Il conto nascosto delle sostanze tossiche nel cibo
Tra 1400 e 2200 miliardi di dollari: è quanto spendiamo ogni anno a livello globale per le conseguenze sulla salute dell’inquinamento dalle principali categorie di inquinanti che finiscono nel nostro cibo. Una cifra a cui si aggiungono 600 miliardi per gli impatti ambientali delle stesse sostanze. Il tutto equivale a una cifra compresa tra il 3 e il 4% del PIL mondiale. È il principale risultato di un rapporto pubblicato lo scorso dicembre da Systemiq, una società di investimento che si concentra su aziende che hanno come scopo raggiungere gli obiettivi di sostenibilità delle Nazioni Unite (la cosiddetta Agenda 2030) e quelli della Convenzione di Parigi sul clima. Il rapporto è il frutto di un lavoro di calcolo e analisi effettuato con il sostegno di diverse istituzioni di ricerca pubbliche e private, come per esempio il Center for Environmental Health, Chemsec, l’Institute of Preventive Medicine di Londra e diverse università statunitensi e britanniche.
Il documento, intitolato Invisible Ingredients. Tackling toxic chemicals in the food system (“Ingredienti invisibili. Affrontare le sostanze chimiche tossiche nel sistema alimentare”), si concentra su quattro famiglie di inquinanti che si possono trovare nel cibo: ftalati, bisfenoli, pesticidi e PFAS. Complessivamente, nel corso del Novecento le molecole di questi quattro gruppi che sono stati introdotti nel sistema produttivo sono oltre 350.000. Spesso sono state introdotte con una conoscenza limitata dei loro effetti sulla salute umana e sull’ambiente. Il report si concentra su questi gruppi perché sono quelli più diffusi nel sistema alimentare, c’è consenso attorno alla loro nocività, sono quelli a più alto impatto sulla salute e sull’ambiente, ma sono anche le sostanze che possono essere regolamentate, ed eventualmente vietate, dalle normative.
Ftalati, bisfenoli, pesticidi e PFAS
Gli ftalati sono composti che si trovano nelle plastiche morbide, come per esempio quelle delle pellicole usate in ambito alimentare, nei guanti o nelle confezioni sottovuoto. Su di loro esiste una consolidata letteratura scientifica che sottolinea la tossicità a carico soprattutto del sistema riproduttivo e di quello endocrino. Esistono anche prove meno definitive sulla loro capacità di bioaccumulo nei tessuti corporei.
Il più noto dei bisfenoli si chiama bisfenolo A, una delle sostanze plastificanti più diffuse a livello globale. Anche in questo caso le prove sono quelle di tossicità a carico dei sistemi riproduttivo ed endocrino; con evidenze meno consistenti di bioaccumulo.
I pesticidi sono utilizzati dall’industria agroalimentare sia disciolti in acqua e dispersi nei campi coltivati oppure applicati per fumigazione (come avviene per esempio in frutticoltura). Queste sostanze non si fermano in prossimità delle piante, ma spesso finiscono nelle falde acquifere o nell’atmosfera, causando inquinamento. In letteratura scientifica si trovano prove di tossicità a carico di nuovo del sistema riproduttivo e di quello endocrino, ma anche di potenziale cancerogenicità e, in concentrazioni elevate, possono causare danni ai feti. C’è evidenza anche di potenziale bioaccumulo.
I PFAS, ovvero le sostanze per- e poli-fluoroalchiliche, sono un classe di sostanze di sintesi che vengono anche chiamate “inquinanti eterne” perché non vengono degradate facilmente. Ne abbiamo parlato a lungo nell’inchiesta che abbiamo pubblicato un anno fa in collaborazione con un network internazionale di oltre 40 giornalisti e giornaliste.
Complessivamente, il costo economico di questi quattro gruppi di prodotti chimici è pari a poco meno del PIL del Canada (2,4 migliaia di miliardi di dollari nel 2025 secondo il Fondo Monetario Internazionale). O, per dirla come si legge nel rapporto di Systemiq, pari “agli utili annuali delle 100 più grandi società quotate in borsa del mondo”. I principali effetti, e quindi costi, si concentrano in “disturbi dello sviluppo, mortalità prematura per tutte le cause, malattie metaboliche e malattie circolatorie”.
Impatto sulla fertilità da qua a fine secolo
L’impatto sulla riproduzione umana è uno delle conseguenze dell’inquinamento chimico che viene esplorato più a fondo nel rapporto. Le sostanze osservate influiscono sulla fertilità sia maschile che femminile. Nessuna regione del mondo ne è esente e l’esposizione spesso inizia prima della nascita, determinando rischi per la salute per tutta la vita delle persone.
Combinando i tassi di fertilità previsti, i livelli di esposizione e le stime scientifiche degli impatti sulla fertilità causati dalle sostanze chimiche tossiche, il rapporto afferma che “le implicazioni demografiche dell'esposizione potrebbero essere consistenti: le sostanze chimiche tossiche potrebbero comportare una riduzione di 200-700 milioni di nascite a livello globale tra il 2025 e il 2100”.
Il peso dei PFAS
Una delle criticità più gravi ma sottovalutate in ambito alimentare, dice il rapporto, è quella legata ai PFAS. Come abbiamo raccontato, una volta rilasciati nell’ambiente i PFAS non si degradano e tendono a diffondersi. Oggi sappiamo che dalla loro invenzione nel secondo dopoguerra si sono accumulati ovunque: nel suolo, nelle acque, negli alimenti e perfino nel sangue umano. I PFAS sono utilizzati in modo massiccio negli imballaggi alimentari (dalla carta da forno ai contenitori per l’asporto) nelle pentole antiaderenti e nelle attrezzature per la lavorazione industriale del cibo. Ma il dato più allarmante è che circa l’80% dell’esposizione umana deriva dalla contaminazione ambientale, non da singole scelte individuali.
Le conseguenze sanitarie sono pesanti e ben documentate: disturbi metabolici, indebolimento del sistema immunitario, tumori, problemi di fertilità. I costi sanitari associati ai PFAS sono stimati globalmente in 609 miliardi di dollari l’anno, pari a oltre un quarto dell’impatto economico complessivo dei principali gruppi di sostanze chimiche tossiche analizzati.
Il punto è che i PFAS non si possono davvero bonificare. Una volta dispersi, non tornano indietro. Per questo il rapporto è chiaro: l’unica strategia realistica è una eliminazione graduale ma completa a livello globale. La proposta avanzata è difficile, ma rimane pragmatica: obiettivi vincolanti di phase-out, con deroghe temporanee solo per usi realmente essenziali.
La strategia proposta da Systemiq nel suo rapporto mostra che è possibile eliminare il 42% dei PFAS entro il 2030, e il 95% entro il 2040. Non si tratta di un approccio che guarda unicamente al miglioramento della situazione sul piano ambientale e sanitario, ma offrirebbe anche un potenziale sviluppo economico positivo. Solo nell’Unione Europea, questo aprirebbe un mercato da 15 miliardi di dollari per i sostituti: un cifra pari alle stime per il mercato europeo delle bevande low- e no-alcohol.
Uniti alla riduzione dei costi sanitari e ambientali proveniente dalla riduzione dell’impiego di ftalati, bisfenoli e pesticidi sottolinea come un mondo libero da sostanze inquinanti rappresenta anche un possibile importante stimolo per l’economia mondiale.