SOCIETÀ

Il calo degli sbarchi destabilizza la Libia

In pochi giorni, a dispetto di chi prefigurava una progressiva stabilizzazione dello scenario libico, la guerra è tornata nel cuore di Tripoli: una miriade di milizie armate si divide il controllo di strade e quartieri, mentre sembra dover scattare da un momento all’altro l’attacco finale a Fayez al-Sarraj, il cui governo è formalmente riconosciuto dall’Onu e sostenuto dall’Italia. Dietro la nuova stagione di scontri, formalmente guidati da alcuni signorotti della guerra locali, si staglia l’ombra del generale Khalifa Haftar e dei suoi potenti sponsor: la Russia, e l’Egitto e soprattutto quella Francia che dal rovesciamento del regime di Gheddafi non ha fatto mistero di puntare al controllo della regione e delle sue risorse petrolifere. Una sorta di guerra per procura, quella tra Italia e Francia sul suolo libico, che sembra riportarci indietro al tempo delle contese coloniali.

Per il momento intanto l’ambasciata italiana di Tripoli rimane aperta, mentre da più parti si parla di un imminente intervento italiano, tramite forze speciali e servizi segreti, a sostegno del governo Sarraj: una soluzione però che però non convince molti degli osservatori più esperti della questione libica. “Credo che in questo momento non sia il caso: per mandare le truppe ci vorrebbe l’assenso di un governo libico che in questo momento semplicemente non c’è. Non si tratta sicuramente della soluzione ideale, perché esacerberebbe ancora di più gli animi”. Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’università di Macerata e di geopolitica del Mediterraneo all'università Niccolò Cusano e alla Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale di Roma, è una delle voci più autorevoli sulla nostra ex colonia, a cui ha dedicato il suo ultimo libro Incognita Libia. Cronache di un Paese sospeso (Franco Angeli 2017).

Professoressa Mercuri, cosa sta succedendo in Libia?

“Gli scontri che si sono verificati a Tripoli in questi ultimi giorni sono addebitabili a più fattori: in primo luogo sicuramente al calo dei flussi migratori, che ha considerevolmente ridotto le entrate economiche di molte milizie che lucravano su quei traffici. Questo ha in qualche modo aizzato le bande armate, che in questo momento vogliono defenestrare Sarraj perché non sono più tenute a freno dalla distribuzione dei proventi della criminalità organizzata. In secondo luogo c’è sicuramente la longa manus dei francesi, che hanno assicurato nuove elezioni esacerbando ulteriormente gli animi, perché questo ha creato aspettative in seno alle formazioni militari, che adesso vorrebbero accaparrarsi ancora più potere. Tra l’altro il ministro degli esteri francese Le Drian – proprio per perorare la causa del presidente Macron di organizzare elezioni a breve – a luglio ha promesso 800.000 euro per la realizzazione della campagna elettorale: soldi che sicuramente fanno gola in un momento di vacche magre come questo”.

Cosa deve e cosa può fare l’Italia?

“Chiaramente l’Italia si trova in una situazione di grande svantaggio, perché Sarraj è un nostro alleato e rischiamo di perderlo dopo anni e anni di lavoro certosino, fatto anche dal nostro bravissimo ambasciatore Giuseppe Perrone. Cosa può fare? Innanzitutto continuare a supportare le autorità di Tripoli, non mollando la presa ma al tempo stesso continuando a dialogare con gli attori internazionali che supportano l’est del Paese, per esempio la Russia e l’Egitto. Da questo punto di vista stiamo facendo comunque un buon lavoro, perché negli ultimi tempi i vari ministri italiani si sono recati più volte al Cairo e potremmo dunque giovarci di una corsia preferenziale con il governo egiziano”.

Come può la Libia uscire dalla crisi in una prospettiva medio-lunga?

“Bisogna rafforzare il ruolo della comunità internazionale intorno a un progetto capace di includere non solo Sarraj e Haftar, ma anche le singole milizie e gli altri attori locali. Un dialogo inclusivo con tutte le forze in campo, interne ed internazionali, che escluda le istanze di chi come la Francia vuol fare da solo i suoi interessi”.

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