CULTURA

Musei in valigia, quando la cultura è in viaggio

Mappamondi, carte geografiche, libri antichi, una sala immersiva. E ancora spiegazioni, racconti, domande. E persone di tutte le età. Da chi è in visita, a chi nei musei ci lavora ogni giorno, fino a chi  si occupa di sanità. Un momento corale, quello vissuto nei giorni scorsi al Museo di Geografia dell’Università di Padova, espressione dello spirito che caratterizza l’intero progetto. Musei in valigia, però, inizia molto tempo prima di quest’ultimo incontro. È fatto di confronti, riflessioni, programmazione, e si pone un obiettivo importante: rendere accessibile la cultura a chi ne è escluso per motivi legati alla salute, all’età o a limitazioni personali. È un viaggio verso l’altro che non si conclude mai al termine delle attività. 

A gennaio e febbraio 2026, noi de Il Bo Live abbiamo partecipato a due dei cinque incontri previsti dall’ultima edizione, prima nella Casa Madre Teresa di Calcutta all’OPSA di Padova (Opera della Provvidenza di Sant’Antonio) e poi al Museo di Geografia. Durante le attività abbiamo dialogato con chi ha contribuito a realizzare il percorso.

Coprogettazione e sartorialità

“A livello internazionale i musei si stanno muovendo molto sul tema dell’accessibilità”. A parlare è Isabella Colpo, direttrice tecnica del Centro di Ateneo per i Musei (CAM) dell’Università di Padova, che abbiamo incontrato qualche tempo fa. “Inizialmente il concetto era legato quasi esclusivamente alla dimensione fisica – eliminazione di rampe, disponibilità di ascensori, abbattimento di barriere architettoniche –, ma negli ultimi anni la riflessione si è ampliata”. Sono numerosi i documenti che sanciscono l’accesso alla cultura come diritto inalienabile di cittadini e cittadine, tra i primi la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 (articolo 27). Più recentemente, inoltre, l’ICOM - International Council of Museums ha approvato una nuova definizione di museo che deve essere inclusivosostenibileattento alle comunità

Colpo spiega che questa nuova consapevolezza ha accompagnato un riconoscimento sempre più forte dei diritti delle persone con disabilità e ha favorito la nascita di molti progetti. Si è partiti dalle disabilità più evidenti: i percorsi tattili per persone cieche o ipovedenti sono stati tra i primi interventi strutturati. Più recente invece è l’attenzione verso le neurodivergenze e problematiche meno visibili. 

“L’approccio padovano su questi temi – continua la direttrice – si fonda su due concetti chiave: coprogettazione e sartorialità". La coprogettazione implica un lavoro condiviso non solo con le associazioni, ma anche con l’utente finale. Sartorialità invece significa evitare la standardizzazione: ogni progetto cioè va ripensato di volta in volta a seconda del pubblico. Questo approccio consente di superare sia l’atteggiamento paternalistico che spinge a decidere dall’alto cosa sia giusto per l’altro, sia la ripetitività delle proposte.

Un esempio concreto di questo indirizzo è proprio il progetto Musei in valigia, una linea di azione del CAM avviata nel 2023, in occasione dell'inaugurazione del 20° anno accademico nel Carcere Due Palazzi di Padova. Il progetto si rivolge a chi non può o non è abituato a frequentare i musei: persone con problemi cognitivi, o prive della loro libertà, pazienti ricoverati in ospedale, minori in contesti di fragilità economica. Fino ad oggi il progetto ha coinvolto, oltre al carcere, realtà come l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, l’OPSA e l’Hospice Pediatrico. “L’obiettivo è chiederci chi resti escluso dai luoghi della cultura e quali siano le cause, per capire se il museo possa andare incontro a queste persone”.

L’edizione da poco conclusa si è svolta, come si è detto, in collaborazione con l’OPSA. Il percorso ha previsto quattro incontri nel Centro Polifunzionale Casa Madre Teresa di Calcutta e una visita finale al museo di Geografia: i temi sono stati scelti insieme a educatori ed educatrici, e il personale museale è stato formato sulle differenti esigenze e aspettative del pubblico di riferimento. “I contenuti non vengono semplificati – spiega Colpo –: vengono narrati in modo accessibile e mediati attraverso oggetti concreti. L’oggetto elimina l’astrazione e facilita la comprensione”.

Elena Santi, referente Accessibilità e inclusione del Centro di Ateneo per i Musei, spiega che il progetto da poco concluso ha trattato il tema della biodiversità, vegetale e animale, confrontando ambienti di ieri e di oggi. Con l’équipe dell’OPSA è stato realizzato un percorso sulla memoria che ha coinvolto i musei di Medicina veterinariaZoologia Adriatica e Geografia. “Siamo partiti dai materiali dei nostri musei – continua Santi –, da quello che i nostri musei raccontano, per agganciare esperienze e conoscenze delle persone che partecipano alle attività, e farle riemergere. È in questo dialogo che si costruisce un'esperienza significativa per gli ospiti, oltre che per chi la propone”. 

“La vita senza cultura è una vita senza colore”

OPSA è una realtà socio-sanitaria con una marcata vocazione alla residenzialità. Marta Michelotto, responsabile Area Sviluppo e Formazione, spiega che la struttura è nata per dare accoglienza a persone con disabilità multiple, ma nel tempo ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. Oggi accoglie anche persone anziane — e non solo — che convivono con demenze, Alzheimer e varie forme di decadimento cognitivo.

