CULTURA

Gatti scomparsi e sostituiti: una fiaba sul potere e il linguaggio

Stiamo vivendo un periodo storico in cui dominano la paura ma soprattutto la stanchezza. È come se ogni giorno ci fosse qualcosa a cui ci dobbiamo ribellare, perché, anche se non tutti hanno in casa una milizia che arresta (e talora uccide) cittadini che manifestano, la sensazione è che ogni giorno venga erosa un po’ alla volta tutta la libertà che davamo per scontata. E allora subentra il pilota automatico, perché non siamo fatti per vivere in uno stato di allarme continuo, ecco perché non sempre ci si accorge di ciò che si sta perdendo, perché nella maggior parte dei casi nulla viene tolto in modo clamoroso: semplicemente cambia nome, cambia forma, cambia ritmo, e proprio per questo diventa più difficile opporsi. Resistere oggi ha un significato diverso, non ha sempre a che fare con grandi stravolgimenti e proteste plateali, ma significa piuttosto allenare lo sguardo a riconoscere le sfumature, quei cambiamenti che un po’ alla volta cancellano piccole parti delle nostre conquiste, finché un giorno ti guardi indietro e scopri che sono scomparse (sta succedendo alla sanità pubblica, per fare un solo esempio).


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Rapimento e restituzione dei gatti

Questo lento stillicidio che porta all’oblio di quello che eravamo è presentato in forma di parabola nel romanzo breve Storia dell’uomo che smise di amare i gatti di Isabelle Aupy (Nord, 2024).
Una piccola comunità vive su un’isola ventosa. Per motivi diversi, i paesani hanno scelto di allontanarsi dalla frenesia del continente e ora condividono ritmi lenti, lavori artigianali, relazioni di vicinato e una presenza costante: i gatti. Che come tutti sanno sono animali liberi, che scelgono di stare con gli umani non perché ne hanno bisogno, ma perché si trovano bene, e allora entrano ed escono dalle case senza chiedere permesso, a volte dormono con te, a volte stanno semplicemente sdraiati sul pavimento, spesso scroccano cibo, e alle persone che li amano va bene così. Un giorno però i gatti scompaiono. Nessuno sa come, e soprattutto nessuno sa perché. Nel tentativo di risolvere il problema, gli isolani chiedono aiuto alle autorità del continente, che si dimostrano molto comprensive (“è venuta a dirci che capiva perfettamente che avevamo bisogno dei nostri gatti e che avrebbero fatto di tutto per trovare una soluzione nel minor tempo possibile”).

Le autorità si fanno trovare pronte, e inviano sull’isola nuovi gatti. Ma c’è un problema: non sono gatti, ma sono cani, forniti di guinzaglio, registrati, e assegnati a ogni abitante che lo richiede. Di fronte alle comprensibili perplessità, le autorità insistono: sono gatti, i gatti di cui gli isolani avevano bisogno.

Cani che diventano gatti per controllare gli umani

Da questa discrepanza, apparentemente assurda, prende le mosse una storia che fa riflettere su tutto quello che ci hanno tolto mentre eravamo distratti. Con un’ambientazione che ricorda le favole illustrate, all’inizio questo libro sembra una lettura leggera, di quelle che potrebbero stare bene in uno scaffale per bambini. Ma la semplicità è un travestimento: non si tratta di una favola, è una parabola politica e filosofica che utilizza la leggerezza come cavallo di Troia.

Cominciamo la lettura convinti di trovarci in uno di quei libri sui gatti che ultimamente hanno molto successo in libreria e ne usciamo con la sensazione di aver letto un manuale sulla manipolazione del linguaggio, sul conformismo sociale e sulla fragilità della libertà individuale. La brevità, paradossalmente, è ciò che rende il messaggio più incisivo: non c’è spazio per le digressioni, e ogni riga ci porta più vicini alla comprensione di qualcosa di molto importante.

Il cuore del romanzo non è la scomparsa degli animali, che come ricorda il protagonista non sono indispensabili, ma la loro sostituzione semantica. Anche lui si chiede che male ci sia a chiamare “gatti” dei cani che tutto sommato non fanno del male a nessuno, e che fanno compagnia alle persone. Il punto è che i gatti dell’isola rappresentano tutto ciò che è libero, imprevedibile, non addestrabile: la creatività, il pensiero critico, la possibilità di dire no. Sono creature che non si lasciano possedere, che arrivano quando vogliono e se ne vanno quando sono stufi, sono creature che non devono rendere conto a nessuno. Ed ecco che la loro assenza è diventata simbolica.

Il controllo in un guinzaglio

I cani inviati dal continente, al contrario, sono animali gestibili, addestrabili, associati al guinzaglio e alla routine. Non sono cattivi, il problema è che vengono chiamati gatti. Non c’è bisogno della violenza per manipolare le persone, anzi: la tortura è uno dei metodi migliori per farsi raccontare qualsiasi cosa, indipendentemente dalla verità, ma se vuoi avere veramente il controllo di qualcuno puoi cominciare a mettere in crisi il suo mondo, il suo concetto di realtà, e lo puoi fare partendo dalle parole. Se si accetta che un cane sia un gatto, si accetta implicitamente che la realtà può essere ridefinita dall’alto attraverso dei semplici nomi.


