SOCIETÀ

Israele in stallo: Netanyahu non vince ma formare il nuovo governo sarà difficile

Per un pugno di voti (e di seggi) il premier Benjamin Netanyahu non è riuscito nell’impresa di vincere l’ennesima tornata elettorale che si è appena tenuta in Israele (l’ultima era stata lo scorso aprile). Il suo partito, il Likud, è stato superato alla conta dei voti (a scrutinio quasi ultimato) dal Blu-Bianco di Benny Gantz, che può sorridere non tanto per il risultato in sé (ha perso voti rispetto all’ultima elezione: dal 26 al 25%), ma arrivare primi al traguardo cambia comunque le carte in tavola. Neanche il computo delle alleanze sorride all’ormai ex premier. Quella di centrodestra è accreditata di 56 seggi (la maggioranza alla Knesset è 61 deputati, su 120), mentre quella di centrosinistra (che poi sinistra non è, ma così lo definiscono anche i quotidiani israeliani) potrebbe arrivare a 55. Di nuovo una situazione d’impasse. Perciò si profila la soluzione di un governo di unità nazionale, come gran parte degli analisti aveva previsto alla vigilia del voto, che ha fatto registrare un incremento di affluenza (69,4%), grazie soprattutto al voto degli arabi, corsi in massa alle urne, dopo averle disertate ad aprile. 

La sconfitta di King Bibi

Governo che, con ogni probabilità, non sarà guidato dal premier uscente, lui che è il più longevo nella storia del paese. Ed è questo il dato politico più rilevante: la sconfitta dell’invincibile King Bibi alla fine è arrivata. Non clamorosa, ma è arrivata. Il Likud ha ottenuto circa il 25% dei voti, dal 29%che aveva: pari a 31 seggi. Non sarà dunque lui a ricevere dal presidente israeliano Reuven Rivlin l’incarico di formare il nuovo governo (le consultazioni saranno avviate il 25 settembre). Una sconfitta amara per un leader dall’immagine appannata, rincorso dalle inchieste giudiziarie (deve difendersi da tre accuse di corruzione), che sembra ormai, politicamente, giunto al tramonto, dopo dieci anni di regno incontrastato sulla scena politica israeliana e mediorientale. Le aveva tentate tutte per restare in sella: aveva rinsaldato l’alleanza con la destra più estrema. Aveva abbracciato a tal punto le posizioni di Donald Trump da aver cancellato non solo la parola “pace”, ma anche quella di “trattative” con i palestinesi da qualsiasi agenda politica (e Trump, a due giorni dalla chiusura delle urne, non lo aveva ancora chiamato…). Aveva, insomma, tentato il solito trucco: trasformare la tornata elettorale nel consueto referendum pro o contro se stesso. Il 10 settembre scorso, una settimana prima del voto, Bibi Netanyahu aveva annunciato: «Se sarò eletto nuovo premier di Israele la mia intenzione è di estendere la sovranità israeliana alla Valle del Giordano e alla sponda nord del Mar Morto: diventerà quello il nuovo confine orientale di Israele». 

 

«Gli israeliani e la comunità internazionale fermino questa follia»

Annuncio che aveva scatenato una serie di reazioni. «La terra di Palestina non fa parte della campagna elettorale di Netanyahu, il principale distruttore del processo di pace» è stato il commento del premier palestinese, Mohammad Shtayyeh. Mentre il segretario dell’Olp, Saeb Erekat, è stato ancor più esplicito: «Se al premier Netanyahu sarà consentito di attuare i suoi piani di annessione, seppellirà ogni speranza di pace tra israeliani e palestinesi. Gli israeliani e la comunità internazionale devono fermare questa follia». L’azzardo di Bibi questa volta non è bastato. Aveva anche aggiunto: «Il piano dell'amministrazione Trump, l’Accordo del Secolo, sarà presentato alcuni giorni dopo le elezioni. E’ dietro l'angolo. Si tratta di una grande sfida, ma anche di una grande opportunità, di un'occasione storica e unica per estendere la sovranità israeliana agli insediamenti ebraici in Cisgiordania. La questione è chi debba condurre le trattative con Trump. Starà agli elettori stabilire se vogliono me, oppure i leader del partito Blu-bianco». Ad aprile Netanyahu s’era salvato per un soffio. Stavolta l’elettorato gli ha voltato le spalle. E quando ha capito che il risultato era pericolosamente in bilico, King Bibi le ha provate tutte: ha concesso interviste (vietate) durante il voto, ha pubblicato post su Facebook (account bloccato), ha impugnato un megafono urlando alla folla: «Affrettatevi! Gli elettori arabi stanno votando in massa». È andato all-in. E ha perso. E ora  rischia davvero di essere emarginato. Mercoledì scorso, a spoglio ancora in corso, ha annullato la visita all’Assemblea generale dell’Onu a New York prevista per la prossima settimana. E salterà anche il  bilaterale con Donald Trump. Anche perché, senza l’incarico di primo ministro, il rischio di finire a processo a ottobre è altissimo. Il Financial Timestitolava così, mercoledì pomeriggio, a scrutinio ancora in corso: «Il sopravvissuto politico israeliano Benjamin Netanyahu è alle corde».

