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Camini stretti e grandi domande: come Babbo Natale avvicina al metodo scientifico

C’è un momento in cui un genitore che lavora nel settore scientifico capisce di essere stato sconfitto.
No, non si parla dei capricci dei revisori anonimi, o dei colleghi che citano Galileo solo quando vogliono sentirsi perseguitati perché una rivista li ha rifiutati (spoiler: non sono Galileo, il revisore non è l’Inquisizione e il loro pdf non è il Dialogo sopra i due massimi sistemi).
Qui si parla di drammi familiari. E, nello specifico, del momento in cui tuo figlio, assorto come un piccolo teologo medievale, solleva gli occhi dal libro illustrato e ti chiede: “Ma come fa secondo te Babbo Natale a entrare in tutte le case in una sola notte?”

E tu, che hai dedicato molti anni della tua vita a spiegare al mondo l’importanza delle prove, ti trovi a pronunciare la frase meno peer-reviewable della storia della scienza: “Ha… i suoi metodi.” In una sola frase l’universo smette di essere un luogo governato da leggi matematiche, processi verificabili e ipotesi dimostrabili, e si apre un territorio nuovo, dove la logica diventa un optional e la fisica è quella cosa che gli adulti nominano ma che Babbo Natale ignora con la serenità di chi sa di non dover rendere conto a nessun revisore anonimo.

È l’addio definitivo alla scienza?

In una sola frase hai creato un mondo pericolosamente instabile, dove gli oggetti attraversano i camini, il concetto di tempo si dilata fino a permettere a un’unica persona di compiere l’equivalente di 300 milioni di consegne Amazon Prime in 31 ore (grazie ai fusi orari), gli animali acquisiscono capacità di volo in barba a veterinari ed evoluzionisti e senza un singolo esame di biomeccanica e la privacy smette di essere un diritto fondamentale (“ti vede quando ti comporti male”).

Un mondo dove ogni fenomeno non spiegato non diventa un’opportunità di indagine, ma un invito ad accettare l’impossibile.
E mentre tuo figlio spalanca gli occhi per la meraviglia, tu intravedi il rischio epistemico, perché lasciarlo in quella dimensione magica troppo a lungo potrebbe spingerlo verso la deriva peggiore per un genitore scientificamente alfabetizzato: il terrapiattismo. È un rischio concreto in un mondo dove le renne sfidano la gravità e la logistica planetaria è affidata a una slitta volante, e tu già immagini tuo figlio, vent’anni dopo, in un TEDx non autorizzato a spiegare che il Polo Nord è in realtà il garage di Babbo Natale: un destino che vuoi evitare con tutte le tue forze.

Tentativi di reazione

Per questo nei corridoi del Dipartimento di fisica si racconta di Luca, fisico delle particelle, che ha provato a risolvere il problema con rigore: i suoi gemelli, cinque anni entrambi ma con l’energia potenziale di un acceleratore ginevrino, lo hanno incastrato davanti al camino e gli hanno chiesto come ci poteva entrare quel grassone: in un attimo, Luca si è ritrovato a citare la sovrapposizione quantistica, ha gesticolato, ha citato l’entropia, ha disegnato un diagramma di Feynman sulla tovaglia della cucina, con il risultato che ora i gemelli credono che Babbo Natale sia un’entità subatomica in grado di collassare la funzione d’onda direttamente nel soggiorno, e da allora provano a riprodurre il fenomeno lanciando palline da ping pong nel camino.

Il Natale di Schroedinger: Babbo Natale è in uno stato di esistenza e non-esistenza finché non apri i pacchi (e a quel punto ti dimentichi di controllare)

Poi c’è Giulia, biologa molecolare, che ha passato l’intera cena a rispondere alla domanda “le renne volano davvero?”.
Ha iniziato con un onesto “no”, ma di fronte alla faccina delusa della figlia ha continuato con “ma magari, nel futuro…”, si è barcamenata con una lezione sulle mutazioni genetiche e la selezione naturale che però si è ritorta contro di lei.
La bambina ha concluso: “Quindi se non volano adesso, possono evolversi entro Natale!”, ed è andata a giocare tutta contenta, mentre Giulia si chiedeva cosa non era chiaro nel concetto di era geologica.

