SCIENZA E RICERCA

Elezioni europee, il futuro della ricerca secondo i candidati. Simone Contro

In vista delle prossime elezioni europee, che si terranno il 26 maggio 2019, la redazione de Il Bo Live ha deciso di porre alcune domande sui temi della ricerca e dello sviluppo tecnologico ad alcuni candidati delle principali liste elettorali. Qui vi proponiamo le risposte di Simone Contro, candidato per il Movimento 5 Stelle nella circoscrizione Nord Est.

Secondo lei, la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico rappresentano un elemento di assoluta priorità oggi per l’Europa o ci sono altri problemi più urgenti da affrontare?

La mia occupazione attuale è quella di Direttore Tecnico in una azienda del settore elettro-medicale, è quasi giornaliero il mio impegno verso lo sviluppo tecnologico, ed è quello che giornalmente chiedo ai miei collaboratori. Il divario che ci separa dal resto d’Europa è importante, e sono convinto che questo punto sia fondamentale per far rimanere l’Italia tra i paesi che guidano lo sviluppo, invece che farla diventare il paese della manodopera d’Europa. La ricerca, sia essa in azienda od universitaria, è di fondamentale importanza per far crescere le aziende, ma soprattutto per traghettare i nuovi laureati verso il mondo del lavoro. Più ricerca significa anche più tutela dell’ambiente, perché è grazie alla ricerca se oggi possiamo permetterci tecnologie sempre meno inquinanti.

Nel 2000 a Lisbona i membri del Consiglio Europeo si prefissarono l'obiettivo di fare dell'Unione Europea “la più dinamica e competitiva economia della conoscenza entro il 2010”. Due anni dopo il medesimo Consiglio Europeo riunitosi a Barcellona fissava al 3% del Pil l'investimento finanziario in ricerca e sviluppo necessario per raggiungere l’obiettivo di Lisbona. Quell'obiettivo non è stato raggiunto nel 2010 ed è stato spostato al 2020. Ma il 2020 è già domani e l’obiettivo è sempre lontano. Pensate che debba essere riproposto? E se sì, con quali modalità e tempi?

La frase citata, presa dagli obiettivi di Lisbona, termina con: “in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Io sono convinto che la sfida futura, e cioè senza scadenze temporali, ma continua, sia quella del far crescere l’Europa per mantenerla ai primi posti mondiali per ricerca e sviluppo sostenibili. Aumentare l’accesso alle università, spingere affinché sempre più persone studino materie scientifiche; formare le nuove generazioni ad una economia sempre più green e sociale; potenziare gli strumenti di scambi tra università europee per preparare i giovani ad un mondo interconnesso tra paesi all’interno della UE. Il futuro dell’occupazione mondiale sarà per le nuove imprese del settore green, e quindi è fondamentale per l’Italia e per l’Europa, preparare i propri giovani, a questo cambio di mentalità, per noi, per la società e per l’ambiente.

Antonio Ruberti, che nel 1992 fu Commissario europeo per la scienza, nel 1998 parlò in un suo libro di “uno spazio europeo della scienza”. Oggi la gran parte della spesa in ricerca proviene dai singoli Stati membri: i governi nazionali contribuiscono con il 95% agli investimenti in ricerca e sviluppo in Europa, mentre l'Unione Europa contribuisce con il 5%. Paesi come la Cina, la Russia e gli Stati Uniti godono di un finanziamento alla ricerca molto più centralizzato. Secondo voi le competenze in materia di ricerca e sviluppo in Europa dovrebbero essere più centralizzate?

Ad oggi ancora troppi campanilismi bloccano il decollo di una piattaforma comunitaria basata sulla ricerca e sul finanziamento della stessa. Troppo spesso i singoli stati prediligono la ricerca finalizzata ai brevetti utili alle aziende del proprio tessuto produttivo, a scapito di una crescita continua basata sulla condivisione delle scoperte scientifiche. Io sono convinto che servano invece, sempre più, dei poli che attraggano menti da tutte le parti d’Europa, e che le ricerche seguano la direzione di una crescita condivisa del tessuto produttivo, se l’Europa non sarà in grado di superare questi divari tra stati membri, rischiamo di combattere una battaglia contro le altre super potenze mondiali più simile a quella di Davide contro Golia, che quella tra pari.

