CULTURA

Macchine impossibili e parole fantastiche, per pensare

Bruno Munari è nato d’ottobre centocinque anni fa, tredici anni prima e un giorno dopo di Gianni Rodari. Oltre a far rima baciata e ad essere entrambi Scorpione cuspide Bilancia i due (artista e designer il primo, tanto per usare un binomio fantastico e riduttivo, scrittore e giornalista l’altro, anche qui scartando grasso) avevano in comune l’attenzione e il talento per l’invenzione didattica, la capacità di prendere sul serio i giochi dei bambini e di immergersi nel loro mondo immaginando  trame, percorsi e strumenti creativi nuovi. Che le cose di ogni giorno nascondano segreti e si svelino a chi le sa guardare ed ascoltare lo ha scritto Rodari e poi cantato Sergio Endrigo, ma chiaramente l’enunciato ben si addice anche a Munari che seppe vedere nei sassi isole, negli alberi esplosioni lentissime di semi, rose nelle impronte che lascia l’insalata, letti nei libri, centri di gioco e apprendimento nei musei, anticipando mode e merchandising. Amato dalle scuole montessoriane, riedito da Corraini e acquistato dai grandi per se stessi, oltre che per i propri piccini, Munari esordisce come scrittore ed illustratore per bambini nel 1942 con “Le macchine di Munari” dove vengono presentati una serie di strumenti imprescindibili, perfette applicazione di quelle scienze anomale e inesatte che Paolo Albani e Paolo Della Bella hanno elencato nell’apposita Enciclopedia Zanichelli dal titolo oulipiano di “Forse Queneau”.

Sono macchine, recita la seconda di copertina, nate per far ridere gli inventori americani di gomme da cancellare con motore elettrico (con l’energia così risparmiata in un anno il cancellatore potrebbe compiere salti in alto di otto metri n.d.a.): sono strumenti per prevedere l’aurora, mortificare le zanzare, suonare il piffero quando non si è in casa. Macchine raccontate per immagini e parole, meno assurde, ma più consapevolmente divertenti, di tante invenzioni reali che si materializzano negli Uffici Marchi e Brevetti e delle Camere di Commercio, vengono caricate su Youtube e sono candidate all’Ig-Nobel. Le note a margine soprattutto sono uno spasso, addirittura meglio di quelle che corredano le poesie metasemantiche di Fosco Maraini, capaci nella puntigliosità scientifica delle descrizioni di fare apparire incomprensibile il reale quotidiano, di svelarne l’assurdità nascosta nell’abitudine.

Un esempio:  Attenzione… vi voglio descrivere un innocente svago che si prendono gli uomini: prendete un tubetto di carta pieno di foglie secche tagliate in minutissimi pezzettini e tenetelo provvisoriamente fermo, da uno dei due capi, con una leggera pressione delle labbra. Strofinate un’asticciola di legno colorato…intinta in parte in una miscela fosforica, contro una minuta carta vetrata. L’asticciola si infiamma… niente paura. Ora seguitemi bene, dovete aspirare una certa quantità di aria in modo che passi attraverso il tubetto e che comunichi il fuoco alle foglie secche... il fumo delle foglie secche vi entrerà in bocca! Un altro piccolo sforzo ed entrerà nei polmoni! Quale emozione! Guardate in tasca a vostro zio, anche lui avrà una scatoletta  di tubetti di carta pieni di foglie secche, tutti le hanno. Ci sono delle piantagioni apposta e ogni tanto un incaricato va a contare quante foglie secche ci sono in un campo. 

Prima e dopo di lui il diluvio, quello che ha visto piovere gli oggetti introvabili e quelli inaffidabili dei Cataloghi di Jacques Carelman (con la tuta porta gatto), gli oggetti d’affezione e gli oggetti da distruggere di Man Ray (tra cui il metronomo monocolo e il ferro da stiro chiodato). L’eredità del sogno patafisico e dei designer ironici ha trovato il suo ultimo erede in un garbato artista sardo, Lino Fois, creatore di falsi ready made, re-inventore di carillon e raccoglitore apparentemente ingenuo, come Guido Gozzano, di finto ciarpame molto cute. Anche Fois ha creato “Macchine”, in mostra a Cagliari al Museo dell’Arciconfraternita dei Genovesi fino al 25 novembre: tra le più interessanti l’Eliminatore di tristezza dagli addobbi dell’albero di Natale, l’Ecoscandaglio per la ricerca di bistecche e pesci dimenticati nel fondo di freezer a pozzetto, il Misuratore del grado di incompiutezza in opere e pensieri di piccolo formato. I titoli e le didascalie, in Fois come in Munari, sono parti del gioco fondamentali; non a caso l’introduzione al catalogo della curatrice della mostra, Concettina Ghisu, si intitola “Il nome della cosa” e si chiude con un racconto su un inventore di comete. Chi lo ha scritto? Gianni Rodari, nato d’ottobre novantadue anni fa, tredici anni dopo  e un giorno prima di Bruno Munari.

Silvia Veroli

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