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Coronavirus, l'Italia sul banco di prova: "Misure indispensabili"

A partire da oggi le misure restrittive già previste per la Lombardia e le 14 provincie del Veneto, Emilia Romagna e Piemonte dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri dell’8 marzo vengono estese a tutta Italia (Dpcm 9 marzo): stop dunque agli spostamenti, scuole chiuse fino al prossimo 3 aprile, blocco di ogni manifestazione sportiva, compresi i campionati di calcio, e vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico anche all’aperto. “Purtroppo non c’è tempo – ha dichiarato ieri sera Giuseppe Conte in conferenza stampa –. I numeri ci dicono che stiamo avendo una crescita importante dei contagi, delle persone ricoverate in terapia intensiva e sub-intensiva e anche delle persone decedute. Le nostre abitudini quindi vanno cambiate ora: dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia. […] Lo dobbiamo fare subito e ci riusciremo solo se tutti collaboreremo e ci adatteremo a queste norme più stringenti”. Basta guardare ai dati per farsi un’idea: i casi totali di contagio da coronavirus nel nostro Paese (al 9 marzo) sono 9.172 dei quali 7.985 positivi, 463 deceduti e 724 guariti.

Penso che le disposizioni definite dal nuovo decreto (Dpcm 8 marzo, ndr) siano un passo importante – sottolinea Andrea Crisanti, direttore dell’unità operativa complessa di Microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera-università di Padova –, a questo punto della situazione direi indispensabile, da un lato per contenere il contagio e dall’altro per sensibilizzare le comunità interessate della gravità della situazione, perché mi pare che determinati comportamenti non siano stati consoni alla situazione attuale. Stiamo vivendo un momento senza precedenti, di grande pericolosità e c’è bisogno della collaborazione di tutta la popolazione e di una leadership e di una direzione chiara da parte del governo”.

Guarda l'intervista completa ad Andrea Crisanti. Servizio di Monica Panetto, riprese e montaggio di Elisa Speronello

Secondo il docente, circoscrivere determinate zone non implica necessariamente una riduzione del contagio, se non vengono adottati precisi comportamenti sia personali che collettivi e forse anche misure di contenimento e sorveglianza attiva laddove i focolai sono più limitati. “A questo punto siamo arrivati a un bivio – sottolinea Crisanti –: o si adottano misure che emulano il modello cinese, bloccando le attività produttive e limitando gli spostamenti, oppure si investono grandi risorse per fare sorveglianza attiva”. Ciò significa identificare dove si presentano dei malati con sintomi, individuare tutti i contatti, i casi positivi e isolarli. “Sicuramente è un approccio molto più complesso, ma vale la pena tentare prima di arrivare a una limitazione dei diritti costituzionali cui porterebbe l’adozione del modello cinese”.

La dinamica dell’infezione non lascia prevedere quando si raggiungerà il picco dei contagi e, secondo Crisanti, non si può nemmeno affermare con certezza che il virus scomparirà con l’arrivo del caldo: “In genere, le infezioni respiratorie hanno un andamento ciclico, e con la stagione estiva nell’emisfero temperato in genere diminuiscono. In ogni caso bisognerà attendere la fine di maggio o l’inizio di giugno per cominciare a vedere un impatto. Non sappiamo se questa epidemia si comporti come le altre: si tratta di una prima assoluta e non si possono fare previsioni. Per analogia si potrebbe pensare che diminuisca, ma non ci sono certezze”.  

Intanto, l’aumento dei contagi inizia a “pesare” anche sui reparti di rianimazione e terapia intensiva delle Regioni che registrano un numero significativo di pazienti affetti da Covid-19 e si trovano a dover gestire molti casi critici. “L’Italia – osserva il virologo – ha un numero di letti di rianimazione elevatissimo per abitante: credo esistano pochi Paesi al mondo con una capacità di assistenza di questo tipo. Il problema sta nel fatto che i posti disponibili nei reparti di rianimazione sono occupati all’80%. Ciò significa che basta un aumento del 20% (che è stato già raggiunto) per saturare, ad esempio, la capacità della Lombardia. E molto vicini alla saturazione siamo anche nell’Azienda ospedaliera di Padova. Proprio per queste ragioni la Società italiana di Anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva ha già diramato delle direttive che indicano chi ammettere alle terapie intensive: ci si trova dunque già nelle condizioni di dover fare delle scelte sulla base delle probabilità del paziente di beneficiare o meno della terapia intensiva”.

Il gruppo di Andrea Crisanti in questo momento sta conducendo un’indagine epidemiologica sulla popolazione di Vo’ Euganeo, dove è stato registrato il primo caso (e il primo decesso) in Veneto da coronavirus. “In un periodo di tempo relativamente breve – spiega il docente –, è stato eseguito il tampone a tutti gli abitanti (sintomatici e non, ndr) e sono stati isolati i casi positivi che non necessariamente corrispondevano ai contatti. È stato fatto poi un secondo campionamento, per vedere innanzitutto l’impatto della misura adottata, ma anche per capire se ci fossero stati nuovi casi sia all’interno dei nuclei familiari, sia in persone non correlate ad essi. Abbiamo preso in esame inoltre una serie di parametri che potevano fare luce sulla dinamica dell’infezione, sulla gravità della stessa, sulla stratificazione a seconda di determinati indicatori demografici (come l’età, il sesso, l’occupazione o le malattie pregresse)”. In questo momento i ricercatori hanno quasi completato lo studio della prevalenza dell’infezione in tutti i soggetti. “Stanno emergendo dei dati molto interessanti – conclude Crisanti – che riteniamo possano avere un impatto per indicare quale sia la via giusta per controllare l’infezione”.

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