Convivere con il dramma

Insomma, nel tentativo di proteggere l’infanzia grazie a compromessi scivolosi si crea un piccolo ecosistema mentale dove tutto è possibile, ma niente è verificabile e dove la fiaba sconfigge la scienza.
Per settimane si prova a fare finta di nulla, si racconta a sé stessi che il metodo scientifico è robusto, che ha retto ben altri urti e sicuramente reggerà anche stavolta. Poi tuo figlio ti chiede come faccia Babbo Natale a sapere cosa desiderano tutti i bambini del mondo e, senza rendertene conto, cominci a spiegargli il funzionamento dei database per giustificarne l’esistenza. È troppo. È il momento in cui ogni genitore si chiede cos’ha sbagliato, se deve considerare l’intera vicenda come il fallimento della divulgazione domestica e se forse non doveva introdurre il concetto di “peer review” quando l’infante aveva tre anni.


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Il metodo scientifico con Babbo Natale

A un certo punto, nel bel mezzo del tuo tentativo di sopravvivere al Natale senza compromettere l’infanzia di tuo figlio né la tua integrità scientifica, ti rendi conto di una cosa buffa: mentre ti agiti per tenere in piedi un mondo che non collassi sotto il peso della replicabilità, tuo figlio, senza accorgersene, sta applicando, con modalità casalinghe, tutte le fasi fondamentali del metodo scientifico. Solo che invece dei grafici usa i pennarelli, e invece dei dataset si affida a deduzioni fatte con la stessa serietà con cui un gatto guarda un puntino laser prima di attaccare.

Tutto comincia con l’osservazione, che è poi l’atto fondativo di qualsiasi ricerca. Il bambino guarda il camino, o la gattaiola (sì, perché alcuni genitori non camino muniti hanno provato a sostenere che entrasse da lì), poi guarda l’illustrazione di Babbo Natale che ci si infila come un contorsionista di talento, poi guarda te.
L’osservazione scientifica nasce proprio così: da un dettaglio che non torna, quindi tra un addobbo e un regalo da comprare stringiti la mano perché stai crescendo una prole attenta ai particolari.

Ipotesi fantastiche e dove trovarle

A quel punto arriva la fase successiva, cioè la formulazione dell’ipotesi, che nei bambini avviene con una rapidità che in ambito accademico si vede solo quando aprono il buffet ai convegni. E nessuna ipotesi è troppo audace: “Forse ha un tunnel sotterraneo che collega tutte le case, così non deve prendere freddo”; “forse si teletrasporta”; “o forse non entra per niente: spedisce gli elfi e lui supervisiona da lontano”. Per un attimo vorresti intervenire a spiegare concetti tipo la conservazione della massa, ma ti fermi: l’importante, in quel momento, è che tuo figlio abbia capito la cosa essenziale, cioè che un’ipotesi serve a dare un senso, per quanto provvisorio, a qualcosa che non capiamo.

Il Natale, scientificamente parlando, è la festa della non-replicabilità istituzionalizzata

Il primo incontro con il comitato etico

Poi arriva il momento di mettere alla prova l’ipotesi, e qui le cose iniziano a farsi delicate. Perché ogni bambino, prima o poi, sente l’irrefrenabile esigenza di verificare sul campo le proprie teorie, costruendo piccoli protocolli sperimentali che nessun comitato etico avrebbe mai il coraggio di approvare, e che concedono ampie deroghe alle norme che tutelano il decoro di un laboratorio. Il vero salto di qualità avviene quando il bambino passa al monitoraggio avanzato, con strisce di nastro adesivo tirato da un mobile all’altro per rilevare la presenza di intrusi e che trasformano il salotto nel set di CSI.
Sarà anche il momento in cui l’aspirante scienziato o scienziata dovrà scontrarsi con l’etica per la prima volta: perché a un certo punto spunterà l’idea della classica trappola per renne, che andrà disinnescata con delicatezza, spiegando che negli esperimenti non si devono maltrattare animali veri né immaginari, perché il rispetto viene prima del risultato e il gatto di casa non deve farne le spese suo malgrado, anche perché, tra l’altro, potrebbe non essere un modello animale autorizzato.