Impasse, ipotesi e veti incrociati

La situazione politica in Israele resta comunque assai ingarbugliata. C’è un governo da mettere in piedi e nessun partito o coalizione che prevalga. L’unica ipotesi al momento percorribile è quella di un esecutivo di unità nazionale, ma la domanda è: con dentro chi?Blu-Bianco e Likud sono praticamente alla pari come seggi. Terza forza è la Arab Join List (i quattro partiti arabi riuniti in un’unica lista), che dovrebbero ottenere 13 seggi. Poi c’è Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beiteinu, uno dei falchi della destra, ex alleato di ferro di Netanyahu, prima della frattura che ha portato alla caduta dell’ultimo, fragilissimo governo messo in piedi da Bibi, e da molti indicato come il vero “ago della bilancia”in questo complesso puzzle politico: per lui 9 seggi, come Shas, il partito degli ebrei ultra ortodossi. Otto deputati per Utj (Giudaismo unito nella Torah), mentre sono 7 i seggi conquistati da Yamina di Ayelet Shaked, che molti indicano come il volto nuovo e del futuro della destra israeliana. Sempre relegata all’impercettibile la sinistra, con i Laburisti (alleati di Blu-Bianco) fermi a 6 seggi, ma scivolati sotto la soglia del 5%. Infine 5 deputati per i centristi di Unione Democratica. L’estrema destra di Otzma Yehudit, anti-araba, è rimasta ben al di sotto della di sbarramento del 3,25%. Il Likud potrebbe contare sui deputati di Shas, Utj e Yamina (56 deputati). Blu-Bianco sicuramente su Laburisti e Unione Democratica (e farebbero 43). Ma restano due incognite: la Arab Join List (13 seggi, inavvicinabile per Netanyahu, molto più vicina a Benny Gantz) e Liberman, con i suoi 9 seggi e un rapporto con Bibi difficilmente ricucibile.

C’è però da risolvere la questione dei veti incrociati. Benny Gantz è d’accordo a fare un governo di unità nazionale, ma senza Netanyahu, che a sua volta dichiara di voler comunque formare un «forte governo sionista». Liberman prova a fare da paciere tra i due, ma non vuole tra i piedi i partiti arabi, con i quali Blu-Bianco ha invece già avviato colloqui. Difficile trovare un equilibrio. E se non si trovasse, non ci sarebbe altra strada che tornare nuovamente alle urne.

La carta Gantz e le speranze future

Due parole infine sul nuovo leader, almeno in quanto voti ottenuti. Benny Gantz è stato Capo di Stato Maggiore, alla guida dell’esercito israeliano dal 2011 al 2015, un generale, ferreo nel difendere la sicurezza e i diritti di Israele. Più corretto definirlo moderato, di centro, non certo di sinistra. Ma non è da escludere che in futuro, se otterrà l’incarico, uno spiraglio (spiraglio, non autostrada) sul percorso di pace possa in futuro tornare ad aprirsi. Insomma: non cambierà la sostanza, ma l’approccio, il modo di porsi di fronte ai problemi, e questo vale anche nel rapporto (tesissimo) con l’Iran. Gantz (e come lui il suo “socio” Yair Lapid, noto attore e giornalista, ormai votato alla causa politica) sembra comunque determinato a evitare lo scontro con il presidente Rohani, che in un conflitto aperto potrebbe degenerare con conseguenze devastanti per tutti. Nel commentare i risultati dei primi exit poll, Gantz ha dichiarato: «Il nostro partito ha compiuto la sua missione, mentre Netanyahu ha perso. Lavorerò per costruire un governo di ampia convergenza. Israele è un paese ferito: oggi comincia il viaggio per guarirlo».

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