SOCIETÀ

L'Iran torna sul nucleare: la prossima mossa è nelle mani di Joe Biden

L’Iran torna ad alzare la voce sul nucleare e punta a occupare, volutamente, platealmente, la casella delle incognite. Senza chiudere al dialogo, ma senza concedere nemmeno un centimetro alla distensione. Lo scorso dicembre il Parlamento iraniano aveva approvato una legge che obbligava  il governo del presidente Hassan Rouhani ad aumentare il livello di arricchimento dell’uranio: non più al 3,67%, come stabilito nell’accordo firmato nel 2015 (il Joint Comprehensive Plan of Action, Jcpoa) e stracciato nel 2018 da Donald Trump, ma al 20% (la “purezza” necessaria per produrre una bomba atomica, che Teheran continua a dichiarare di non voler perseguire, è attorno al 90%). Il 5 gennaio scorso l’annuncio dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana: «In 12 ore abbiamo prodotto il 20% di uranio arricchito nell'impianto sotterraneo di Fordow, ma possiamo facilmente ottenere tassi di arricchimento più elevati». Il 7 gennaio un’ulteriore precisazione, dalla stessa fonte: «Stiamo studiando le necessità del Paese per arricchire l'uranio oltre il 20%. Se fosse necessario saremmo in grado di avviare anche oggi, con le nostre centrifughe, la produzione di uranio arricchito al 40%, al 60% o al 90%». Nella stessa legge, il Parlamento aveva disposto il blocco delle ispezioni di inviati dell’Onu nei siti nucleari iraniani. 

Una chiara minaccia. O meglio: la prima di una serie crescente di minacce che Teheran ha intenzione di scagliare contro gli Stati Uniti (e contro i suoi alleati, a partire da Israele), per farne una delle priorità assolute del nuovo presidente americano, al suo insediamento, il 20 gennaio. Sul tavolo ci sono le sanzioni, durissime, che Trump aveva imposto a Teheran: dalle vendite del petrolio al commercio internazionale, fino alle operazioni finanziarie. La scelta è ora nelle mani di Biden, che nel 2015, alla firma del Jcpoa era vicepresidente, e che sarà costretto a decidere in tempi piuttosto rapidi. Rimuovere le sanzioni vorrebbe dire porre le condizioni per tornare ad avviare un dialogo (ma qualcuno potrebbe leggere la mossa come un cedere al ricatto di Teheran). Mantenerle significherebbe esporre la comunità internazionale a un pericolo chissà fino a che punto teorico.

Le condizioni di Teheran per tornale all’accordo del 2015

La soluzione più semplice potrebbe essere quella di far tornare le lancette indietro di tre anni: spazzare via gli estremismi di Trump e confermare gli accordi firmati con l’Iran dai 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti - più la Germania) e dall’Unione europea. Le parole pronunciate da Biden lo scorso settembre, in piena campagna elettorale, rappresentano più di un indizio: «La politica iraniana di Trump è un pericoloso fallimento», aveva dichiarato alla Cnn. «Ha sconsideratamente buttato via una politica che stava funzionando per mantenere al sicuro l'America e l’ha sostituita con una che ha peggiorato la minaccia». Favorevoli, in linea di principio, a un ritorno agli accordi del 2015 anche gli altri firmatari. Anche il presidente iraniano Rouhani si è dichiarato disponibile a rientrare nei confini fissati dal Jcpoa,  ma a una condizione tassativa: che tutti siano pronti a fare il medesimo passo senza l’avvio di nuove e ulteriori trattative: «L’accordo non è rinegoziabile», ha specificato Rouhani. La “disponibilità” iraniana sembra finire qui, in un mix di aperture e minacce, rivolte soprattutto verso Israele, per stroncare sul nascere qualsiasi ipotesi di attacco. Ali Akbar Salehi, capo dell’Organizzazione per l’energia atomica iraniana, lascia intuire il clima e l’attesa: «Siamo come soldati e le nostre dita sono sui grilletti».

La strada è dunque assai accidentata e piena di ostacoli. A partire dalla ricostruzione di un clima di fiducia tra le parti, che al momento non c’è. Perché è vero che Trump sta uscendo definitivamente dalla partita, ma per l’Iran è ancora troppo fresca la ferita dell’eliminazione dello scienziato nucleare Mohsen Fakrizadeh, capo del programma nucleare militare iraniano, assassinato alla fine di novembre in un agguato a 70 km dalla capitale. Il presidente Rouhani ha apertamente accusato Israele, il Mossad, di aver materialmente eseguito l’attentato. Gli analisti “leggono” la mossa come un regalo di Netanyahu all’ala più oltranzista dei conservatori, decisi a ostacolare e a far naufragare qualsiasi ipotesi di accordo che possa riguardare l’Iran, identificato da Israele come nemico numero uno. Lo stesso premier israeliano, alla notizia dell’assassinio dello scienziato, aveva risposto sorridendo «E’ stata una settimana di successi», come racconta il giornalista Gideon Levy. Rouhani ha dichiarato: «Israele vuole creare il caos, ma non cadremo nella trappola. Risponderemo al momento opportuno». Mentre Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana, ha chiesto che siano puniti «coloro che hanno ordinato l’assassinio dello scienziato Fakrizadeh e i mercenari, criminali e spietati, che l’hanno eseguito».