“Se la trappola funziona con il gatto, funzionerà di certo anche con la renna” è una frase che dovrebbe allarmare ogni genitore, anche se è riuscito a passare il concetto di controllo positivo

Analisi dei dati fatta in casa (in tutti i sensi)

Superata la fase degli esperimenti e ripristinato il soggiorno a una configurazione compatibile con la vita civile, arriva inevitabile la fase dell’analisi dei dati, che in un contesto natalizio assume la forma di un’indagine degna di un ispettore forense. Il bambino, armato di righello, blocchetto di appunti e una quantità di concentrazione che non hai mai visto durante i compiti, passa in rassegna ogni dettaglio: l’inclinazione del nastro adesivo (che dovrebbe indicare il punto di ingresso dell’entità barbuta), la profondità di eventuali impronte lasciate dai calzini sul tappeto, la presenza o assenza di peli di renna, da non confondere con quelli felini.

In assenza di dati “forti”, il giovane ricercatore compensa con un’interpretazione creativa: una goccia d’acqua vicino alla finestra è il segnale inconfutabile che “una renna ha starnutito”; la posizione leggermente diversa della poltrona è l’evidenza definitiva che “si è seduto a riposare, ma solo un minuto, perché aveva tante case da fare”. Tu osservi tutto questo con crescente perplessità metodologica, consapevole che siamo nel regno della correlazione selvaggia: qualsiasi micro-variazione ambientale viene trattata come indizio, qualsiasi coincidenza come conferma.
E mentre lui ricostruisce gli eventi con una dedizione che non hai mai visto quando si trattava di riordinare la stanza, ti rendi conto che, nella sua mente, l’esperimento ha funzionato perfettamente. Perché in fondo la scienza comincia così: cercando un senso, anche fragile, nelle tracce lasciate dal mondo: ci sarà tempo per suggerire un approccio più rigoroso.

La peer review

E così finalmente arriva una conclusione, di solito è una conclusione netta, audace, assoluta, perché i bambini non hanno ancora scoperto l’ebbrezza epistemica della provvisorietà. Per loro il mondo è fatto di sì o di no, non di “sulla base dei dati attualmente disponibili …”. Quindi, se il nastro si è rotto, e soprattutto se i regali sono stati regolarmente consegnati, Babbo Natale esiste senza ombra di dubbio.

Ma poi arriva la fase più temuta: la peer review. È lì che intervengono i coetanei, i cugini più grandi, i fratelli cinici che si sentono in dovere di condividere la loro amara consapevolezza con chiunque si trovi sotto il metro e trenta.
I bambini, davanti a questa revisione paritaria non richiesta, attraversano un ventaglio di reazioni che ricordano moltissimo quelle dei ricercatori quando viene loro rifiutato un articolo: prima la rabbia, poi la negazione, poi la revisione selettiva dei dati, e infine una nuova versione della teoria che salva almeno una parte del modello originario.

È l’unico caso al mondo in cui la peer review è sospesa. Per decreto infantile

Babbo Natale non è il nemico

Eppure proprio qui sta il punto interessante: la magia natalizia è un campo di allenamento involontario per molte competenze scientifiche future. Il dubbio (“ma come fa a essere ovunque?”). L’osservazione (“le renne nella realtà non volano”). L’ipotesi alternativa (“forse Babbo Natale ha dei corrieri notturni”).
Senza saperlo, i bambini stanno mettendo in scena un piccolo laboratorio epistemico. Quello scientifico è un metodo per capire come funziona il mondo, e per arrivarci servono curiosità, immaginazione, creatività. Tutte cose che Babbo Natale, con la sua logistica discutibile e la sua fisica improbabile, stimola moltissimo.
Ecco quindi che hai mostrato a un bambino come funziona la scienza, perché crescere non significa smettere di credere, ma imparare a capire come funzionano le cose, e che la curiosità è la vera costante della vita di un ricercatore, che non perde il senso di meraviglia, ma lo reinterpreta con strumenti nuovi.

Babbo Natale non è la negazione della scienza, ma il primo allenamento per imparare a osservare, formulare ipotesi, provare a verificarle e, soprattutto, capire che cambiare idea non è una sconfitta. Anche se magari succederà solo tra qualche anno.

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