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Ipertensione: la metà non sa di soffrirne

L'improvvisa morte a 52 anni per ictus emorragico dell'attore Luke Perry, star di Beverly Hills 90210 ripropone, per l'ennesima volta, all'opinione pubblica il tragico problema della prevenzione delle morti cardiovascolari, e in particolare del controllo del “killer number one”, l'ipertensione arteriosa, che è la causa principale delle emorragie cerebrali. Infatti, da molti anni è noto che il rischio di sviluppare tale terribile complicanza cresce proporzionalmente all'aumentare dei valori della pressione arteriosa ad ogni fascia d'età, e aumenta ancor più nelle fasce d'età più avanzate.

Purtroppo, però, l'ictus può colpire anche persone giovani come Luke Perry e quando non risulta fatale comporta un costo umano assai alto: un quinto dei pazienti colpiti richiede aiuto per camminare, il 31 % necessita di assistenza e il 71 % “non è più come prima”. Non esistono pertanto alternative all'attuazione delle misure di prevenzione, tuttavia, queste ultime sono troppo spesso disattese. Secondo uno studio recente pubblicato sull'autorevole rivista Lancet, il controllo dei valori della pressione arteriosa è deludente in tutti i paesi del mondo, persino in quelli con un livello di cure avanzato come l'Italia e gli Stati Uniti. Tra gli ipertesi la metà non sa neppure di esserlo, un altro quarto che sa di essere iperteso non si cura, e soltanto un quarto degli ipertesi hanno i valori di pressione ben controllati dalla terapia farmacologica.

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Le ragioni di questa triste situazione sono molteplici, ma principalmente tre. In primo luogo, esiste una diffusa convinzione nella popolazione che la "chimica" sia dannosa e che, di conseguenza, l'assunzione per tutta la vita di farmaci "chimici" per ridurre la pressione possa indurre danni nell'organismo. Mentre è vero proprio il contrario. Il controllo dei valori della pressione è fondamentale per evitare i danni agli organi bersaglio, cioè cuore, cervello, rene e quindi per prevenire gli eventi cardiovascolari e cerebrovascolari come l'ictus emorragico.

La seconda ragione è legata al fatto che il nostro introito di sale è troppo elevato. I nostri antenati, i cavernicoli, gli “uomini della pietra”, non avevano accesso al sale. Nel corso delle migliaia di anni sono stati quindi selezionati gli individui che erano in grado di conservare più efficientemente il poco sale disponibile nella dieta di quei tempi. Abbiamo quindi ereditato i geni che ci permettono di conservare il sale con maggiore efficienza, ma, a differenza “dell'uomo della pietra”, siamo esposti a una disponibilità di sale illimitata negli alimenti, particolarmente nei cibi conservati. Il nostro introito di sale è quindi assai maggiore del necessario e ciò determina un aumento dei valori medi della pressione nella popolazione: un consumo di sale elevato oltre i sei grammi di cloruro di sodio al giorno aumenta non solo i valori della pressione, ma anche la probabilità di sviluppare complicanze come l'ictus emorragico.

La terza ragione, spesso dimenticata, è che assai spesso l'ipertensione arteriosa è solo il segno di una malattia sottostante, che generalmente non viene identificata perché al paziente iperteso vengono immediatamente prescritti farmaci per ridurre la pressione senza che ci si preoccupi di ricercare la causa dell'ipertensione stessa.

Nel Centro regionale specializzato per i disordini della pressione arteriosa dell'università di Padova, attraverso uno screening sistematico dei pazienti, oggi scopriamo una causa dell'ipertensione arteriosa all'incirca nel 35% dei casi, cioè un paziente su tre. Quando si scopre la causa è possibile intervenire rimuovendola, molto spesso guarendo definitivamente l'ipertensione, ovvero, nei casi meno fortunati, di individualizzare la terapia farmacologica.

Negli anni Cinquanta del secolo scorso il “founding father” della cardiologia americana, Paul Dudley White, direttore della Cardiologia e professore di Cardiologia all'università di Harvard, usava dire ai suoi allievi: “Un infarto o un evento cerebro-vascolare prima degli ottant'anni è un fallimento della Medicina”. In realtà, intendeva un fallimento della prevenzione cardiovascolare.

La verità è che casi come quelli dell'attore americano non dovrebbero più verificarsi ed è davvero un peccato che nel nostro Paese così come in altri, non si investano adeguate risorse nella ricerca clinica, soprattutto nella prevenzione cardiovascolare, specie considerando che, dal punto di vista epidemiologico, infarti del miocardio ed ictus sono la prima e la terza causa di morte nei paesi industrializzati.

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