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In questo senso, il guinzaglio è un simbolo: un elemento apparentemente pratico, che diventa inquietante: non serve solo a non far scappare l’animale, ma anche a legare l’essere umano al gatto-cane. Quel guinzaglio dà anche una mano a scandire le giornate: uscire alla stessa ora, percorrere gli stessi tragitti, ripetere gli stessi gesti, il tutto togliendo attenzione agli altri, perché bisogna occuparsi delle esigenze dell’animale. Con questi nuovi gatti viene introdotta una routine che occupa il tempo e riduce lo spazio mentale disponibile per farsi domande: l’autorità non proibisce la ribellione, fa semplicemente dimenticare che c’è qualcosa a cui ribellarsi.

Il bisogno indotto

Un altro meccanismo centrale del racconto è la creazione artificiale del bisogno, critica non troppo velata al capitalismo. Le autorità insistono sul fatto che gli abitanti “hanno bisogno” dei gatti.

Lì per lì, non avrei saputo dire se avevamo davvero bisogno dei gatti. C’è bisogno delle nuvole nel cielo, delle farfalle in primavera o dei gabbiani al porto? […] Quindi sì, potevamo fare a meno dei nostri gatti, solo che non ne avevamo voglia Isabelle Aupy

In realtà la popolazione non voleva indietro i gatti perché ne sentiva il bisogno, ma perché aveva il piacere di stare insieme a loro, di averli intorno: non tutto è legato a una necessità, le piccole gioie di ogni giorno si basano su piaceri semplici come questo, mentre il concetto di “bisogno” viene spesso instillato dall’esterno, da chi cerca di dividere le persone o distrarle. Se però il bisogno viene accettato come tale, ogni soluzione diventa automaticamente legittima, anche se dietro c’è un imbroglio. Non importa che sia una soluzione falsa, importa che risponda a un’esigenza percepita come imprescindibile. In questo modo il fatto che qualcosa venga tolto passa in secondo piano, perché quello che viene restituito era percepito come indispensabile.

Un confronto con "La fattoria degli animali"

Per la natura della storia e il contesto sotteso, verrebbe spontaneo fare un parallelo con La fattoria degli animali di George Orwell. Anche lì gli animali diventano veicolo di una riflessione politica, anche lì la forma è quella della favola e il contenuto è una critica ai meccanismi del potere. Tuttavia le due opere si muovono su registri differenti.

Nel testo di Orwell la violenza è esplicita, la degenerazione autoritaria avviene attraverso la propaganda e la riscrittura delle regole. Gli animali rovesciano l’uomo, ma finiscono per riprodurne le stesse dinamiche oppressive, fino alla celebre conclusione in cui non è più possibile distinguere i maiali dagli uomini: è una parabola sulla rivoluzione tradita, sulla trasformazione del liberatore in tiranno.


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Nel romanzo di Aupy, invece, non c’è un colpo di stato, non c’è una guerra, non c’è una presa del potere evidente. Il controllo passa per la burocrazia, per il linguaggio, per la gestione delle abitudini. Se Orwell racconta la nascita di una dittatura, Aupy racconta la normalizzazione del conformismo (che può preludere a una dittatura, ma questa è un’altra storia).

Il confronto con 1984

Entrambi i libri condividono un’intuizione fondamentale: il potere definisce ciò che è vero. E a questo punto il discorso può allargarsi naturalmente a un’altra opera di Orwell, 1984: lì gli animali non ci sono, ma questo meccanismo viene portato alle sue estreme conseguenze. In questo libro il controllo passa attraverso la Neolingua, un sistema progettato per restringere il pensiero riducendo il vocabolario. Quando le parole perdono il loro significato originario o vengono eliminate diventa più difficile formulare un dissenso.

Nel libro di Aupy questo processo non è teorizzato né istituzionalizzato, ma avviene in forma quotidiana e quasi innocua: chiamare “gatto” un cane significa ridefinire una realtà condivisa. È una distorsione che non nasce da un ministero della verità, ma da un consenso progressivo e stanco. Se Orwell in 1984 immagina un potere che impone dall’alto una lingua nuova per rendere impensabile la ribellione, Aupy mostra come talvolta basti molto meno: una parola sbagliata ripetuta abbastanza a lungo può arrivare a modificare la realtà, e in questo slittamento silenzioso si gioca una delle partite più sottili del potere contemporaneo.

Una conclusione luminosa

Nonostante tratti di manipolazione, conformismo e perdita di libertà, Storia dell’uomo che smise di amare i gatti lascia aperta la speranza: la memoria dei veri gatti e la consapevolezza che qualcosa non torna suggeriscono che la ribellione non è impossibile se si tiene la barra dritta. In questo caso sarà una ribellione intima, fatta di parole corrette, di domande poste al momento giusto e di piccoli rifiuti. Perché a volte il potere si sta solo chiedendo cosa siamo disposti ad accettare prima di fermarlo.

È vero, la realtà può essere manipolata, ma non deve essere un processo definitivo: finché esiste qualcuno disposto a dire “questo non è un gatto”, la possibilità di cambiare rotta rimane aperta. La forza qui non sta nell’individuo che si erge contro tutto e tutti, ma nel gruppo che continua a parlarsi e a confrontarsi: quando le parole vengono piegate e la realtà sembra sparire, l’unica cosa solida che ci resta è la comunità. Persone che si riconoscono, che si ascoltano, che si ricordano a vicenda come andavano le cose e come potrebbero tornare a essere. È lì, in quello spazio condiviso, che nasce la possibilità di non adattarsi e di lottare per quello in cui si crede.
In un’epoca in cui il linguaggio pubblico è spesso terreno di scontro e di riscrittura, questa piccola favola su cani e gatti ricorda che la libertà si perde un nome alla volta. E che allo stesso modo, può essere riconquistata.

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