SCIENZA E RICERCA

1918-2018: cento anni dalla “Spagnola”

“La mattina del 4 marzo 1918 il ranciere Albert Gitchell si presentò nell’infermeria di Camp Funston, in Kansas, con mal di gola, febbre e mal di testa. All’ora di pranzo l’infermeria si trovò a gestire più di cento casi simili, e nelle settimane successive il numero di malati crebbe a tal punto che il capo ufficiale medico del campo dovette requisire un hangar per sistemarli tutti”. A distanza di 100 anni dalla pandemia di influenza spagnola, non è assolutamente certo che Gitchell sia stato effettivamente il primo uomo ad ammalarsi. C’è chi ritiene che l’infezione abbia avuto origine in America, altri in Francia, altri ancora in Cina.  Quello di Gitchell fu piuttosto uno dei primi casi ad essere documentati a cui ne seguirono moltissimi altri, spiega Laura Spinney in 1918. L’influenza spagnola, volume uscito quest’anno in Italia per Marsilio Editori.

Isaac Starr considera l'influenza spagnola una delle tre epidemie umane più devastanti insieme alla peste di Giustiniano del VI secolo dopo Cristo e alla morte nera del XIV secolo. Joseph Waring la definisce il più grande “olocausto medico” della storia. I dati ci danno un’idea più concreta: si stima che a contrarre l’infezione siano stati più di 500 milioni di individui,  per un totale di circa 50 milioni di morti, secondo gli ultimi studi di Niall Johnson e Jürgen Müller.

Fabio Zampieri, storico della medicina all'università di Padova, parla della pandemia di influenza spagnola del 1918 (riprese e montaggio di Elisa Speronello)

I primi a darne notizia furono i giornali spagnoli. Il Paese non era coinvolto nella prima guerra mondiale, la stampa non era oggetto a censura e le notizie circolavano liberamente, come quella della malattia di re Alfonso XIII. “In maggio l’influenza raggiunse la Spagna – scrive Laura Spinney – e la maggior parte degli spagnoli pensò che fosse arrivata da fuori. Avevano ragione. Era in America già da due mesi, e in Francia da qualche settimana almeno. Ma gli spagnoli non sapevano che nei Paesi belligeranti le notizie relative all’influenza erano sottoposte a censura per non demoralizzare la popolazione (i medici dell’esercito francese vi si riferivano in modo criptico come maladie onze, malattia undici)”. In Italia il Corriere della Sera riportava quotidianamente i dati sui decessi per influenza, finché le autorità civili obbligarono il quotidiano a interrompere questo tipo di comunicazioni, perché suscitavano il panico tra la popolazione. Al contrario, proprio la trasparenza nella diffusione delle informazioni spinse a pensare invece che fosse la Spagna la nazione in cui l’epidemia era particolarmente virulenta e a ritenere, a torto, che fosse il paese fonte del contagio. Da qui ne derivò il nome.   

L’influenza, causata dal virus H1N1, scoppiò nella primavera del 1918 e si manifestò inizialmente in forma lieve. Dava febbre alta per tre giorni, dopo i quali il paziente guariva spontaneamente. Diversa la seconda ondata della malattia che fu particolarmente virulenta. “La mortalità – sottolinea Fabio Zampieri, storico della medicina all’università di Padova – probabilmente era dovuta non tanto al virus dell’influenza, ma alle complicanze batteriche che ne derivavano, complicanze polmonari in particolare, probabilmente favorite anche dalle scarse condizioni igieniche del tempo. Nel 1918 non esistevano ancora gli antibiotici né i vaccini antinfluenzali. La penicillina verrà introdotta solamente dieci anni dopo”. Il diffondersi dell’epidemia era favorito anche dalla concomitanza degli eventi bellici. Il medico  Victor C. Vaughan, membro della Commissione che visitò il Campo militare Devens in Massachusetts, nelle sue memorie raccontava di “centinaia di vigorosi giovani che con l’uniforme americana indosso entravano a gruppi di 10 o più nei reparti dell’ospedale ove venivano ammassati sulle brandine.  Presto diventavano cianotici, e tossendo espettoravano muco venato di sangue. La mattina i cadaveri venivano ammonticchiati nell’obitorio, come ceppi”.

A essere colpiti dalla malattia furono soprattutto i giovani adulti, meno i bambini e gli anziani come invece ci si aspetterebbe. C’è chi imputa le cause a una reazione eccessiva del sistema immunitario nei giovani cioè a una “tempesta di citochine”. Altri ritengono invece che questi ultimi fossero particolarmente vulnerabili, perché da bambini non erano stati esposti a virus simili a quello della spagnola circolati intorno al 1889 e agli inizi del Novecento e dunque non avevano sviluppato alcun tipo di difesa immunitaria.

In assenza di farmaci mirati, i rimedi a cui si ricorreva erano tra i più svariati. La farmacologia clinica era ancora agli inizi, pochi medicinali erano testati sugli animali o sugli uomini. Non si sapeva come interagissero i principi attivi dei farmaci con i tessuti. Nel trattamento dell’influenza si usava l’aspirina, ma anche il chinino, sebbene non ci fossero prove della sua reale efficacia, l’olio di ricino, i preparati all’arsenico. E c’era chi faceva ricorso anche al salasso.

Si dovrà attendere il Ventunesimo secolo per ottenere il sequenziamento completo del virus, che si è rivelato essere molto più letale dei normali ceppi influenzali.

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