“Si tratta di un’istituzione che ha una forte valenza assistenziale, di cura e di accoglienza, che non si esaurisce però nella dimensione strettamente sanitaria: la sua vocazione è di rendere casa un luogo di accoglienza e di vita in fasi difficili dell’esistenza, compromesse o terminali. Questo voler essere casa significa anche dare l'opportunità alle persone accolte, ai propri abitanti, di rivivere condizioni di normalità. E nella normalità c'è l'appartenenza a una città, a una comunità. C’è una storia fatta di lavoro, di vita, di affetti, di relazioni che –  anche in condizioni di malattia, disabilità o terminalità – non si perdono, ma si possono trasformare, possono trovare altre coloriture e intensità. Il progetto Musei in valigia ci è piaciuto molto, proprio perché significava portare in questi luoghi di vita, una componente del patrimonio culturale e artistico di una città come Padova con i suoi musei, e dunque con i musei dell'Università”. Perché, conclude Michelotto, “la vita senza cultura è una vita senza colore”.   

Restituire frammenti di quotidianità

“Uno dei limiti importanti che  la malattia neurodegenerativa porta con sé – spiega Andrea Melendugno, psicologo e psicoterapeuta in servizio all’OPSA – è quello di impedire alle persone di vivere la loro quotidianità. Questo comporta la rinuncia a frequentare tutti quei luoghi che facevano parte della loro vita prima della diagnosi, ma che smettono di frequentare a causa della patologia. Proporre dei progetti che non abbiano come unica finalità solo la stimolazione cognitiva, ma che, con una metodologia accurata, combinino la sollecitazione delle capacità cognitive che possono ancora essere preservate, con esperienze quotidiane, ambientali e di vita vissuta, amplifica notevolmente i benefici”. Tra queste esperienze rientra senz’altro anche quella museale, capace di riattivare memorieemozioni dimensioni relazionali che nel tempo vengono progressivamente erose dalla condizione di decadimento cognitivo. 

“Non abbiamo ancora misurato gli effetti in maniera ortodossa – osserva Melendugno –, non c'è ancora una rilevazione precedente e posteriore alle attività che svolgiamo. Tuttavia abbiamo constatato che le persone che partecipano al progetto Musei in valigia, risultano molto più proattive rispetto a quanto osservato in altri tipi di attività di gruppo. Il contesto informale le aiuta a sentirsi più sicure, e quindi più partecipi. Ci sono persone con severi disturbi del linguaggio che di solito tendono a ritirarsi per timore di sbagliare. Qui invece prevale l'interesse, la curiosità e la motivazione sulla sensazione di inadeguatezza. Un altro elemento che abbiamo notato in questo contesto è che le persone si autodeterminano molto di più”. 

Melendugno spiega che questi benefici non si mantengono nel lungo termine, e ciò a causa della natura progressiva della malattia neurodegenerativa. “Sull'immediato però, cioè per due, tre mesi dopo le attività, abbiamo riscontrato questo tipo di di manifestazioni”. 

Riaccendere la memoria

Quando il progetto è stato avviato non esisteva ancora una metodologia standardizzata: “Le esperienze museali rivolte alle persone con demenza – spiega Melendugno – sono principalmente orientate agli aspetti artistici”. Da tempo infatti a livello internazionale, e in Italia, esiste una riflessione su questi tematiche e sul ruolo dei musei come spazi per l’apprendimento, la socializzazione e il benessere delle persone con bisogni particolari. Il Museum of Modern Art (MoMA), per esempio, fu tra le prime gallerie d’arte ad avviare cicli di visite guidate per pazienti con demenza senile. Nel nostro Paese la Toscana può dirsi all’avanguardia in questo tipo di iniziative: è attivo il Sistema Musei Toscani per l’Alzheimer e, nell’ambito dell’omonimo progetto Musei in valigiavengono realizzate iniziative che portano “i tesori dell’arte a domicilio”. 

“A Padova ci troviamo di fronte a una peculiarità, a una situazione nuova. Quindi abbiamo dovuto integrare le esperienze universitarie sulla fruizione del patrimonio a quelle più tecniche necessarie per progettare attività adatte a persone con deficit cognitivi”. Il gruppo di lavoro ha elaborato dunque un percorso articolato in quattro incontri all’OPSA, due gestiti dai conservatori del Centro di Ateneo per i Musei e due dagli operatori interni che di volta in volta consolidavano l’esperienza vissuta dagli ospiti. “È importante elicitare in queste persone esperienze autobiografiche, interessi personali che consolidano gli apprendimenti trasmessi dai conservatori dei musei”. 

Al termine delle attività nella struttura, le persone sono state accompagnate al museo di Geografia dell’Università di Padova. “La visita del museo non ha solo un valore legato ai contenuti dell'attività, quanto piuttosto all'esperienza di vita”. Melendugno spiega che nei racconti degli ospiti emergono dettagli apparentemente semplici – come percorrere le vie del centro città – che fanno parte di esperienze quotidiane che le persone con decadimento cognitivo non vivono più, ma che hanno abitato a lungo la loro vita. Proprio questi passaggi riattivano ricordi autobiografici, che poi vengono condivisi. C'è stato dunque anche uno sviluppo nella socializzazione all'interno del gruppo”. 

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