon spopola. Durerà?

Alla fine quello che molti temevano è successo: dopo molte peripezie Elon Musk ha comprato Twitter. Le sue mosse iniziali non sono sembrate particolarmente illuminate: come prima cosa ha licenziato via email metà dell'organico. Per quanto sgradevole, molti si aspettavano che a livello dirigenziale sarebbero saltate delle teste, ma la valanga di licenziamenti non si è limitata ai big: sono stati silurati molti lavoratori nell'ambito delle risorse umane, dello studio sull'etica dell'AI, dell'accessibilità e trasparenza e del marketing. Un segnale forte che Musk ha dato agli azionisti e che al momento sembra aver funzionato, visto che il titolo è tendenzialmente stabile: tagliare le spese a volte è necessario per compiacere qualcuno, ma non è comunque la via migliore se poi ci si rende conto che quei profili professionali ti servivano, soprattutto alla luce delle modifiche che vuoi lanciare a stretto giro.

Come se questa figuraccia non bastasse, l'imprenditore ha anche dichiarato che avrebbe lanciato degli abbonamenti mensili a 20 dollari per avere la spunta blu, quel simbolo che ti identifica come profilo verificato. Ovviamente è comprensibile che stia cercando di rientrare nell'investimento di 44 miliardi di dollari, ma la mossa sembra più controproducente che altro, tanto che è sceso in campo persino Stephen King, facendogli notare che al momento attuale dovrebbe essere Musk a pagare le persone famose per rimanere su Twitter e non darsi alla fuga, e l'imprenditore sembra per ora tornato su più miti consigli.

Non sappiamo cosa ne sarà di Twitter: magari Musk è pronto a tirare fuori dal cappello un'idea avveniristica e remunerativa, non sarebbe certo la prima volta, ma nel complesso sembra piuttosto in crisi, come se l'acquisto gli fosse esploso tra le mani. Quello che è certo è che ci sono già state delle conseguenze, per esempio l'esodo di molti utenti estremamente attivi, che si sono trasferiti in massa su Mastodon, un social open source (cioè con codice accessibile a tutti) decentralizzato che ha raggiunto i quattro milioni di utenti attivi anche alle spalle dell'uccellino blu, visto che dall'acquisizione di Twitter da parte di Musk gli utenti di Mastodon sono cresciuti di mezzo milione. Certo, questo numero non è neppure lontanamente paragonabile ai 238 milioni di utenti attivi giornalieri di Twitter, ma se la tendenza dovesse rivelarsi costante il social di Eugen Rochko potrebbe prendere il volo (parliamo di una sessantina di nuove registrazioni ogni ora da quando si è saputo che Musk aveva comprato Twitter), per quanto possibile per un elefante, che è il simbolo di questa "nuova" piattaforma, che in realtà è nata nel 2016.

Ma perché, tra tanti social disponibili, gli esuli di Twitter hanno scelto proprio Mastodon? Di fatto le piattaforme sono simili: ci sono gli hashtag, la possibilità di taggare altri utenti, e anche quella di amplificare i messaggi altrui (il retweet qui si chiama boost). Inoltre Mastodon è (ancora) priva di pubblicità. A differenza di Twitter, si struttura su diversi server, e non è previsto un potere centrale: ognuno può creare e gestire la propria community basata sugli interessi comuni con l'audience, ma le singole community possono anche interagire tra di loro, creando nuovi terreni di discussione. Se ti registri su un server, in altre parole, puoi partecipare alle conversazioni pubbliche che avvengono sugli altri server e seguire gli altri iscritti, purché il tuo server non sia stato bloccato da quello a cui appartengono i contenuti che cerchi di visualizzare.

Non essendoci la pubblicità, diminuisce la lotta all'ultimo sangue per ottenere l'attenzione del pubblico: la comunicazione diventa più autentica, si condivide un contenuto solo quando si ha qualcosa da dire e questo rende il tempo su Mastodon più produttivo di quello che si passa sui social dominati da algoritmi progettati per tenerci attaccati agli schermi il più a lungo possibile, in modo da mostrarci tutte le pubblicità delle aziende che pagano proprio per questo.
Si può scegliere di creare una community privata, in cui solo i membri possono vedere i contenuti, pubblica e visibile a tutti ma non visualizzabile nella timeline generale che raccoglie tutte le singole community, o privatissima, con contenuti visibili soltanto ai profili taggati, come se fosse una sorta di chat.

A questo punto potrebbe essere utile fare qualche considerazione, senza l'arroganza di chi ha già deciso che Mastodon sarà il social del futuro (e non è neanche esattamente un social) o di chi ha già paventato il suo fallimento a breve termine. Sulla carta sembra tutto molto bello, e in parte lo è: l'idea di poter creare una community che può sfuggire alle logiche commerciali dei social più blasonati è allettante, tanto più che non parliamo di gruppi chiusi (comunque assimilabili alle bolle create artificialmente dagli algoritmi, qui almeno ognuno sceglierebbe attivamente la sua bolla personale). Il problema è che nel 2022 difficilmente una piattaforma può reggersi soltanto sul passaparola. All'aumentare degli utenti, Mastodon dovrebbe trovare un modo per monetizzare e reinvestire i proventi, ma essendo esplosa di colpo non ha nemmeno la possibilità di imporre un pagamento, anche solo simbolico, ai suoi utenti, perché in pochi si sentono già così legati a questa nuova piazza virtuale. Per fare un solo esempio, negli ultimi giorni la piattaforma è stata lenta a causa dell'inaspettato afflusso di nuovi utenti, e il fondatore ha dovuto aggiornare l'apparato tecnologico. Per quanto tempo riuscirà a farlo senza uno sponsor?
Rimane, naturalmente, il crowdfunding, che fino a ora ha avuto successo. Resta da vedere se funzionerà altrettanto bene con un eventuale aumento esponenziale e continuo degli utenti, molti dei quali, ricordiamolo, sono semplicemente dei curiosi che si registrano perché ne hanno sentito parlare. E poi c'è la pubblicità, aggiunta a un certo punto da tutte le piattaforme social che fino a ora hanno sfondato, ma che in questo caso potrebbe essere un compromesso davvero troppo grosso, visto che la sua assenza è uno dei primi aspetti messi in luce dagli utenti.

Anche questa volta, insomma, è meglio evitare di scavare anzitempo la tomba di Elon Musk: chi lo dà già per calpestato dall'elefantino dovrebbe chiedersi in quanti si ricordano di Clubhouse, la piattaforma che solo un anno fa era stata presentata dalla stampa come la Terra Promessa, e che oggi in confronto è praticamente deserta.

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012