SCIENZA E RICERCA

Il fiume che ha scolpito il Grand Canyon è in crisi

Il fiume Colorado che ha modellato le magnifiche cattedrali di roccia del Grand Canyon, in Arizona, è in crisi. La colpa è della siccità e del cambiamento climatico che ha portato a una diminuzione in quell’area geografica delle precipitazioni nevose che contribuiscono ad alimentare il fiume, mentre le temperature planetarie più alte ne hanno accresciuto l’evaporazione.

A maggio di quest’anno gli Stati di Arizona, California e Nevada, assieme a Colorado, New Mexico, Utah e Wyoming, hanno firmato un accordo che prevede il pagamento di 1,2 miliardi di dollari a città, tribù di nativi e distretti irrigui lungo il corso del fiume per usare meno acqua. La soluzione prevede il 13% in meno di prelievo idrico e vale fino al 2026: serve a prevenire sul breve termine il collasso del fiume, ma il suo destino sul lungo termine rimane incerto.

I 72.000 miliardi di litri d’acqua che scorrono nel fiume Colorado sono solo la metà della portata del Po ma sono forse più preziosi perché attraversano un’area in gran parte desertica e permettono quindi a 40 milioni di persone di approvvigionarsi per bisogni fondamentali. Per l’80%, l’impiego idrico è destinato a prodotti agricoli, la maggior parte dei quali viene destinato al mangime per allevamenti bovini – erba medicale alfalfa. Ma serve anche al consumo residenziale (12%), a scopi commerciali e industriali (4%) e per generare elettricità (4%).

Come ha spiegato a Radio3 Giulio Boccaletti, ricercatore alla Smith School of Enterprise and Envinronment dell’università di Oxford e autore di Acqua, una biografia, “San Diego è una città del Sud della California che potrebbe ospitare 15.000 persone, invece ci abitano 3 milioni e mezzo di persone perché utilizzano l’acqua del fiume Colorado che è trasportata da grandi canali artificiali. Nel XX secolo è stato il motore di tutta l’economia dell’ovest, non solo perché ha fornito energia tramite l’idroelettrico, ma anche acqua a grandi città come Los Angeles e Las Vegas, e produzione agricola a una parte di mondo che sarebbe un deserto e in realtà è un giardino grazie al Colorado”.

Negli ultimi decenni però il clima si è fatto in quell’area geografica più arido, mentre l’economia ha continuato a crescere. Una ventina di km a monte del Grand Canyon, quasi al confine con lo Utah, 50 anni fa è stata costruita la Glen Canyon Dam, una diga che oggi ospita la seconda riserva d’acqua più grande degli Stati Uniti: Lake Powell. A valle invece, dopo aver attraversato per 450 km il Grand Canyon e sconfinando in Nevada, c’è quella di Lake Mead, da cui si abbevera la California.

Milioni di abitazioni sono alimentate dall’energia prodotta dalle centrali idroelettriche di queste due dighe, ma la siccità quest’anno ha colpito duramente anche gli Stati Uniti. Pochi mesi fa non c’era acqua a sufficienza per accendere le turbine della centrale idroelettrica di Lake Powell e negli anni a venire ci si aspetta che il livello dell’acqua possa arrivare sotto la soglia minima di attivazione delle turbine. Ci si aspetta che caleranno anche i flussi d’acqua che potranno venire rilasciati dalla diga, asciugando sempre di più il letto del fiume Colorado che corre nel Grand Canyon.

Gli appassionati di rafting hanno già sentito cambiare l’impeto del flusso sotto i colpi dei remi e anche l’ecosistema sta cambiando. Nelle passate ere geologiche l’area del Grand Canyon è stata prima un mare tropicale, poi un deserto sabbioso che ha in seguito lasciato spazio nuovamente a un ambiente marino. Poi per decine di milioni di anni movimenti tellurici hanno spinto verso l’alto la crosta terrestre, mentre la forza erosiva dell’acqua, assieme agli eventi atmosferici e alla stessa gravità, scavavano la roccia verso il basso, in alcuni punti creando gole profonde anche 1600 metri. Lo spettacolo che si può ammirare oggi resta ancora ammantato di mistero, perché sulla sua genesi geologica esistono ancora diverse ipotesi ma non un consenso unanime.

Il fiume Colorado è come un sistema circolatorio per il Grand Canyon e oltre ad averlo modellato ne sostiene la vita, sia quella di piante e animali, sia quella degli umani che lo vivono. Prima della costruzione della diga le acque portavano, dalle Montagne Rocciose, sabbia e limo che ora restano bloccate dalla diga di Lake Powell.

Il flusso più debole inoltre fa posare sul fondo del letto del fiume più sedimenti di quanto non accadesse in passato. Di conseguenza le spiagge delle rive, oasi per animali e campeggiatori, si stanno in alcuni casi riducendo e in altri popolando di vegetazione che modifica l’equilibrio ecosistemico, ma anche culturale.

Come spiega per il New York Times nel suo servizio giornalistico e fotografico, Raymond Zhong, che ha percorso il Grand Canyon a fianco di un gruppo di ricercatori dell’università di Davis della California, gli arbusti frenano i venti che spostano la sabbia da un angolo all’altro e che solitamente va a ricoprire siti di interesse culturale per chi vive e visita il Grand Canyon (4 milioni di visitatori l’anno). Il vento e la sabbia svolgono anche l’involontario ma prezioso servizio di preservare nel tempo questi siti dagli eventi meteorologici. Quello che ora giungerà alle generazioni future saranno ricordi più sbiaditi di epoche passate.

Il vigore delle acque non è neanche più grado di spostare grandi massi che a volte si accumulano in alcune parti del fiume, stringendo il passaggio delle imbarcazioni o generando rapide che rendono difficile la navigazione agli operatori del parco naturale.

Le compagnie che gestiscono la diga di Lake Powell ogni tanto rilasciano grandi quantità d’acqua tutte insieme per provare a smuovere i sedimenti dal letto del fiume e riformare le spiagge. Ad aprile è stato compiuto uno di questi esperimenti, ma è stato il primo negli ultimi 5 anni.

Una ventina d’anni fa i gestori del parco nazionale hanno rilasciato una specie di coleottero che si nutre di foglie di tamerici, una specie di arbusto invasiva nel Grand Canyon. Gli insetti però si sono riprodotti al punto da disturbare l’equilibrio ecologico del pigliamosche di salice, un uccello minacciato che nidifica sul tamericio.

Nella sua forma attuale il Grand Canyon è piuttosto giovane da un punto di vista geologico: ha circa sei milioni di anni. Ma alcune delle sue rocce più antiche risalgono a quasi 2 miliardi di anni fa. E per quanto remoto e incredibile possa sembrare questo sistema naturale, la mano dell’uomo è riuscita ha lasciare la sua impronta anche lì.

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