SCIENZA E RICERCA

Alcol e fumo: l’influenza della genetica

Uno studio pubblicato recentemente su Nature, condotto su circa 3,4 milioni di persone con ascendenze europee, americane, africane e dell'Asia orientale, ha identificato 3.823 varianti genetiche (da 2.143 loci) che potenzialmente influenzano il comportamento nei confronti del fumo e del consumo di alcol, fattori di rischio importanti per l’insorgere di molte malattie cardiovascolari e respiratorie. Sono, questi, studi di associazione genomica (Genome-wide association studies - GWASs) che confrontano i genomi di un numero molto elevato di soggetti per identificare le varianti associate a differenze tra individui per un determinato tratto. 

Già in passato erano state colte forti evidenze sul ruolo della genetica in associazione al fumo e all’alcol, ma i precedenti studi sui tratti comportamentali (noti anche come fenotipi comportamentali) prendevano in esame campioni di popolazione di dimensioni minori e con una inferiore diversità etnica. Fino a questo momento era stata considerata prevalentemente la popolazione europea, mentre in questo caso circa il 21% degli individui considerati è di origine non europea. 

“Abbiamo identificato i geni associati al fumo o al consumo di alcol –  scrivono Gretchen R. B. Saunders e Dajiang Liu in una sintesi del loro studio, pubblicata su Nature  –, individuato le varianti genetiche che influenzano causalmente il rischio e migliorato l'accuratezza delle previsioni di rischio in diverse popolazioni umane. Per 192 regioni genomiche (loci), abbiamo trovato una singola variante genetica che ha contribuito in modo causale al rischio di fumare o di bere, aprendo la strada a un follow-up approfondito sulle funzioni di queste varianti”. Va considerato che tale rischio può essere dovuto anche all’effetto cumulativo di varianti genetiche in molti loci. Gli scienziati hanno scoperto che,  delle 3.823 varianti genetiche associate al fumo o al consumo di alcol,  39 erano collegate all'età in cui gli individui hanno iniziato a fumare, 243 al numero di sigarette fumate al giorno e 849 al numero di bevande alcoliche consumate a settimana.

L’identificazione di oltre 3.800 varianti genetiche è importante – osserva Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcolCentro collaboratore Oms per la ricerca e la promozione della salute su alcol e problematiche alcolcorrelate –. Quando viene condotta l’analisi del genoma, sono possibili milioni di possibilità, quindi il campo si è ristretto”. Se, dunque, la rilevanza di queste ricerche è evidente, Scafato non si esime tuttavia dal proporre qualche ulteriore osservazione. 

“Studi di questo tipo cercano di identificare possibili fattori predittivi di rischio dei comportamenti legati al fumo o all’alcol in una popolazione. Sono importanti, dunque, ma hanno due grosse limitazioni. Innanzitutto, nonostante le grandi dimensioni del campione, i risultati non si possono trasferire a tutta la popolazione, perché la rappresentanza europea è di una proporzione differente rispetto ad altri campioni di popolazione presi in considerazione”. L'analisi non ha incluso per esempio persone provenienti da popolazioni mediorientali e indiane, in cui il fumo è una pratica molto diffusa. “Il secondo grosso limite è che non si conosce assolutamente nulla di molti dei geni individuati, molti loci genomici devono essere studiati a fondo per cercare di capire che cosa è ‘scritto’, cosa sono in grado di esprimere, in parole semplici cosa può provocare nell’organismo la loro attivazione”. La maggior parte dei loci genomici individuati, come ammettono gli autori stessi, ha funzioni sconosciute, e individuare il ruolo di questi loci è fondamentale.

