CULTURA

Dove nel pensiero si finse

L’Infinito è una straordinaria colta meditata narrazione poetica di 200 anni fa composta nel settembre 1819, quest’anno la si celebra ovunque in vario modo. A fine settembre 2019 il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella ha inaugurato a Recanati uno spazio museale dedicato proprio soltanto all’enorme immateriale bene di quella poesia, uno dei componimenti più noti al mondo, uno dei primi musei su un singolo breve testo, con spazi sia al chiuso che all’aperto, in particolare l’orto del colle dove, sedendo e mirando, nel pensiero il poeta si fingeva. Il recupero fino alla riapertura sono durati un paio d’anni e sono stati realizzati dal FAI, Fondo Ambiente Italiano, grazie a un accordo del 2017 con il Comune di Recanati e il Centro nazionale di Studi Leopardiani. È il primo bene FAI delle Marche, il trentanovesimo gestito e aperto al pubblico in Italia.

La principale innovazione è la ristrutturazione esterna e interna dello stesso palazzo che ospitava il Centro (in parte continuerà a ospitarlo), costituito nell’aprile 1937 in occasione del primo centenario della morte del poeta (l’edificio arriverà poi nel 1941 e verrà inaugurato nel 1962), una struttura unica sviluppata su tre piani per un totale di circa mille metri quadrati, esattamente a metà strada (poche decine di metri) fra la casa nobiliare dei Leopardi e l’ex Convento di Santo Stefano, il monastero curato per secoli dalle monache, con orto annesso, situato in cima al colle della cittadina che guarda a sud-ovest. Dal primo ottobre le visite sono aperte al pubblico e si deve necessariamente transitare per il palazzo, orari d’apertura di sei giorni settimanali (martedì-domenica) dalle 9 alle 17 (da aprile 2020 fino alle ore 19, per la primavera e l’estate). Inizia lì la visita guidata e multimediale dentro la poesia, la ricerca dell’indefinito infinito dentro e fuori di noi. 

Dopo l’accoglienza e un touch screen per la consultazione di materiali e traduzioni, si attraversano sette piccole stanze, in un garbato circuito obbligato e lento, su pavimento bianco solcato da una linea continua scura, meno di mezzora. Nelle prime quattro stanze c’è l’affascinante racconto audiovisuale del componimento, distinto in cinque parti: la collocazione nella biografia leopardiana, il senso e i passaggi della narrazione e delle implicazioni filosofiche ed emotive, lo stacco del vento che impone all’immaginazione di tornare alla realtà, il ritmo e la motivazione nella scelta delle parole lucide e rigorose, le componenti artistiche e musicali della struttura scomposta e ricomposta nelle frasi e nei suoni. Testo semplice e lindo, belle originali foto, qualche rapido filmato del paesaggio di campagna, una mirabile connessione di frasi, parole e suoni (com’è la stessa poesia) con l’aggiunta delle immagini (che a inizio Ottocento erano solo quelle impresse nella visione degli individui).

La quinta stanza consente di immergersi nell’Infinito per il candido tramite di fumo “profumato”, pareti bianche a specchio, un brano musicale di Schönberg eseguito da Von Karajan. Il video della sesta stanza riproduce di continuo cinque celebri “letture” della poesia degli ultimi decenni (in collaborazione con la RAI): gli attori Foà, Gassman e Bene, l’attore cinematografico Elio Germano (splendido interprete del film di Martone, “Il giovane favoloso”), infine l’unica presenza femminile, l’attrice scrittrice doppiatrice (ben nota proprio per alcuni monologhi teatrali) Lella Costa, che è anche l’accompagnatrice sonora delle spiegazioni delle prime stanze; lei insieme al collega Massimo Popolizio (che “interpreta” la voce di Leopardi per brani in gran parte tratti dallo “Zibaldone”) guidano il pubblico all’interno del componimento poetico con un racconto coinvolgente e denso. La settima e ultima stanza in teoria si può saltare, l’accesso è laterale rispetto al giro, ma invece preparatevi ed entrate se potete, in particolare gli studenti e comunque i più giovani, si tratta di una bella esperienza interattiva: ognuno potrà declamare il testo con il proprio spirito e la propria voce, verrà registrato, tutti i link dei lettori (potenzialmente infiniti) saranno poi condivisi e rintracciabili in un apposito sito del FAI.

Leopardi scrisse L’infinito quando aveva appena compiuto 21 anni, già malato (e molto sofferente durante tutto quell’anno), già autore di altre poesie e prose, di saggi scientifici e di varie differenti forme letterarie scritte. Ci lavorava da mesi e continuò a rifinirla, più volte correggendo e rimaneggiando il testo, fino al 1825-26 (dapprima pubblicata su una rivista milanese, indi su un opuscolo con altri suoi Versi oIdilli) e ancora fino alla ulteriore pubblicazione dell’1835. Sono interessantissimi (già conosciuti da tempo) i fogli originali con cancellazioni e aggiunte. Si tratta in tutto di quindici brevi endecasillabi sciolti che costituiscono una pietra miliare della letteratura terrestre, una delle poesie forse più declamate in Italia e in molti altri luoghi, nelle situazioni relazionali più diverse, sempre a proposito, fra innamorati matematici letterati docenti studenti scienziati storici geografi, più o meno distratti o commossi. Ognuno ci si riconosce per qualcosa nel merito, tutti (credo) per qualcosa che suona dentro. Non c’è commento che possa sostituirne la lettura, la forma del pensiero leopardiano condensa emozioni.

