SOCIETÀ

A Parigi, nella bottega del Maestro

Lo studio di un’archistar: il sogno di molti studenti di ingegneria e architettura e di giovani professionisti. Daniele Franceschin, 32 anni da Mestre, una laurea in ingegneria edile a Padova nel 2006, ce l’ha fatta: adesso lavora con Renzo Piano a Parigi. Come ci è riuscito? “Dopo qualche esperienza in altri studi ho semplicemente spedito un curriculum cartaceo, assieme a un portfolio con i lavori già svolti e a una lettera di motivazione. Dopo un po’ sono stato chiamato per un colloquio”. In realtà non deve essere stato così semplice: “Appena laureato la prima battaglia è stata per fare quello che volevo veramente: progettare”. 

Il 12 novembre Franceschin ha parlato della sua esperienza con gli studenti di ingegneria edile e architettura di Padova: un intervento all’inizio incentrato sull’ultimo lavoro che sta seguendo, ovvero il nuovo parlamento maltese, che dovrebbe essere consegnato l’anno prossimo. Un progetto che ha posto non pochi problemi, visto che la città in cui sorge, La Valletta, fa parte del patrimonio Unesco. Un’azione ad ampio respiro, che ha coinvolto l’intero tessuto urbano della città. Le rovine della vicina Opera House, distrutta durante al seconda guerra mondiale, sono state restaurate in modo da ospitare un moderno teatro all’aperto, mentre anche lo schema dell’ingresso nelle mura, risalente agli anni Sessanta, è stato completamente rinnovato. “In accordo con il tessuto urbano abbiamo deciso di usare – integrandola con materiali come legno, vetro e acciaio – un tipo di pietra tipico del posto, che però non veniva più estratto da oltre un secolo”. Per l’occasione è stata quindi aperta una cava nella vicina isola di Gozo, dalla quale però si è promesso di prendere solo il materiale strettamente necessario, in modo da lasciare nel sito una sorta di ‘negativo’ del nuovo edificio.

Un esempio che illustra il modo di lavorare di uno dei più famosi architetti italiani: “Il progetto non parte come entità astratta e definita. È un processo lungo e organico, a volte anche travagliato, in cui tutti si mettono costantemente in discussione: dall’architetto Piano all’ultimo arrivato”. Un modo di procedere che ha portato il professionista italiano ad essere uno dei più conosciuti e apprezzati al mondo, a partire dallo storico intervento sul Beaubourg – che ha inventato un modello di centro culturale, anche per quanto riguarda il rapporto con la città –  fino a quello che sarà il grattacielo più alto d’Europa, The Shard  a Londra (su cui, per la verità, si interroga la stampa inglese).

 

Una vista panoramica dello Shard a Londra. Foto: Carlo Calore

Il modello di lavoro è quello della bottega, in cui l’attenzione ai particolari, tipica della tradizione artigianale italiana, si accompagna a una solida organizzazione. Non esiste, secondo Franceschin, uno ‘stile Piano’: “ogni progetto è diverso, con un’estrema attenzione al contesto e in particolare agli spazi pubblici, la piazza”. Attualmente all’architetto genovese fanno capo tre diversi studi: il più grande a Parigi, con circa 80 dipendenti, a cui si aggiungono quelli di Genova e New York. La struttura è grosso modo piramidale: dopo il titolare ci sono i senior partners, ognuno dei quali può supervisionare fino a 3-4 progetti alla volta, seguiti dagli associati e infine dai componenti dei gruppi di lavoro, che lavorano sui diversi aspetti del singolo intervento. Un’organizzazione gerarchica ma non rigida, con momenti in cui ognuno è chiamato a collaborare su un piano di parità: “Inserirsi è stato facile fin dall’inizio – racconta l’ingegnere mestrino – gli architetti con più esperienza lavorano al nostro stesso tavolo, fanno i nostri stessi orari e ci chiedono continuamente di contribuire con le nostre idee”. 

Oggi Daniele Franceschin continua a vivere con entusiasmo e determinazione l’opportunità di lavorare in un grande studio, senza scordare la strada percorsa finora: “Sono molto contento della mia formazione; rispetto ad altri percorsi analoghi mi ha permesso di conoscere anche gli aspetti più tecnologici del mio lavoro. Non credo molto alla divisione tra architetti e ingegneri: in realtà siamo tutti progettisti”. Un suggerimento per quanti cercano di intraprendere la sua stessa strada? “Decidere cosa si vuole, essere testardi. Poi fare sempre qualcosa in più: all’università ho sempre cercato di integrare lo studio con l’esperienza pratica sul campo. Dopo la laurea ho cercato di colmare le mie lacune come progettista, e non ho mai smesso di studiare”.

Daniele Mont D’Arpizio

Il centre Pompidou di Parigi. Foto: Horst Friedrichs / Anzenberger/contrasto

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