CULTURA

La Reginetta di Leenane: il capolavoro di McDonagh a teatro

La Reginetta di Leenane (The Beauty Queen of Leenane) è il capolavoro d’esordio di Martin McDonagh, il drammaturgo, sceneggiatore e regista irlandese che a soli ventiquattr’anni, a metà degli anni Novanta, ha raccontato in una pièce tesa, dall’ironia nera e dolente, i meccanismi universali della nostra interiorità e, soprattutto, ha messo freudianamente a nudo cosa succede a far convivere, come sole in un’isola, una madre settantenne invalida e una figlia quarantenne ancora vergine.

A portare parole e gesti sulla scena per la regia di Raphael Tobia Vogel sono in tutt’Italia, dopo la prima (e poi un mese di repliche) al Franco Parenti di Milano, Ivana Monti e Ambra Angiolini, capaci di trasformare le due donne in eroine la cui cattiveria altro non è altro che istinto di conservazione, mentre i comprimari (Stefano Annoni ed Edoardo Rivoira) costruiscono un controcanto che permette allo spettatore di “sfiatare”.

Si tratta infatti di una storia di sopravvivenza ambientata lì da dove si fugge (l’Irlanda dell’emigrazione), tra galline e pecore, dove l’aria è nebbia e la luce fuori abbaglia ma dentro manca, come manca l’ossigeno, intriso di uno strisciante odore di urina (la madre svuota il vaso da notte nel lavello) e medicinali.

Meg (Ivana Monti), la vecchia, troneggia su una sedia dondolo che mai lascia la scena e anzi sta nel mezzo: ingombrante, come gli ordini che dà alla figlia Maureen (Ambra Angiolini), la cui voce, prima ancora dell’anima, è ingrossata dalla stanchezza, dalla rabbia e dall’infelicità. Urla Maureen, nei suoi vestiti trasandati, mentre prepara il porridge, mentre mescola la medicina, mentre aggredisce la madre ma le resta accanto, incapace di immaginare altro che non siano quelle mura e quel battibecco in cui i giorni si consumano sempre uguali. Urla ma non piange. Urla ma non fugge. Quasi che tenere in vita la donna cui deve la vita fosse invece il suo unico comandamento
E quando l’esterno irrompe, perché arriva Ray (Edoardo Rivoira) con un invito, una lettera, un possibile sconvolgimento, il meccanismo è sempre lo stesso: Meg protegge la sua creatura dal futuro, come ogni brava madre fa dall’attimo in cui stringe il pupo al seno dopo averlo lasciato uscire dal ventre. Per non parlare del pericolo costituito da Pat Dooley, il fratello grande di Ray, che dopo una festa corteggia Maureen e la segue in camera da letto, per segnare – finalmente – in lei quell’emancipazione della carne attraverso cui tutti gli esseri umani adulti passano.

Ambra Angiolini è immensa e coraggiosa mentre mima la seduzione, l’esaspera, blandisce il corpo e la mente di Pat e degli spettatori tutti, ostentando fiducia in se stessa e nella sua femminilità e tradendo invece quanta insicurezza si possa celare nel tentativo di urlare al mondo che si sa come abitarlo.

La mistificazione, ancora una volta, è compiuta in onore di Meg: è lei che deve sapere che Maureen ha avuto l’occasione di recidere quel cordone ombelicale ed è pronta a liberarsi, e quindi, forse, a liberare anche la genitrice dalle sue cure indispensabili.

Ma sta proprio nel labile confine tra ciò che è vero e ciò che è desiderato, tra ciò che è accaduto e ciò che è stato solo preconizzato, immaginato o rivendicato, la grandezza de La Reginetta di Leenane e di Martin McDonagh stesso.

Lo spettatore, esattamente come succede al pubblico della tragedia antica, desiderebbe che i nodi si sciogliessero, come i grumi del porridge che l’infelice Maureen prepara piegata dall’assillo materno, e invece non può che percepire lo scarto tra il piano di verità e quello di realtà. Sente soffiare la brezza della possibilità e poi tornare l’asfissia. 

Chi assiste, nelle quasi due ore nel buio del teatro, diviene lei, Maureen, sognando il suo sognato, subendo i suoi tormenti, desiderando quella fuga che le sembrerebbe permessa per età e forze – così come avviene per Pat – ma che invece non le è dato di compiere. E Ambra Angiolini in questo ruolo pieno di contraddizioni è pura forza vitale.

Troppo amore? Troppa infelicità? Troppo male inferto?

Chi ha infierito su chi?

Non si fanno sconti: neppure l’idea che le due donne abbiano perso il senno o la rotta può bastare.

L’amore è l’altra faccia dell’odio, diventa violenza, sembra placarsi, si accoccola nel cambio di tono, e poi monta nuovamente. È la sindrome di Stoccolma. E quando diventa pura tragedia, e dall’alto scende sul palco e su Maureen un coperchio di silenzio, la luce è piena. C’è ancora vita.

Troppo amore? Troppa infelicità? Troppo male inferto? Chi ha infierito su chi?

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