Sapere che esiste una componente genetica, oltre a quella eziologica, secondo Scafato spiegherebbe la ragione per cui non tutti coloro che bevono alcol in quantità eccessiva sviluppano malattie come la cirrosi, per esempio. E sempre la genetica potrebbe rendere conto del fatto che alcuni alcoldipendenti o fumatori dannosi non riescono a bloccare questo tipo di dipendenza, nonostante abbiano la volontà di farlo, siano seguiti da specialisti, assumano farmaci ed entrino in programmi di recupero. Lo stesso avviene anche per alcune altre patologie, gastrointestinali o autoimmuni per esempio: per quanto la persona si impegni a eliminare i fattori di rischio, la malattia si manifesta comunque e a quel punto esiste l’evidenza che il soggetto sia geneticamente predisposto.  

“Oggi – sottolinea Scafato – si dà maggiore peso alla componente genetica che tuttavia non deve essere un alibi che chi beve possa portare a giustificazione del suo comportamento, tipicamente caratterizzato anche da un’incapacità, volontaria e inconscia, di riconoscere il problema e dalla tendenza a perseverare nel comportamento nocivo e dannoso per l’organismo. L’alcolista ha la sua vulnerabilità nella compulsività, nella ricerca ossessiva dell’alcol legata a una sviluppata incapacità di controllo sia sull’avvio del bere, che soprattutto sul sapersi limitare quando eccede, e pur di fronte all’evidenza è quello che afferma: smetto quando voglio".

Continua Scafato: "Fatta salva l’ipotesi di essere vittima di una accertata, rara e immodificabile predisposizione genetica, va sottolineato che tutti i fattori di rischio che determinano l’alcoldipendenza sono invece modificabili e riconducibili alla cessazione, alla necessaria sobrietà, come testimoniato dai tanti che, con grande impegno lungo anche anni, supportati dalla famiglia e dal gruppo sociale di riferimento, sono stati adeguatamente seguiti attraverso un intervento multidimensionale, anche farmacologico, ma necessariamente bio-psico-sociale e comportamentale".

E aggiunge: "In futuro, sapere di essere geneticamente predisposti verso questa patologia, magari attraverso un test, potrebbe essere importante per allertare le persone, sin dalla più giovane età, di tale suscettibilità individuale, affinché possano evitare di bere qualunque quantità di alcolici; sarebbe anche rilevante per riorientare le terapie, gli interventi terapeutici, fornendo giustificazione alla frustrazione di chi, predisposto dalla genetica, non riuscisse a smettere nonostante i suoi apprezzabili tentativi”.

Scafato spiega che qualora i ricercatori riuscissero a identificare con certezza i loci genici che esprimono, in termini di sequenze, una determinata patologia, il passo successivo potrebbe essere quello di trovare il modo di inibire l’espressione della sequenza individuata, “sottraendo così – nel caso specifico – la persona alla manifestazione di una dipendenza candidata a rendere irrecuperabile l’alcolista  inserito in un qualunque programma di riabilitazione e per il quale solo non incominciare a non bere sarebbe la chance a lui o lei concessa dalla genetica”. Oggi la ricerca in questo settore è in continua e rapida evoluzione e ha reso disponibili molti più strumenti di soppressione genica rispetto al passato.  Non sempre tuttavia quando si riesce a identificare i geni coinvolti, si è in grado di bloccare la malattia, come nel caso delle patologie genetiche rare o non rare. 

In ogni caso, essere a conoscenza di una predisposizione genetica da parte di un soggetto può essere fondamentale in termini di prevenzione. La predittività serve proprio a questo, ribadisce Scafato: quando non si riesce a inibire l’espressione genica, si può avvisare la persona che, in virtù della sua predisposizione, può andare incontro a una particolare suscettibilità verso talune patologie che possono però essere evitate o quantomeno ridotte in termini di incidenza, qualora il soggetto opportunamente informato eviti i fattori di rischio. Come potrebbe accadere, per esempio, con la dipendenza da alcol. “Se si è consapevoli di essere predisposti – osserva il direttore dell'Osservatorio –, si cerca di intervenire prevenendo certi comportamenti”. 

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