L’omicidio del generale Soleimani e lo stallo delle minacce 

Rapporti tesi come mai, in un’escalation che un anno fa, il 3 gennaio 2020, aveva vissuto il suo acme, con il raid americano, ordinato da Donald Trump, che portò all’attacco aereo all’aeroporto di Baghdad, con l’eliminazione del generale iraniano Qassem Soleimani, capo delle forze Quds, il corpo d’élite dei Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie iraniane, responsabile per le operazioni militari all’estero. In molti quel giorno rimasero col fiato sospeso, nel timore che si fosse ormai sull’orlo di un conflitto. Dipendeva dalla risposta di Teheran, colpita in uno dei suoi uomini più autorevoli e rappresentativi. Risposta che arrivò blanda (lancio di missili su basi Usa in Iraq) e pasticciata (un volo di linea della Ukraine Airlines, appena decollato dall’aeroporto internazionale di Teheran, abbattuto per errore: 176 morti). Tutte le ulteriori rappresaglie minacciate sono rimaste, per ora, solo parole. 

Ma in questo stallo permanente, in questa attesa quasi senza respiro, perché i rischi per la sicurezza internazionale restano altissimi, il tempo gioca un ruolo decisivo. Biden non ne ha molto, se vuol tentare di riannodare un colloquio con il presidente iraniano. Anche perché, ed è questa un’incognita tra le incognite, tra appena cinque mesi, 18 giugno 2021, si terranno in Iran le elezioni presidenziali. Ed è alta la probabilità che il Paese possa passare dal controllo dei moderati di Rouhani a quello degli ultraconservatori, che già sono maggioranza in Parlamento e che hanno fatto passare la legge che impone l’arricchimento dell’uranio al 20%. Rouhani era contrario: «E’ dannosa per la diplomazia», aveva commentato. 

I “falchi” contro i piani di pace

Quindi appare evidente che non tutti gli attori stiano in queste ore lavorando per la ricerca di un accordo. Non certo gli ultraconservatori iraniani, mentre i Pasdaran continuano a propagandare il progetto di costruzione di una «città sotterranea» dove piazzare nuove centrifughe. E sono da leggere con attenzione le parole della Guida Suprema, Ali Khamenei: «Noi non abbiamo fretta e non insistiamo perché gli Stati Uniti tornino all’accordo sul nucleare: ma chiediamo che i nostri nemici in Occidente rimuovano le sanzioni, perché si tratta di un diritto usurpato della nazione iraniana». “Nemici in Occidente”: non proprio toni concilianti. Nello stesso discorso, trasmesso in diretta tv, Khamenei ha anche affermato che dopo l’eventuale rimozione delle sanzioni l’Iran chiederà che gli Usa paghino una compensazione per i danni inflitti in questi anni alla sua economia. Un grosso ostacolo sulla via del dialogo è di certo Israele, che anzi non perde occasione per soffiare sul fuoco dello scontro. Il premier Netanyahu, nonostante le difficoltà interne, e nonostante le posizioni più dialoganti del ministro della Difesa Benny Gantz e del ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi, vuole pieni poteri nell’indirizzare la politica israeliana contro l’Iran. All’ultimo annuncio di Teheran, Netanyahu aveva reagito con rabbia: «Non permetteremo all'Iran di sviluppare armi nucleari». Anche l’Arabia Saudita non si colloca tra le fila dei moderati, avendo più volte esortato la comunità internazionale ad avviare una «guerra totale” contro le politiche espansionistiche di Teheran e il suo alleato Hezbollah».

Riuscirà Joe Biden a trovare una via di mediazione e di sintesi tra i variegati integralismi e le imprescindibili ragioni di chi pretende il mantenimento (quantomeno) della sicurezza internazionale? A disinnescare una potenziale minaccia nucleare? A tenere a bada le intransigenze di Israele, Arabia Saudita che, complice il disimpegno mediorientale di Trump, hanno acquisito via via maggior spazio e autonomia d’azione? A oggi sono solo speranze, auspici. Anche se appare certo che qualsiasi ipotesi di soluzione passerà per Washington. A favore di una “pacificazione”, o comunque di un allentamento della tensione, potrebbe giocare la congiuntura economica iraniana che, complici le sanzioni Usa, sta strangolando il Paese. L’inflazione è al 26%, mentre il rial, la moneta locale, è al minimo storico nei confronti del dollaro. E tutto questo mentre la pandemia da coronavirus dilaga (56mila le vittime ufficiali, ma si stima che il numero possa essere molto più alto). «Una pressione economica così grave in Iran non si vedeva dall'invasione mongola nel 13° secolo», è l’opinione espressa da Saeed Lilaz, eminente economista iraniano. Una difficoltà che, secondo diversi analisti, potrebbe spingere Teheran a cercare concretamente il dialogo. Ma già ci sono alcuni analisti americani che consigliano a Biden di non avere fretta, di utilizzare proprio la leva economica per costringere Teheran ad accettare un accordo al ribasso. Analisi perfino corretta, se non fosse che le corde della diplomazia possono anche spezzarsi. E che bisogna valutare i rischi e le conseguenze dei rischi che si sceglie di correre. «Non vogliamo l’inizio di un’amicizia, ma vogliamo ridurre le tensioni inutili e l’ostilità»,  ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. «Non c’è bisogno di trovare un nuovo accordo, lo abbiamo già. Se lo ripristiniamo, possiamo spegnere tutte le nostre centrifughe in un’ora». Da queste affermazioni dovrà ripartire il lavoro delle diplomazie.

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