Horizon 2020 è stato finanziato con circa 70 miliardi di euro, la maggior parte dei quali è stata allocata alla ricerca applicata e allo sviluppo tecnologico. I prossimi programmi di finanziamento dovranno dedicare maggiore attenzione alla ricerca di base o curiosity driven o bisogna insistere sullo sviluppo tecnologico?

Sappiamo bene che diversificare, anche nella ricerca, può solo che far crescere le menti delle persone. Se dovessimo richiamare una suddivisione di questi argomenti basati su delle persone illustri, potremmo parlare di Bohr per la ricerca pura, e di Edison per la ricerca applicata. Riporto questi esempi per riallacciarmi invece al concetto espresso da Pasteur, e cioè: “use inspired research”, avanzamento della conoscenza e dell’applicazione. Un mix tra queste tipologie di ricerche è fondamentale per garantire uno sviluppo costante, ricordandoci quanto disse Ravishankara a riguardo: “smettiamola di accapigliarci sugli aggettivi e consideriamo che, in fondo, esistono davvero solo due tipi di ricerca: la buona ricerca e la ricerca di scarsa qualità e che è necessario provvedere ad un adeguato supporto alla prima e, possibilmente, non finanziare la seconda”.

Sia nella ricerca applicata sia in ricerca di base, quali sono i settori strategici su cui puntare?

Per la mia esperienza: la mobilità sostenibile, la medicina e l’agroalimentare. Ad oggi, le genti di questo mondo, hanno sempre più desiderio di spostarsi, di curarsi e di mangiare sano, per costruirsi un futuro ed una famiglia in un mondo migliore.

Nel finanziamento ERC i ricercatori italiani che risultano vincitori sono secondi, in termini assoluti, solo ai ricercatori tedeschi (che sono molti di più di quelli italiani), ma primi in termini relativi, ovvero in percentuale al numero totale di ricercatori del Paese. Eppure il 60% dei ricercatori italiani vincitori del finanziamento ERC scelgono di andare a spenderlo all'estero. Cosa pensate del finanziamento ERC e di come è strutturato?

Attualmente questa tipologia di finanziamento si basa sul connubio tra ricercatore indipendente ed istituzione ospitante. Se da un lato questo finanziamento premia la qualità dei ricercatori, dall’altro rischia di dirottare i fondi presso quei centri / paesi che meglio si sono attrezzati per ospitare queste tipologie di bandi. È ovvio che anche in questo caso, il paese che meglio si è mosso prima, più investimenti riceve. Ricordando che può essere finanziata la ricerca anche fino al 100% del suo costo e fino al 25% dei costi indiretti, arrivando ad un massimo erogato di 2.5 mln di euro. Io avrei preferito che questi fondi venissero erogati alle università più vicine alla residenza del ricercatore, con possibilità di scelta di dirottarle ad altre di zone comunque limitrofe, andando ad investire quindi i soldi nel territorio, questo potrebbe fungere anche da leva verso le università per continuare ad ammodernarsi.

A vostro avviso le politiche europee di prevenzione e di adattamento ai cambiamenti del clima sono adeguate? E se no, in cosa dovrebbero cambiare?

Voglio fare mio, per questa risposta, il motto: “There’s no Planet B”, con questo voglio dire che le politiche ambientali non saranno mai abbastanza, soprattutto perché la ricerca e lo sviluppo green, è dimostrato, stanno creando i lavori del futuro. Sempre più l’Europa ed il mondo stanno capendo che sviluppo sostenibile significa anche nuovi posti di lavoro, benessere e contrasto ai cambiamenti climatici. È il buon senso che ci dice di far crescere sempre più questi finanziamenti. Ad oggi l’Europa sta investendo molto, ma all’orizzonte stanno arrivando nuovi e più ingenti fondi verso le aziende e start-up che si dirigono verso produzioni più green e sociali, questa è la linea, chi la intraprenderà avrà successo nel futuro.

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