SOCIETÀ

Estonia, le elezioni politiche premiano gli anti-europeisti

Domenica scorsa si sono svolte le elezioni politiche in Estonia. Con poco più di un milione di aventi diritto al voto (e un Parlamento di 101 seggi), il piccolo stato baltico ha inaugurato la lista di appuntamenti elettorali nazionali che precedono l’atteso voto europeo del maggio prossimo. La maggioranza relativa è andata al partito riformista di centrodestra (Eesti Reformierakond) che era all’opposizione nella precedente legislatura e che ha ottenuto il 28,8% dei voti, 34 seggi totali, 4 in più di quattro anni fa. Eesti Keskerakond, il partito centrista del premier uscente Jüri Ratas, è rimasto pressoché stabile al 23,1%, perdendo un seggio rispetto alle precedenti elezioni (ora sono 26) e superando le previsioni dei sondaggi che lo stimavano in forte calo. Peggio è andata ai due attuali partner di coalizione di governo: Pro Patria, piccolo movimento di centrodestra, è passato dal 13,7% all’11,4%; mentre l’unico vero significativo partito di sinistra, lo SDE, è calato al 9,8% dal 15,2% del 2015. In crescita di ben 12 seggi, è invece l’altro grande vincitore di questa tornata elettorale: EKRE, partito populista di estrema destra, che ha visto i propri consensi passare dall’8,7 al 17,8% (da 7 ai 19 seggi attuali). Sotto alla soglia di sbarramento del 5% tutte le altre forze politiche, compresi i Verdi e liberisti del Free Party, con quest’ultimi che nel 2015 avevano sorprendentemente conquistato 8 seggi. 

Proprio EKRE era al centro dell’attenzione di molti osservatori internazionali, in virtù della sua somiglianza con analoghi movimenti politici di altri paesi, tutti stimati in forte crescita di consensi, come gli spagnoli di VOX, la Lega in Italia e AfD in Germania. In un Paese dove la disoccupazione giovanile è sotto il 5%, la crescita economica per il 2019 è stimata a un +2,7% (in rallentamento però rispetto al +3,9% del 2018) e dove l’euroscetticismo non ha mai veramente attecchito (anche e soprattutto in funzione di una “Russiofobia” mai sopita a quasi 30 anni dall’indipendenza), EKRE ha fatto incetta di consensi nelle aree rurali del Paese, poco investite dalla crescita economica trainata dalla capitale Tallinn, ormai ritenuta come uno degli hub mondiali dell’industria digitale. 

Promettendo significativi tagli alle tasse, utilizzando una forte retorica anti-immigrati e perfino proponendo un referendum per l’uscita dall’Unione Europea (tema però al quale solo parte degli elettori rurali sembrerebbe sensibile), i populisti di destra hanno raggiunto il suo massimo storico. Tuttavia, sembrano essere tagliati fuori dai negoziati di governo, poiché tutti gli altri leader politici hanno pubblicamente escluso di potersi alleare con loro. In una situazione post-elettorale che può far ricordare il cosiddetto cordon sanitaire, tradizionalmente steso dai partiti francesi per evitare che gli estremisti del Front National possano accedere al potere esecutivo, così gli altri partiti estoni si apprestano a iniziare le consultazioni per formare una maggioranza di governo. 

Quel che è certo è che l’attuale coalizione di governo non potrà confermarsi, perché semplicemente non avrebbe i numeri per essere maggioranza (si fermerebbe a 48 seggi). Dando per scontata l’esclusione di EKRE, sarebbe poi impossibile formare una maggioranza senza l’inclusione dei Riformisti. L’opzione più probabile sarebbe quella di formare una grande coalizione tra i due maggiori partiti centristi (eventualità già capitata numerose volte in passato). Entrambi europeisti, facenti parti a Bruxelles dello stesso intergruppo europeo dell’ALDE, fortemente pro-Nato, hanno però significative divergenze in campo economico e di gestione della spesa pubblica. In campagna elettorale, Eesti Keskerakond ha proposto un incremento dell’8,4% di tutte le pensioni e una revisione del regime di tassazione agevolato alle imprese, puntando a una maggiore progressività delle imposte. I riformisti, invece, hanno chiesto ancora maggiori sgravi fiscali per gli imprenditori. 

L’alternativa alla grande coalizione sarebbe una maggioranza a “tre gambe“ (che sommerebbe 56 seggi su 101) che oltre ai riformisti includesse i due sconfitti di domenica: Pro Patria e i Socialisti. Una soluzione però al momento improbabile, sia per la storica distanza ideologica tra lo SDE e i Riformisti, che per la manifesta riluttanza dei due partiti minori a entrare di nuovo in una coalizione di governo in posizione di inferiorità, col rischio di veder ulteriormente calare i propri consensi. 

Interessante il dato sull’affluenza: la partecipazione elettorale si è attestata attorno al 64%, sostanzialmente stabile rispetto a quattro anni fa, tra le percentuali più alte dal 1990 a oggi.

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