La visita guidata prosegue proprio sull’ermo colle, nel cosiddetto Orto delle Monache, dove andava a rifugiarsi quel piccolo recanatese dalla schiena ricurva e dalla capigliatura ribelle, solo e dolorante agli occhi, per riposare lontano da tutto. E meditare sulla vita sua e di tutti. I due corpi di fabbrica del monastero e della chiesa e lo stesso giardino erano interni alle mura, furono ultimati nel 1535 (e le clarisse entrarono in convento); invece fuori e sotto le mura si estendeva un’ampia area verde divenuta da oltre un secolo il parco pubblico del Colle dell’Infinito. Il monastero era stato soppresso da Napoleone nel 1810 (riaprirà quasi dieci anni dopo e ha definitivamente chiuso i battenti nel 1992); all’interno del convento e del giardino in quei mesi del 1819 non c’erano suore e l’orto era abbandonato. Leopardi continuava a sfinirsi in biblioteca nel pensare troppo e nell’alta febbre del fare, illuso fra ragione avveduta e sentimenti intensi, infinitamente chiuso all’interno del minuscolo borgo natio; talora “fuggiva” lì, pochi passi e si isolava.

Si esce dal circuito nel palazzo e, da una porta laterale del Centro, si sale una breve rampetta curva di scale e dopo pochi metri si arriva al cancello dell’orto. Ho davvero apprezzato come il grande irregolare giardino del convento è stato riconsegnato alla pubblica utilità, dopo un attento recupero filologico. Ovviamente c’ero già capitato nei decenni scorsi. Nessuna coloritura floreale sorprendente, nessun intervento invadente, nessuna rifilatura ornamentale degli spazi: cipressi e alberi da frutto, ortaggi e fiori, qualche struttura metallica e qualche filare di vite, vialetti e pergolati a forma di Y, tutto più o meno com’era dal 1937, semplice ordinato e pulito, senza clamori, una botanica tradizionale e ormai desueta, nei circa quattromila metri quadrati all’aperto. Dovrete spegnere il cellulare e parlare a bassa voce, potrete sporgervi da quello stesso muro (allora era una siepe) che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, riuscirete magari a fingervi ciascuno nei vostri propri pensieri, immaginarvi altrove e ricordarvi che siete lì, in quiete, senza paura né dolore, fra i tanti tipi di silenzio e i ricordati suoni di persone affettive, naufragando dolcemente in questo mare (che da quella parte del colle peraltro fisicamente si intuisce ma non si vede).

In un angolo è posizionato un punto informativo del FAI (con alcuni prodotti enogastronomici e materiali culturali). All’interno del palazzo la biglietteria ospita anche una ricca libreria, un bookshop museale su Leopardi e i poeti di tutto il mondo, antichi e moderni, il magnifico “genere” della poesia. Subito fuori, accanto alla biblioteca è stato allestito un tavolo multimediale di ricerca e approfondimento. Nel piano inferiore resta una selezione di documenti storici, cimeli e manoscritti. L’edificio ha avuto anche altri interventi di funzionalizzazione e impiantistica, anche perché continuerà a essere la sede del centro studi. 

La visita guidata al sistema dell’orto dell’Infinito arricchisce Recanati e le Marche di nuovi beni culturali leopardiani. Non dimenticatevi di tornare alla Biblioteca, alla cinquecentesca cantina dei conti, al nuovo grande museo familiare. Non perdetevi gli appartamenti di Silvia, l’altra recente bella installazione multimediale sempre nella piazzetta del sabato del Villaggio. Fate un salto a Villa Coloredo per altri reperti leopardiani (e il magnifico Lotto). Una passeggiata fra le stanze della Biblioteca di Monaldo è certo un’esperienza vitale obbligatoria, milioni di persone lo hanno fatto almeno una volta e molte di loro la ripetono poi periodicamente; il turismo culturale a Recanati si è comunque ora dotato di nuovi imprescindibili spazi dedicati all’Infinito, mettete in programma la visita al più presto. Non se ne parlerà solo nelle Marche: le giornate FAI del prossimo autunno saranno dedicate all’Infinito ovunque in Italia.

Quel che ancora manca è un effettivo coordinamento delle iniziative e dei progetti istituzionali legati allo studio, alla divulgazione, alla valorizzazione dell’immensa personalità di Giacomo Leopardi. Oltre una ventina di anni fa era stato proposto un vero e proprio “parco culturale” come istituzione pubblica di riferimento, coinvolgendo, a partire da Recanati, tutti i luoghi leopardiani, fisici, biografici e letterari, un itinerario integrato storico, culturale, ambientale e sociale. Le città italiane coinvolte potrebbero essere almeno sette (fra l’altro la tomba è a Napoli), il Ministero competente dei beni e delle attività culturali e del turismo potrebbe avere un ruolo rilevante di indirizzo oltre che di finanziamento, altri Ministeri (ambiente e pubblica istruzione per esempio) e tanti soggetti e associazioni private (come ottimamente ha fatto il FAI per la poesia) potrebbero contribuire, insieme alle regioni (innanzitutto le Marche), ad altre istituzioni e a innumerevoli università italiane ed estere.

 

 

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