Franz. Il biopic su Kafka è come un mosaico che si svela un tassello alla volta
Idan Weiss nel ruolo di Kafka in "Franz", di Agnieszka Holland (2025)
Un viaggio tortuoso, frammentato e quasi allucinato nella vita e nell’immaginario in uno degli autori più celebri della storia della letteratura occidentale.
Questo, e molto altro, è Franz, l’ultimo film della regista polacca Agnieszka Holland, presentato in anteprima al Toronto International Film Festival nel 2025 e candidato agli Oscar 2026 come Miglior film internazionale. L’uscita nelle sale italiane è prevista per maggio di quest’anno.
L’anteprima italiana di quest’opera, con Idan Weiss nel ruolo di Kafka, ha inaugurato l’ultimo Trieste film festival, che ogni anno propone nel capoluogo giuliano una selezione dei migliori prodotti cinematografici dell’Europa centrorientale. L’edizione 2026, la trentasettesima, è cominciata venerdì 16 gennaio e si concluderà sabato 24 gennaio.
Sulla carta, Franz è il classico biopic che segue la vita del protagonista dall’infanzia, trascorsa con la famiglia ebrea di lingua tedesca, alla morte, in questo caso prematura, causata dalla tubercolosi nel 1924. Di fatto, però, l’opera non ha niente di classico. La narrazione non segue la linea temporale standard che ci si aspetta solitamente da questo tipo di film, ma si compone un frammento alla volta, mostrandoci una serie di episodi che si accumulano uno dopo l’altro, talvolta slegati gli uni dagli altri, che offrono diversi spaccati sulla vita del protagonista e sulle sue abitudini, paure e ossessioni.
Il Franz di Holland, in effetti, sembra raccontare l’uomo, più che l’autore. La scrittura sembra essere costantemente al centro dei pensieri del protagonista, ma non diventa mai il vero centro del racconto, che si concentra piuttosto sulle relazioni familiari e sentimentali. Il Kafka di Holland, appare comunque sempre distratto, quasi travolto dalla sua fervida immaginazione, in cui si fondono traumi passati, pensieri intrusivi e persino visioni sul futuro. È in questi viaggi mentali, che in certi casi sembrano più che altro delle allucinazioni, che è possibile cogliere alcuni indizi, sebbene non specifici riferimenti, su ciò che potrebbe aver ispirato la nascita di alcune delle sue opere più famose, come Il processo e le Metamorfosi.
Anche il contesto storico in cui sono ambientati i fatti, segnato dai primi semi di discriminazione e odio antisemita che avrebbero poi portato agli orrori all’Olocausto, sembra fare più da contorno alla storia, senza mai interessare davvero le vicende del protagonista.
Idan Weiss nel ruolo di Kafka. Foto: Marlene film production
Ricorrente, in Franz, è anche il richiamo, che in certi momenti assume una vena piuttosto polemica, al successo che la figura di Kafka e la sua opera hanno avuto nella critica letteraria e nella cultura di massa; al punto che, come scopriamo a un certo punto, il rapporto tra le parole scritte da lui e quelle spese da altri per raccontare la sua figura o la sua produzione letteraria sarebbe addirittura di uno a dieci milioni.
Kafka, infatti, non è “solo” uno scrittore di fama mondiale, ma forse anche il praghese più famoso della storia e un mito culturale simbolo dell’angoscia, della contraddittorietà e della fragilità dell’esistenza, ma anche, denuncia la regista, una mascotte del turismo praghese, che ne ha sfruttato il nome e l’immagine per ogni tipo di prodotto commerciale, dagli hamburger ai cappellini con la visiera.
Idan Weiss nel ruolo di Kafka e Jenovefa Bokova nel ruolo di Milena Jesenska. Foto: Marlene film production
In un certo senso, anche il Kafka immaginato da Holland ci viene presentato come un mosaico di tutto ciò che è stato ricostruito della sua vita e poi elaborato dalla critica letteraria e dalla cultura di massa: dal bambino bistrattato dal padre, all’impiegato demotivato, a un uomo tormentato sia dal passato che dal futuro che soffre di emicrania, passa le notti a scrivere e non riesce a colmare quella distanza che fin da giovanissimo sembra percepire tra sé stesso e le altre persone.
Di ognuno di questi Franz la regista fornisce una lettura compassionevole e simpatizzante, rendendoci il suo Kafka un martire innocente a cui è impossibile non voler bene, come suggerisce uno dei personaggi. Tutto questo, senza rinunciare a un sottile umorismo, e a tratti satirico, che alleggerisce la narrazione e mette in luce il lato ridicolo, quasi grottesco, che possono assumere a volte le dinamiche familiari e sentimentali umane.
A scomporre ancora di più la struttura del film contribuisce anche la scelta di affidare, in alcuni frangenti, il focus della narrazione ai tanti personaggi che ruotano attorno al protagonista, tra cui l’amico scrittore Max Brod e i membri della sua famiglia, che offrono il loro punto di vista sulla personalità e le scelte di Kafka guardando direttamente in camera e rompendo così la famosa quarta parete. Un espediente, quest’ultimo, che sembra tradire un intento quasi didattico o didascalico del film, che trova così il modo di raccontare curiosità e retroscena su Kafka che solitamente ci si aspetta di trovare in un documentario, più che in un biopic tradizionale.
Nonostante la moltiplicazione dei punti di vista, delle linee temporali e persino dei generi cinematografici, il film mantiene una certa coerenza e un linguaggio ben definito. Sta allo spettatore, una volta raccolti tutti i tasselli del mosaico, fare qualche passo indietro e riuscire a cogliere l’immagine complessiva alla quale film rimane, tutto sommato, fedele.